SCENEGGIATA RUSSIAGATE: TRUMP CONTRO FBI, IL RESTO E’ NOIA

DI ALBERTO TAROZZI

Storia infinita di spie, nei dintorni della Casa Bianca. Un copione già scritto di cui restano da definire solamente i tempi e le modalità della scena finale.

Fin dai tempi in cui Trump aspirava alla Presidenza Usa, alla Fbi erano scattati i segnali di allarme che però non ne avevano impedito l’ascesa al trono: troppa fiducia nei sondaggi che non lo davano favorito e magari troppa poca fiducia in un’alternativa, quella di Hillary, le cui imprese in politica estera sembravano una ripetizione ininterrotta della Caporetto nostrana. Era però innegabile che alla Fbi e forse anche altrove stavano prendendo qualche contromisura, per impallinare Donald (scusate se la metafora ricorda un po’ Kennedy) al momento più opportuno.

Punto debole del nostro le relazioni pericolose da lui (e dal genero Kushner) instaurate con figuri ai quali nessuno avrebbe affidato le chiavi della bicicletta. In prima linea quel Flynn che odorava di un profumo, quello del Cremlino, per il quale la maggioranza degli statunitensi nutre totale repulsione.

Stando ai gossip parve che lo stesso Obama, in uno slancio di generosità senza contropartite, avesse suggerito a Trump di tenersi alla larga da Flynn, spia dei russi.
Fosse anche vero, Trump non ne tenne conto. Si sa, Flynn era stato anche in quota Dem, negli anni precedenti, ma poi con Obama aveva rotto ed era stato clamorosamente licenziato, pare per avere accusato Barack di sottovalutare il terrorismo islamico. Quale migliore credenziale per Trump, che dell’islamofobia si era fatto una bandiera e che, per principio, ostentava orientamenti agli antipodi di quelli del suo predecessore? Poco importa se a volte Flynn se ne usciva con orientamenti anomali, non solamente filo Putin, ma pure contro i giapponesi e favorevoli a Erdogan. Oscillazioni più da servizi fin troppo segreti che da politico navigato.

Tenersi appiccicato Flynn, magari tramite il genero, parve a molti un modo garbato di scavarsi la fossa da solo e infatti la Fbi lo lasciò fare. Alla Fbi si bevvero pure, o fecero finta, tutte le versioni di Flynn sui suoi rapporti coi russi. Lo lasciarono raccontare balle per poi sputtanarlo, ben sapendo che, nell’opinione pubblica Usa, dire una bugia è un reato più grave che avere bombardato migliaia di innocenti.

Adesso la bomba è puntualmente esplosa. Flynn che si autoaccusa, come ogni brava spia che cambia bandiera secondo le opportunità e Trump nelle mani di un giudice, tale Mueller, di cui è lui il primo a tessere lodi sperticate nella speranza di tenerselo buono.
Per quel che riguarda i tempi c’è chi scommette sul prossimo anno come come arco di tempo in cui avverrà il lancio del siluro definitivo. Il tempo delle elezioni di metà mandato che, stando ai sondaggi, dovrebbero confermare il crollo di popolarità del Presidente. Magari nel frattempo le occasioni per il suo vice, Pence, di mettersi in mostra preparando la successione.

Comunque la partita di fondo resta quella: Trump contro Fbi, il resto fa parte solo dei dettagli di contorno, tutto sommato abbastanza noiosi, come i commenti dei cronisti e delle croniste incentrati sulle periferie della notizia.

Contromosse possibili, se le cose dovessero andargli male come sembra? Una bomba sulla Corea del Nord o più amorosi sensi col nuovo leader saudita assetato di guerra contro l’Iran. In entrambi i casi, qualche catastrofe cosmica a distrarre l’opinione pubblica e ad ostacolare disastri personali.
Meglio non pensarci.