AMBASCIATA USA A GERUSALEMME. ERRORE POLITICO DEL PRINCIPIANTE TRUMP

DI ALBERTO TAROZZI

Nel nostro piccolo noi italiani eravamo stati una mosca cocchiera.
Sono passati infatti pochi giorni da quando, come italiani, avevamo rimediato una figuraccia internazionale, limitata però al mondo del pedale.
Eravamo partiti con l’ipotesi di far partire il Giro d’Italia da Gerusalemme, a evocare pace e fratellanza tra i popoli.

Incauti. Il Governo di Israele aveva subito avanzato il dubbio che sulla cartina del Giro potesse figurare, come sede di partenza, Gerusalemme Est oppure Gerusalemme Ovest.
Quale la sostanza del problema? Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sepolto l’ipotesi di mediazione tra palestinesi e israeliani fondata sul principio “due popoli due stati” (sancita dall’Onu) che comprendeva la divisione in due di Gerusalemme tra lo stato israeliano e quello palestinese.

Da qui la decisione di ritenere un’offesa per Tel Aviv qualsiasi iniziativa che non citasse GERUSALEMME senza appellativi di punti cardinali. Gerusalemme e basta dunque, la Gerusalemme di Israele, naturalmente. Così gli italici manager della pedivella, partiti con le migliori intenzioni di scendere in quelle terre col ramoscello d’ulivo in bocca, si ritrovarono a dover cedere alle pressioni israeliane. Dissero che si sarebbe partiti da Gerusalemme tout court e per i palestinesi fu immediatamente casus belli.

Dirigenti del ciclismo italiano giovani e inesperti. Ma ben presto si sono ritrovati in compagnia se non proprio buona, sicuramente del massimo peso.
Infatti sulla necessità di Tel Aviv di valorizzare Gerusalemme come capitale di Israele e solo di Israele è convenuto anche Donald Trump che ha deciso di spostare l’Ambasciata americana proprio nella città santa, troppo santa visto che è ritenuta tale da tre religioni non sempre in pace tra loro.

Se Donald Trump si occupasse di ciclismo potremmo essere qui a sorridere dell’inesperienza del mondo dello sport in campo politico. Purtroppo per lui e forse anche per noi Trump è il Presidente degli Stati Uniti e le conseguenze dei suoi gesti sono un po’ più ridondanti.

Israele a parte, che mica lo poteva mettere sotto accusa, è un coro praticamente unanime di critiche. Da Macron a Erdogan, dagli egiziani alla Mogherini fino ai giordani e agli amici di Israele come i sauditi: tutti si chiedono quale potrà essere la reazione non solo dei palestinesi, ma di tutto il mondo arabo. Abu Mazen chiede aiuto a mezzo mondo, Vaticano compreso e sullo sfondo si profila l’ombra di Putin.
Si teme rivolta su vasta scala.

In ultima istanza, chi potrebbe maggiormente beneficiare dalla mossa di Donald verrebbero ad essere gli iraniani e magari anche i loro amici russi. Chi glielo va a spiegare al mondo arabo e a tutto l’Islam nel suo complesso, che è cosa buona e giusta schierarsi con chi, come Riad, flirta con un paese, gli Stati Uniti, che riconosce al nemico israeliano quanto loro contestano da anni?

Una sola attenuante per Trump. E’ dal 1995 che gli Usa hanno stabilito che si sarebbe dovuta spostare l’ambasciata Usa in Israele in quel di Gerusalemme, secondo i desiderata dei falchi di Tel Aviv, ma da allora tutti i presidenti Usa avevano rinunciato, rinviando la cosa a tempi migliori, cioè, probabilmente, al mese del mai.
Un’accortezza che ricorda certe strategie da prima repubblica in cui noi italiani eravamo maestri.
Oggi quei maestri contano poco da noi. Avremmo potuto esportarli a Washington, così Trump avrebbe avuto buoni consiglieri. Oggi invece ha davanti a sé solo cattivi esempi e ne seguono errori a catena.

Quale sarà l’ultimo anello di quella catena non è dato conoscere. Si spera solo che non si tratti di una reazione a catena di tipo nucleare.