LETIZIA E’ VIVA PER MIRACOLO E TORNERA’ CON LA SUA BELLEZZA

DI GIOVANNI BOGANI

È una domenica pomeriggio d’inverno. Decido che vado a sentire un concerto, al Teatro dell’opera, per sentirmi un po’ come i nobili viennesi di fine Ottocento, o come quelli che si intendono di musica.

Mi godo l’insensato ondeggiare di una musica che non ha un centro armonico, che se ne sta a vorticare fra assoli di arpa e crescendo di violini. Però bello, che bel colpo d’occhio, tutto questo bruno, questo marrone e questo grigio del teatro nuovo per la mia città. E stasera questo teatro è anche un po’ mio.

La signora davanti a me applaude con un entusiasmo imperioso, che non ammette repliche. E scatta una foto col telefonino. Si accendono le luci, è l’intervallo. Do un’occhiata al telefono anch’io. e nel whatsapp c’è un messaggio. Reagisco così io, mi sembra uno scherzo. Istintivamente è la prima cosa che penso. “Letizia ha avuto un grosso incidente”. E’ viva per miracolo. O qualcosa del genere.

L’ha scritto Beppe, il messaggio. Beppe è il mio amico. È l’uomo che si è inventato una scuola di cinema, che l’ha fatta vivere, che ha fatto recitare, amare, urlare, ridere, correre centinaia di ragazzi. Fra questi ragazzi c’è Letizia. Letizia ha poco più di vent’anni, capelli biondissimi e occhi chiarissimi. È alta, snella, sembra svedese. Ha una classe innata, si dice in questi casi. Beh, è vero. Somiglia un po’ ad Antonella Interlenghi, ma se glielo dicessi mi guarderebbe perplessa. Chi è Antonella Interlenghi? Beh, somiglia anche ad Anne Lennox.

Letizia è la protagonista del film di Beppe. Domenica scorsa lo abbiamo presentato in un cinema pieno, e lei era raggiante, vestita di scuro, protagonista in una sala affollata.

Sette giorni dopo, si è schiantata con la macchina. L’auto si è ribaltata molte volte, con lei dentro. Stavano per amputarle un braccio, mi dice Beppe. La hanno operata per cinque ore.

Lascio le due arpiste, il teatro in legno scuro, i cento orchestrali, il direttore d’orchestra pronto con la bacchetta, Ciajkovskij puà aspettare. Sono dentro l’aria grigiastra di un crepuscolo d’inverno, con la macchinina mia scassata arrivo all’ospedale. Pronuncio il tuo nome al banco delle informazioni. L’addetto sta parlando con qualcuno, non mi dà retta, mentre mi chiede “come si chiama la persona?” ascolta l’amico che gli sta dicendo della Fiorentina che ha vinto tre a zero. E non ascolta il nome che gli dico.

Cammino nel corridoio dove sono stato tante volte. Le scale. Primo piano. Terapia intensiva.

Ci sono i ragazzi della scuola, ognuno la sua storia e i suoi vent’anni. Entro, mi lavo le mani con l’amuchina, lascio fuori il cappotto e mi porto dentro, comunque, qualche milione di germi, non sarà un lavarsi le mani frettoloso che li porterà via. Dentro ci sei tu, intontita dalla morfina, piena di fili, la testa bloccata dentro una conchiglia di plastica. Però ancora bella, il viso perfetto, nonostante la botta che devi aver preso.

La Smart si è impennata e ribaltata, è diventata una palla che rotolava, un piatto scaraventato a terra in un litigio.

Il volo di Zoroastro l’hai fatto tu. Il volo che c’era alla fine del film, quello che assomiglia al volo dell’allievo e amico di Leonardo da Vinci. con le ali di tela, giù da una parete di roccia. Tu hai volato dentro la tua astronave piccolissima, sei andata in orbita come l’Apollo 13 e ti sei schiantata sull’asfalto, in uno schizzare di vetri.

Sei distesa sul letto, intontita, apri gli occhi a fatica, ma ragioni, parli con un filo di voce. E quel che più conta, sei tutta intera. Stavano per amputarti il braccio, mi dice Beppe. E non riesco a pensare a te mutilata, non riesco a pensare alla tua vita cambiata per sempre. Un sms a fare da confine tra un prima e un dopo, mai più uguali, una linea di confine tra il sole e l’inverno. Un prima e un dopo difficili da ricomporre.

Siamo fatti del nostro corpo, siamo il nostro corpo. Perderne un pezzo fa cambiare come ti guardano gli altri, cambia le cose che puoi fare. Hai vent’anni, sei bella. Con le tue braccia ti aggrappavi a Lorenzo, nel film, per farti portare su per i boschi. Lo carezzavi, e guardandolo negli occhi gli dicevi “sei pazzo”. Aprivi le braccia come a volare, seduta dietro sulla moto dell’amico. Con le braccia danzavi, sott’acqua, nella piscina, intrecciando un balletto con Lorenzo, fatto di baci e di bolle d’aria che risalivano su.

Quel braccio pensavi già di averlo lasciato sulla strada, di non averlo più, tanto non sentivi più che esistesse. Eri sicura di averlo perduto, di averlo lasciato sull’asfalto.

Invece è lì, dovranno operarti altre volte, ti si gonfierà e diventerà blu, dovrai imparare di nuovo a usarlo, a farlo obbedire. Ma tornerai presto la gazzella che eri. Ti guardo: il viso è intatto, neppure un graffio, gli occhi colore dell’acqua delle piscine, i denti, la pelle del viso. Sei un po’ come una Madonna crocifissa al letto, con una specie di gioco di Meccano di viti e tiranti accanto al tuo braccio, un braccio di Robocop accanto al tuo, coperto dalle bende. Ma, dal fondo delle bende, spuntano le tue dita, e piano piano le riesci a muovere.

Sei tutta intera, e sei dalla parte di qua del confine.