MARCO DOLFIN: QUANDO LA VOLONTA’ SUPERA LA DISABILITA’

DI RENATA BUONAIUTO

Quella di Marco Dolfin è una di quelle storie che ci portano a sorridere e a credere anche quando non se ne ha proprio voglia, anche quando sembra che il destino abbia deciso di accanirsi contro di noi e non intenda mollarci, forse per questo ho deciso di raccontarvela. Siamo nel 2011, Marco Dolfin è un chirurgo, la sua è una famiglia di medici , una passione dunque che ha radici profonde, anche sua moglie lavora in ospedale, forse si sono conosciuti propri lì, innamorati e sposati, ma il viaggio di nozze è finito e la vita deve ritrovare i suoi ritmi.
La mattina dell’11 ottobre 2011 Marco esce di casa con un po’ di anticipo, vuole arrivare per tempo, in ospedale c’è sempre tanto da fare.
Sale sul suo motorino e si avvia verso il San Giovanni Bosco, mancano solo poche centinaia di metri quando un’autista distratta lo investe, lo schianto è violentissimo, Marco arriverà in ospedale come lui stesso racconta “dalla porta sbagliata”. I suoi colleghi vengono avvisati dell’arrivo in ambulanza di un politraumatizzato, sollecitano l’arrivo di Dolfin, non immaginano che in quella barella ci sia proprio lui.
Arriva cosciente ed ha anche una diagnosi già pronta, quello che non immagina è che al risveglio dall’anestesia le sue gambe non si muoveranno più. La sua “luna di miele” con Samanta, subisce un violento scossone ma, l’amore va oltre ed anche se adesso i loro incontri sono limitati alle ore di visita ai pazienti e le notti trascorrano in due “spazi vuoti”, lei a casa, lui in una stanza d’ospedale, l’amore li mantiene uniti, anzi forse ancora più di prima.
Passa un anno fra interventi e ricoveri all’unità spinale, ore ed ore di fisioterapia, ma l’ematoma al midollo ha fatto il suo danno e nulla ad oggi potrà cambiare le cose.
Se l’incidente ferma le sue gambe, Marco però non intende fermare i suoi pensieri che viaggiano più veloci di prima ed ancor di più non vuole rinunciare alla sua professione.
Inizia il suo lavoro per valutare i limiti che la nuova condizione gli impongono, potrebbe operare da seduto ma questo significherebbe intervenire solo su “piedi” o “mani” ed a lui questo non basta.
Conosce Alessio Ariagno, un tecnico dell’Officina Ortopedica Maria Adelaide, inizia la sfida, vuole una sedia che gli consenta di stare in piedi, un “esoscheletro” che lo sorregga e gli consenta di compiere i movimenti necessari dinanzi ad un tavolo operatorio, la vuole con il “camice verde” come la sala impone e la battezza stile “Michael Jackson”, per l’elasticità delle posture che gli occorrono. Alessio e tutto lo staff si appassionano al progetto, ascoltano le richieste, cercano di renderle reali. Nasce una carrozzina che si verticalizza grazie ad un telecomando, lui legato con delle cinghie, regola l’inclinazione, la rotazione e così l’esoscheletro diventa realtà.
Marco può operare di nuovo, può operare ancora e se all’inizio qualche paziente resta un tantino perplesso all’idea di finire sotto i bisturi di un chirurgo in carrozzella, la sua professionalità, determinazione, sicurezza riesce ad abbattere ogni barriera.
Oggi il dott. Dolfin ha ripreso regolarmente il suo lavoro, certo si “lamenta” del fatto che deve alzarsi un po’ più presto la mattina ma, del resto anche le “gemelline” che nel frattempo sono nate, reclamano il loro papà e poi c’è lo sport, altra grande passione, il nuoto cui dedica due ore al giorno e che gli ha già regalato la medaglia di legno alle Paralimpiadi di Rio.
Ma, Marco non si fermerà qui perché come lui stesso dice “i momenti di sconforto ci sono ancora…io non ringrazio quella signorina, ma le cose succedono e prima te le fai andare bene e meglio è….e c’è la Fede che ora è come il rapporto con l’amico del cuore con cui hai litigato…ce l’hai con lui, ma sai bene che tanto farai pace”.
Ecco forse Marco Dolfin oggi ha insegnato anche a noi a far pace con la vita, a continuare a credere a continuare a lottare.