IL PRIMO BIGLIETTO SULL’ALBERO DI NATALE DI PORTA NUOVA

DI MARCO GIACOSA

Ieri ho beccato, per caso, il primo biglietto sull’albero di Porta Nuova. Ci ho scritto un pezzo, su La Stampa di oggi.

Carmen si sveglia all’alba, è la prima domenica di dicembre e al posto della neve c’è ghiaccio lucido, come se le strade fossero ricoperte di un sottile strato di cellophane. Arriva in stazione in anticipo, nell’atrio si avvede dell’albero di Natale che gli operai, il loro sudore rinsecchito sul viso gelato, hanno appena finito di sistemare. Apre la borsa, trova un foglio.
Scrive nello spagnolo del Sudamerica, ha deciso di mettere giù come vengono le cose che vuole dire. Pensa prima al mondo, pace, amore e salute per tutti, poi scende nel particolare e chiede un lavoro per la sua famiglia, arriva all’intimo e si augura che i suoi figli, Camy e Alex, possano stare bene. Carmen appende la lettera, si allontana di qualche metro e guarda l’albero nella sua interezza, un bestione di dieci metri con un foglio bianco in pancia che da lontano sembra un post it.
Verranno i burloni a chiedere una ripicca per l’avversario in amore, gli studenti invocheranno buon voto all’esame, passeranno disperati in cerca di un miracolo: tutti a chiedere benessere, o assenza di malessere. Nel Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald scrisse che “non vi è differenza tra un uomo e un altro uomo, così profonda, per quanto riguarda l’intelligenza o la razza, quanto la differenza tra uno che sta male e uno in salute”.