CIAO JOHNNY

DI MICHELE ANSELMI

Confesso, non ho mai avuto una gran passione per Johnny Hallyday, il rocker francese per antonomasia, l’Elvis tricolore all’ombra della Torre Eiffel. Sarà perché sono cresciuto cantando le canzoni di Antoine, suo grande avversario canoro negli anni Sessanta, una delle quali, appunto “Les élucubrations d’Antoine”, diceva sarcasticamente a un certo punto, nella versione francese: “Tout devrait changer tout le temps / Le monde serait bien plus amusant / On verrait des avions dans les couloirs du métro / Et Johnny Hallyday en cage à Médrano”. Cattivello, no? Però bisogna riconoscere che Hallyday è stato un gran personaggio: cantante carismatico pieno di grinta, star trasversale alquanto maledetta, anche un ottimo attore, specie negli ultimi anni della sua vita, quando la sua faccia non era più “angelica” ma piena di rughe e forse ritocchi. Aveva 74 anni, stava male da anni, eppure aveva continuato a far film, in buona misura mettendo in scena se stesso.