PANDEMIE IDEOLOGICHE. IUS SOLI E MIGRAZIONI

DI FAUSTO PELLECCHIA

Fa un effetto a dir poco straniante ritrovare in una città come Cassino -situata alle porte del mezzogiorno d’Italia e al centro di un vasto territorio dal quale nel secolo scorso emigrarono in massa molti concittadini verso i paesi più industrializzati dell’occidente – i gazebo della Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia. Anche qui, tutta l’estrema destra si è mobilitata in una allarmante crociata anti-immigrazione e contro l’ipotesi di jus soli, additati come suprema minaccia all’italianità della cittadinanza cassinate. Lo straniamento in questione, peraltro, rischia di precipitare nel grottesco non appena si rileva che, a presidiare i suddetti gazebo, compaiano spesso alcuni componenti della giunta del governo comunale, alcuni dei quali sono di origine nordafricana o provenienti da altri paesi comunitari. Beninteso, si tratta di persone rispettabilissime e persino umanamente simpatiche, costrette, tuttavia, per partito preso, a versare il loro obolo ideologico alle alchimie della xenofobia oggi in voga. O piuttosto all’astuzia politichese di chi prova a scaricare le responsabilità della crisi socio-economica nella contesa al ribasso tra ultimi e penultimi.
Alla stenua difesa dello ius sanguinis appartiene, in verità, una buona dose di confusione e di ignoranza sui termini reali del problema. Che non è una montatura del “buonismo” (horribile dictu!) di sinistra, o del “sentimentalismo” caritatevole dei seguaci di papa Bergoglio, ma un dramma epocale di dimensioni cosmiche che si vorrebbe illusionisticamente esorcizzare e rimuovere piuttosto che affrontare seriamente.
Il ddl sullo jus soli arenatosi in Parlamento– che, è bene ribadirlo, non ha nulla da spartire con le politiche sull’immigrazione – è molto più restrittivo di quello già in vigore in altri Paesi dell’Ue. Il testo infatti non prevede l’acquisizione automatica della cittadinanza italiana per tutti coloro che nascono nel nostro Paese, ma solo per i nati in Italia da genitori stranieri, se almeno uno dei due genitori vi risiede legalmente da almeno 5 anni e solo su formale richiesta. I nati in Italia debbono inoltre aver frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (scuole elementari o medie). I giovani nati all’estero, che giungono nel nostro Paese fra i 12 e i 18 anni, potranno ottenere la cittadinanza solo dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico. Pertanto, se il genitore in possesso di regolare permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri: a) un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; b) un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; c) il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.
In altri Paesi europei, lo jus soli è automatico (non occorre domanda dell’interessato). In Germania è cittadino tedesco chi è figlio di un cittadino straniero che ha il permesso di soggiorno da almeno otto anni; sono francesi i figli nati in Francia da genitori stranieri se essi hanno avuto la residenza per almeno cinque anni; in Spagna un bambino diventa cittadino spagnolo se almeno uno dei due genitori stranieri è nato in Spagna; la cittadinanza irlandese si ottiene se i genitori stranieri risiedono nel paese da almeno tre anni; si diventa cittadini belgi, a 18 anni, se si è nati in Belgio. Infine è cittadino britannico chi nasce nel Regno Unito anche se uno solo dei genitori è legalmente residente nel Paese. Tanto basta per valutare l’arretratezza civile e culturale del dibattito italiano, ancora arroccato sul rifiuto preventivo di una società multietnica, che costituisce il modello perseguito nelle maggiori democrazie europee.
Sul tema complessivo dell’immigrazione, d’altra parte, basterebbe un’attenta lettura dei dati per comprendere come la solidarietà non appartenga al novero delle “virtù etiche della domenica”, ma vada intesa in senso strettamente funzionale, come nesso di interdipendenza con le previsioni di crescita della nostra economia e con gli standard – questi sì, fortemente minacciati- del nostro welfare. Infatti il bilancio dell’immigrazione in Italia ha un saldo decisamente positivo, tanto da essere considerata come una opportunità e una risorsa anche secondo un’ottica di convenienza economica e di puro realismo contabile. Dai dati ufficiali finora disponibili risulta il seguente quadro generale.Il reale impatto dell’immigrazione in Italia è di 5 milioni di regolari contro 175mila profughi (dato ufficiale dei presenti nelle strutture a fine 2016).
Secondo le stime pubblicate ogni anno sul Dossier statistico immigrazione, il saldo tra il gettito fiscale e contributivo versato dagli immigrati in Italia e spesa pubblica destinata all’immigrazione risulta ampiamente positivo. Nell’ultimo anno per cui si ha il dato, il 2014, nonostante l’onda lunga della crisi abbia inciso sui trasferimenti economici diretti, il saldo tra entrate e uscite varia a seconda del metodo di calcolo da +1,8 a +2,2 miliardi di euro. Considerando che le principali voci di spesa pubblica italiana sono sanità e pensioni, appare chiaro come siano rivolte principalmente alla popolazione anziana, con una minore incidenza della componente straniera. Sommando le diverse voci (sanità, scuola, servizi sociali, casa, giustizia, accoglienza e rimpatri e trasferimenti economici), per l’anno 2014 si arriva a 14,7 miliardi di euro, pari a circa l’1,8 per cento del totale della spesa pubblica italiana, destinato ad aumentare a oltre i 3 miliardi a seguito dell’aumento degli sbarchi nel 2015 e 2016.
Dal lato delle entrate, invece, le voci principali sono il gettito Irpef e i contributi previdenziali (che, pur non essendo una vera e propria imposta, nell’anno corrente contribuiscono al sostegno della spesa pensionistica). Sommando anche le altre voci minori di entrata (imposta sui consumi, carburanti, lotto e lotterie, permessi di soggiorno, acquisizioni di cittadinanza), si ottiene un volume di 16,9 miliardi di euro, con un avanzo positivo di 2,2 miliardi di euro. In questo caso sono considerati solo i flussi finanziari diretti, ma andrebbero considerati anche alcuni benefici indiretti, come l’impatto su volume dei consumi, specie in alcuni settori rivolti a fasce di reddito medio-basse. Da questi dati, emerge chiaramente come i costi sostenuti dalla pubblica amministrazione per l’utenza immigrata (sanità, scuola, abitazioni, giustizia e così via) siano ampiamente compensati dalle tasse pagate e dai contributi versati dagli stessi lavoratori stranieri.
Tra i “meriti” della componente straniera non ci sarebbe solo il contrasto al calo demografico in un Paese come l’Italia che registra da tempo un saldo negativo. Un’inedita ricerca realizzata dalla Fondazione Leone Moressa mette in evidenza anche l’apporto degli stranieri al sistema previdenziale, che è andato incrementandosi nel tempo. Un’analisi, questa, che conferma quanto sostenuto dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo il quale gli immigrati versano più contributi rispetto alle prestazioni previdenziali e assistenziali che ricevono. I ricercatori della Fondazione Moressa sono perciò pervenuti alle seguenti conclusioni:
«La struttura demografica della popolazione italiana e di quella straniera fa sì che il contributo economico dell’immigrazione sia particolarmente evidente per quanto riguarda i contributi pensionistici versati. Contributi che vanno a sostenere il sistema nazionale del welfare (pensioni, maternità e disoccupazione) che si rivolge prevalentemente alla popolazione autoctona. Infatti la voce “pensioni” è una delle voci principali della spesa pubblica nazionale e, vista l’età media, la popolazione straniera ne beneficia in misura molto marginale. Anzi, essendo prevalentemente in età lavorativa, possiamo affermare che gli stranieri attualmente siano soprattutto contribuenti». E se è vero che questi contributi serviranno un domani per pagare le pensioni degli stranieri che in Italia invecchieranno (di certo meno favorevoli a tornare al Paese d’origine nella fase della vita in cui più avranno bisogno di un sistema di protezione sociale), è anche vero che queste entrate vengono utilizzate attualmente, impedendo così un ulteriore innalzamento del limite pensionistico per mantenere l’equilibrio di bilancio dell’INPS. Insomma, la polemica anti-immigrazione, provocata da una percezione ideologica, falsa e infondata, strumentalizzata dalle formazioni dell’estrema destra, rischia di segare il ramo sul quale è comodamente seduta, sacrificando così gli italiani sull’altare della presunta purezza etnica dell’italianità.