USA: AMBASCIATA A GERUSALEMME

DI LETIZIA MAGNANI

“Se vuoi la pace prepara la guerra”, deve aver pensato questo il Presidente americano, Donald Trump mentre twittava quella che a prima vista sembra un’enorme e assoluta follia.

“Sono convinto – ha cinguettato Trump – che sia ora si riconoscere ufficialmente Gerusalemme come la capitale di Israele. E ho dato indicazioni al Dipartimento di Stato di iniziare i preparativi per lo spostamento della nostra ambasciata da Tele Aviv a Gerusalemme”. Caos.

Papa Francesco è intervenuto all’istante, con preoccupazione. Perfino la sua nuova evangelizzazione del mondo può attendere se in ballo c’è l’esistenza stessa del mondo. Perché questo Tweet, per quanto assurdo, può cambiare le sorti del pianeta.

Trump deve aver pensato che serviva una contromossa all’accerchiamento mediatico cui è soggetto giorno dopo giorno da dopo le elezioni. Il Russiagate negli Usa rappresenta un fuoco di fila molto più forte di una schermaglia e Trump sa bene di non poterne uscire se non con un diversivo. Quindi, eccolo: incendiamo il Medio Oriente, funziona sempre.

Che il peso degli Usa nel contesto globale sia cambiato negli ultimi anni è chiaro a tutti (tranne che agli Europei, probabilmente). Putin ha investito così tanto sulla Siria che da un momento all’altro c’è da aspettarsi un cambiamento reale negli equilibri mondiali. L’Europa è un francobollo ingiallito in mezzo alle vere nuove potenze globali, Cina, Russia, India. La Cina nel silenzio generale si è comprata un terzo dell’Africa, portando luce nei villaggi e però distruggendo le colture di sempre, per sfamare la propria popolazione. Il fattore demografico sarà molto più rilevante di quello democratico nei prossimi anni, con buona pace perfino della Rivoluzione francese.

Ma intanto Trump sposta l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, incorona la città sacra per definizione come capitale di Israele e dimentica, volutamente, la questione palestinese (per altro in questo è in ottima compagnia). Qualcuno avrebbe dovuto spiegare al Presidente americano che per ritrovare smalto nella politica estera sarebbe stato fondamentale per lui (e per estensione per tutti gli USA) avere un ruolo da mediatori del conflitto israelo-palestinese. Ma tant’è.

Per dovere di cronaca va detto che in effetti la trovata trumpiana poggia i piedi nella più bieca tradizione di cieca politica estera statunitense. La sua decisione infatti dà seguito alla legge del Congresso Usa del 1995, che in effetti riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele. Da allora ad oggi però ogni presidente americano, perfino il più folle, di sei mesi in sei aveva rinviato l’operatività della legge, con un chiaro significato geopolitico e forse anche simbolico. Tutti fino a Donald Trump.

Deve aver pensato che si trattava di una farsa, ma soprattutto che sarebbe stato un ottimo diversivo contro le accuse e gli scandali interni. Lo stesso pensa oggi anche Netanyahu, unico a brindare dopo il tweet di Trump. Anche lui spera, probabilmente, di allontanare per un po’ dà sé i riflettori e i tanti problemi legati alle inchieste giudiziarie domestiche.

L’OLP ovviamente condanna la decisione americana “perché apre le porte all’inferno”. Più mite l’Onu, che, anziché richiamare ufficialmente gli Stati uniti, si limita a scrivere per vie ufficiali “Ogni misura unilaterale mina le prospettive reali di pace”. L’Europa non ha quasi proferito parola, né per canali ufficiali, tantomeno ufficiosi, da quel che si sa. L’unico che brinda, a distanza, assieme a Trump e Netanyahu, è lo zar di tutte le Russie, Valdimir Putin. Con questa mossa dell’ex nemico americano la sua influenza sul Medio Oriente sarà ancora più forte, con buona pace, si spera, di tutti e qualche guerra più intensa qua e là, in attesa forse che il focolaio prenda vigore da sé e si trasformi, vuoi mai, nella Terza Guerra mondiale.

Occhi puntati sul Medio Oriente, ma anche sull’Asia, non si sa mai.