MA CON RENZI SI VINCE

DI ALESSANDRO GILIOLI

Adesso è il momento di andare un po’ indietro con la memoria. Non di tanto, di quattro anni esatti.

Alla fine del 2013 gli elettori e i simpatizzanti del Pd erano stremati da un gruppo dirigente autoreferenziale che aveva “non vinto” le elezioni di febbraio, poi aveva combinato un casino incredibile con l’elezione per il Quirinale (Marini, Prodi, i 101, il Napolitano bis…), infine si era arreso a fare un governo con Berlusconi dopo aver tentato di farne uno con Grillo.

È da quel disastro – con conseguenti dimissioni di Bindi dalla presidenza e di Bersani dalla segreteria – che è scaturito il voto alle primarie di dicembre. Quando quasi due milioni di elettori dem si affidarono a un sindaco giovane e dinamico, con una fortissima immagine di innovatore e soprattutto di winner.

Detta in modo più diretto: gli elettori del Pd non ne potevano più di perdere o al massimo pareggiare: e hanno scelto uno il cui scopo fondamentale era vincere. Per fare cosa magari lo vedremo poi, ma intanto con questo si vince.

E tanta era la tensione verso l’agognata vittoria che perfino Stefano Fassina, pochi mesi dopo, si è commosso per quel 40 e passa per cento ottenuto alle europee da quello che era ancora il suo partito.

Più tardi Fassina ha capito che con quel 40 per cento Renzi avrebbe fatto tutto il contrario di quello che il Fassina medesimo avrebbe voluto dal Pd, ma il mantra “con Renzi si vince” è rimasto lo stesso inciso nella mente di milioni e milioni di persone, con sincero amore verso il partito. In fondo parliamo – in gran parte – di un popolo che aveva perso tutta la vita quando c’era il Pci e con Prodi aveva vinto al pelo, producendo così governi deboli ed effimeri. Invece i risultati di Renzi erano reboanti, così come la sua sicurezza di sé. Nel chiacchiericcio da bar si diceva spesso che sarebbe durato vent’anni, come Berlusconi.

“Con Renzi si vince”: e qualcuno ci scrisse perfino, in ottima fede, un romanzo da premio Strega.

E ancora dopo il referendum di un anno fa, parecchi sostenevano che il 40 per cento di Sì equivaleva al 40 per cento preso alle europee, insomma erano tutti o quasi voti per il Pd. Certo, qui siamo quasi nella categoria dell’autoipnosi, ma il solo fatto che molti credessero in questa tesi rende l’idea di quanto fosse penetrata, nell’immaginario dei dem, l’identificazione tra il segretario e la vittoria.

L’esercizio di memoria finisce qui, torniamo al presente.

E il presente è una parabola finita in catastrofe, culminata ieri con la sparizione degli alleati di Renzi sia alla sua destra (Alfano) sia alla sua sinistra (Pisapia), una sparizione avvenuta subito dopo aver fatto una legge che premia le coalizioni: e il Pd, rimasto da solo, difficilmente raggiungerà il 25 per cento. «Ormai la partita è tra centrodestra e Grillo», ammette oggi perfino Tabacci.

Ma attenzione, perché se si ragiona al netto dei risentimenti personali non c’è molto di divertente in questa catastrofe.

Primo, perché rischia di rispedire al governo i peggiori, cioè Berlusconi e Salvini, vale a dire l’illegalità e il razzismo.

Secondo, perché – con la sua bolla esplosa nel nulla – Renzi ha distrutto per molti anni (o forse per sempre) qualsiasi ipotesi di governo progressista in questo Paese, vuoi con alleanze alla portoghese vuoi con prospettive di alternativa come in Spagna e nel Regno Unito.

Terzo, perché nella migliore delle prospettive in primavera non vincerà la destra ma non ci sarà neppure una possibile maggioranza diversa, quindi il Paese rischia lo stallo politico per mesi, l’attacco degli speculatori, e probabilmente una nuova rissa per cambiare di nuovo la legge elettorale.

Il tutto mentre la situazione sociale è quella che ci ha detto ieri l’Istat e la situazione psicologica è quella che ci ha spiegato il Censis. Cioè povertà e rancore. E in questo mix non è strano che rialzino la loro testa rasata perfino i fascisti.

Questa è la sintesi della parabola renziana. Ripeto: da cittadini responsabili, data la situazione in cui ci troviamo e gli scenari che abbiamo di fronte, non c’è affatto da fare i caroselli. Semmai c’è da chiedersi se e quando gli elettori del Pd si emanciperanno dall’illusione che “con Renzi si vince”. E si libereranno di chi li ha portati (e ci ha portati) fin qui.