ARGENTINA: CHIESTO MANDATO DI ARRESTO CONTRO CRISTINA KIRCHNER PER IL CASO AMIA

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

“Arrestate la presidenta”. Martedì scorso, il giudice federale Claudio Bonadio ha chiesto al Senato l’autorizzazione all’arresto di Cristina Kirchner, ex presidente argentina, con l’accusa di tradimento, per aver tentato di coprire il ruolo dell’Iran nell’attentato del 1994 contro l’Amia (Associación mutual israelita argentina, nella foto), un centro della comunità ebraica a Buenos Aires.
Cristina Kirchner, che ha governato per due mandati, dal 2007 al 2015, è attualmente senatrice e gode dell’immunità parlamentare, per la cui rimozione serve il voto di due terzi del Senato. Rischia da 10 a 15 anni di carcere.
Per lo stesso caso, sono stati arrestati Carlos Zannini (funzionario all’epoca della presidenza di Cristina) e Luis D’Elia, dirigente sindacale. L’ex ministro degli Esteri Hector Timerman è agli arresti domiciliari per le sue cattive condizioni di salute.
L’attentato contro l’Amia (86 morti, compreso un attentatore suicida, e 300 feriti) risale al 1994, sotto la presidenza di Carlos Menem. Era stato preceduto, due anni prima, da un altro attentato, questa volta contro l’ambasciata di Israele, dove morirono 22 persone e oltre 200 furono ferite. La prima pista indagata fu quella siriana, anche in relazione alle origini di Menem e ai suoi ambigui rapporti con Damasco, con un presunto sostegno siriano alla campagna presidenziale di Menem in cambio di alcune richieste, come la fornitura al paese mediorientale di tecnologia nucleare. Accordi che Menem non avrebbe rispettato: i due attentati sarebbero stati una forma di ritorsione e avvertimento.
Le indagini, dopo anni di inerzia, avrebbero dovuto riprendere vigore sotto la presidenza di Nestor Kirchner, che nel 2004 nominò un magistrato, Alberto Nisman, a capo di un intero ufficio che doveva occuparsi esclusivamente dell’attentato all’Amia. Dopo il tentativo di mettere sotto accusa Menem, la pista siriana fu totalmente abbandonata a favore di quella iraniana. Nel frattempo, però, Teheran era diventato partner commerciale dell’Argentina e, da parte di alcuni esponenti della comunità ebraica, c’era il timore che il governo non fosse più interessato all’accertamento della verità. All’inizio del 2015 Nisman accusò Cristina, che stava per concludere il suo secondo mandato, di un tentativo di insabbiamento delle prove che avrebbero inchiodato gli iraniani.
Nell’occhio del ciclone, un “memorandum de entendimiento” del 2013, un accordo economico tra Argentina e Iran, relativo soprattutto a una collaborazione su questioni energetiche e alla formazione di una commissione congiunta argentino-iraniana per arrivare una volta per tutte una verità giudiziaria. L’accordo venne approvato dal parlamento e si convertì in legge, ma successivamente fu dichiarato anticostituzionale e abrogato.
Nel 2008 Nisman aveva appoggiato la possibilità dell’accordo, come passo avanti verso l’accertamento della verità, ma con un improvviso voltafaccia, a partire dal 2013, affermò che nascondeva l’intenzione di Cristina di scagionare i sospettati iraniani e insabbiare le indagini. Nisman, a sostegno della propria ipotesi, insistette molto su una presunta pressione esercitata da Cristina sull’Interpol affinché ritirasse il mandato di cattura internazionale sui presunti sospetti, circostanza sempre smentita dall’allora segretario generale dell’Interpol, Ronald Noble, che aveva a sua volta accusato Nisman di mentire e aveva manifestato pubblicamente il proprio fastidio davanti all’insistenza del magistrato.
Va anche detto che l’Iran, grazie alla mediazione di Timerman, aveva approvato una rogatoria grazie alla quale Nisman sarebbe potuto andare a Teheran a interrogare i sospetti, possibilità di cui il giudice non aveva voluto approfittare, in quanto a suo parere non offriva sufficienti garanzie.
Nisman cercò in più occasioni di mettere sotto accusa Cristina, senza riuscirci, finché a gennaio 2015 fu ritrovato morto per un colpo di pistola alla testa, nel bagno di casa sua, con il corpo contro la porta chiusa, una posizione che apparentemente smentiva la possibilità di un omicidio. L’opinione pubblica e la politica argentina si polarizzarono subito. Da una parte, chi riteneva Nisman vittima di un omicidio ordinato per impedirgli di riferire, pochi giorni dopo e per l’ennesima volta, i suoi sospetti al parlamento. Dall’altra, chi avvalorava l’ipotesi di un suicidio, anche perché nel frattempo erano emersi fondi neri e pagamenti segreti ricevuti dal magistrato, messo sotto pressione dall’opposizione perché concretizzasse le sue accuse contro la presidente.
Alla morte di Nisman le indagini passarono a Daniel Rafecas, magistrato famoso per il suo impegno contro l’antisemitismo e a favore dei diritti umani. Questi non vide estremi penali nell’accordo con Teheran, dal momento che il memorandum era stato approvato dal parlamento e in ogni caso non era mai stato attuato perché successivamente dichiarato incostituzionale. Il passaggio parlamentare trasforma il memorandum una scelta di politica estera del paese, che può essere giudicata dal punto di vista politico, ma non penale.
Successivamente però il caso passò a Claudio Bonadio, giudice gradito al governo, che prima del 2004 era stato un dei magistrati che aveva indagato sull’attentato all’Amia (dal quale era poi stato escluso), senza mai sollevare la possibile pista iraniana.
L’accusa formulata contro Cristina Kirchner è particolarmente grave, perché per Bonadio l’attentato non è stato semplice terrorismo, ma un vero atto di guerra contro lo stato argentino.
Il peso di questa vicenda sugli equilibri della regione è molto forte. Non è un caso che la pista iraniana si sia imposta come unica possibile nell’indagine sull’Amia – rimasta in stallo per anni – poco dopo l’ingresso del Venezuela nel Mercosur, avvenuto nell’agosto del 2012 (il paese è stato poi sospeso quest’anno, in seguito alle accuse di violazione dei diritti umani contro l’attuale presidente Nicolás Maduro). L’ingresso di Caracas nel mercato comune del Sudamerica causò non pochi malumori: l’allora presidente Hugo Chavez era particolarmente inviso agli Usa. Primo, per le sue politiche radicali che avrebbero spostato ulteriormente a sinistra l’asse dei governi progressisti sudamericani (Argentina, Uruguay, Brasile, Ecuador, Bolivia). Poi, per il suo rifiuto di entrare nell’Alca (l’area di libero commercio di tutta l’America) e per la sua scomoda alleanza con Teheran, legata principalmente al petrolio, che avrebbe messo in crisi gli equilibri della regione, in caso di attacco degli Usa contro l’Iran. Intenzione confermata in questi giorni dall’attuale presidente Donald Trump, con la provocazione di spostare l’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme, decisione che ha suscitato le ire di tutto il Medio Oriente e in particolare dell’Iran.