ACCORDO PER UNA BREXIT SOFT, MA IL DIFFICILE ARRIVA ORA

DI GIORGIO DELL’ARTI

Ah, quindi questa interminabile discussione è finita una volta per tutte?
Certo che no, la strada è ancora lunga. Anzi, come ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, «la sfida più difficile è ancora davanti a noi». Ieri si è trovato un accordo sui termini del divorzio, soprattutto su tre grandi questioni: i diritti dei cittadini di altri paesi dell’Ue residenti nel Regno Unito; i soldi che il Regno Unito dovrà dare all’Unione per gli impegni che aveva già preso prima del referendum; il confine tra l’Irlanda (membro dell’Ue dal 1973) e l’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito).

Andiamo con ordine. Quanti sono i cittadini dell’Unione Europea residenti in Gran Bretagna?
Sono circa tre milioni e – cosi come il milione di britannici che vivono nell’Ue – «manterranno gli stessi diritti di oggi», è scritto nel documento di 15 pagine reso pubblico. Le disposizioni si applicheranno non soltanto a chi si trasferirà entro il 29 marzo 2019, data in cui la Brexit sarà ufficialmente realtà, ma varranno anche per tutto il periodo transitorio di due anni. In sostanza, fino ad allora potranno circolare liberamente e continuare a lavorare e studiare alle stesse condizioni di oggi, così come i membri della famiglia manterranno il diritto alla riunificazione e saranno conservati i diritti alle prestazioni sociali. La giurisdizione a cui dovranno rispondere è quella delle corti britanniche ma l’accordo stabilisce che, per altri otto anni dopo l’entrata in vigore della Brexit, la Corte di giustizia dell’Ue continuerà a essere l’ultimo tribunale a cui potranno appellarsi per controversie legali.

E per quanto riguarda i soldi? Quanto dovrà pagare Londra per uscire dall’Unione Europea?
Non ci sono ancora cifre precise, si stima che il Regno Unito dovrà sborsare una cifra tra i 40 e i 60 miliardi di euro. Di certo c’è che la May ha confermato che la Gran Bretagna rispetterà tutti gli impegni finanziari fino al 2020, contribuendo al budget dell’Unione.

Mentre il tema del confine irlandese come è stato risolto? Mi par di aver capito che nelle ultime settimane è stata questa la rogna maggiore.
La questione è centrale perché la frontiera irlandese è lunga circa 400 chilometri e dopo la Brexit resterà l’unico confine terrestre tra l’Ue e il Regno Unito, a parte Gibilterra. Theresa May ieri ha detto che tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord non ci sarà una «frontiera rigida», nel pieno rispetto degli accordi del Venerdì Santo del 1998, a cui si è arrivò dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani. La premier ha sottolineato che sarà preservata l’integrità del Regno Unito, anche se l’Irlanda del Nord godrà di uno statuto speciale: Belfast e Dublino dovrebbero quindi applicare le stesse regole per quanto riguarda il mercato unico e l’unione doganale. Ma è evidente che la May dovrà trovare in poco tempo una soluzione che di fatto ancora non c’è.

Adesso cosa succederà?
Giovedì e venerdì della prossima settimana i 27 capi di Stato e di governo dell’Unione si riuniranno a Bruxelles, dovranno approvare l’accordo stipulato ieri e dare il via libera ai negoziati per la fase due, quella che riguarda il periodo transitorio e la futura relazione tra Gran Bretagna ed Europa. Il nodo centrale è trovare un’intesa per una sorta di accordo commerciale di libero scambio. Per quanto riguarda invece il periodo transitorio di due anni chiesto da Londra, «siamo disposti a concederlo, ma alle nostre condizioni», ha spiegato Tusk. Vuol dire che il Regno Unito potrebbe restare fino a marzo 2021 nel mercato unico e nell’unione doganale, rispettando le norme comunitarie, senza però poter intervenire sulla loro stesura. In questi due anni i britannici non parteciperanno più ai Consigli e saranno fuori dal Parlamento Europeo. I dettagli della fase due andranno definiti entro l’autunno del 2018, per permettere ai rispettivi parlamenti di avere il tempo di ratificare l’accordo, che, come detto, diventerà definitivo alle 23 del 29 marzo 2019. Ma da qui all’autunno del prossimo anno c’è il forte rischio per la May di dover abbandonare la guida del governo. È sempre più in difficoltà, con una maggioranza risicata in parlamento e una netta spaccatura nel Partito Conservatore, con gli euroscettici più duri guidati dal ministro degli Esteri Boris Johnson, il rosso già sindaco di Londra. E, a proposito di Londra, l’attuale primo cittadino Sadiq Khan ha evocato la possibilità che la capitale resti nel mercato unico dopo la Brexit, una sorta di repubblica indipendente sulle rive del Tamigi, per evitare un’emorragia di investimenti e di posti di lavoro. È solo una suggestione per il momento. D’altra parte anche la vittoria della Brexit al referendum dello scorso anno per gli esperti era solo un’ipotesi delirante.