ADDIO A DON ANTONIO RIBOLDI, PRETE DELLA LOTTA ALLA CAMORRA

DI CHIARA FARIGU

Se n’è andato in punta di piedi don Antonio, come amava definirsi nonostante fosse stato “Monsignore” in quanto vescovo di Acerra per 21 anni. Un modo per sentirsi più vicino a chi della sofferenza ne aveva fatto, suo malgrado, la propria compagna di vita. Si è sempre sentito un “prete di strada” don Riboldi, cantare messa o unire in matrimonio le coppie del momento non potevano bastare a colmare quel grande desiderio di donarsi completamente agli altri.

Nato Tregasio, frazione di Triuggio, nel cuore della Brianza, nel 1923, fu nominato sacerdote nel 1951, a Santa Ninfa nel Belice. E’ in Sicilia che comincia la sua missione, il suo vero apostolato nel pieno spirito dei Rosminiani, la congregazione religiosa alla quale apparteneva. Dedicarsi, con carità, verso il prossimo, sarà per don Antonio, fin da allora, la strada maestra che segnerà la sua attività a fianco di chi è sconfitto dalla vita. Una terra martoriata dalla disoccupazione, dalla sottomissione alla cosche mafiose e, nel ’68 anche da uno dei terremoti più devastanti che l’Italia abbia mai conosciuto. Divenne il prete dei terremotati, la voce di chi chiedeva aiuto e interventi per ripristinare case e cose distrutte dal sisma tellurico. “Un prete deve sapersi sporcare le mani”, era solito dire. E le sue sapevano di terra, di sudore e di povertà alla stregua di quanti si guadagnavano con sacrifici il pane da portare in tavola. Ha segnato un pezzo di storia incancellabile don Antonio nel Meridione.

La sua esperienza nel Belice gli tornerà preziosa ad Acerra dove fu nominato vescovo e dove, fin da subito, mise il suo impegno nella lotta contro la criminalità negli anni caldi in cui Raffaele Cutolo era il capo incontrastato della camorra. Combattente nato e grande comunicatore, due peculiarità che ha rivestito con la naturalezza che lo hanno contraddistinto sempre. Amava i giovani e i giovani lo ripagavano in egual misura. E con loro, gli studenti di Acerra, diede vita ad movimento contro la camorra. Movimento che da Acerra, in poco tempo, si propagò nel resto d’Italia. Un segnale volto al cambiamento che si poteva ottenere solo grazie alla conoscenza, partendo proprio dalle scuole e dagli studenti.

Altro cavallo di battaglia di don Riboldi, le carceri. Fervente assertore che la riabilitazione vale più della punizione, ha girato in lungo e in largo gli istituti detentivi italiani. “Sono loro, i carcerati, la mia umanità, invisibile ai più. E’ riconoscendo la loro storia che possiamo provare ad aiutarli a ripartire. Loro, gli invisibili, hanno bisogno di adulti presenti, di persone che, guardandoli negli occhi, ne riconoscano l’esistente”. E lui era presente con le parole ma soprattutto con le opere perché “c’è sempre una possibilità di cambiamento per chi ha sbagliato”. Con le donazioni dei fedeli riuscì a far costruire nel carcere minorile Beccaria un campo di calcetto in erba sintetica perché lo sport di squadra insegna prima di tutto il rispetto delle regole, verso se stessi e gli altri.

Sempre in prima linea con chi soffre e con chi combatte per ottenere giustizia, eccolo pronto a dare il proprio supporto nella Terra dei fuochi a fianco di chi chiede il diritto alla vita e alla salute in un ambiente devastato dagli scarichi industriali gestiti dalla camorra che, coi loro fumi velenosi, hanno incrementato oltre ogni limite le morti per tumore di grandi e piccoli.

Combattente, comunicatore e maestro di vita, sino alla fine. Sino a poche ore fa quando, a 94 anni, ha chiuso gli occhi per sempre. Lasciando un patrimonio di pensieri ed opere a disposizione di chi voglia raccogliere il testimone

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