IL FURBETTO DIJSSELBLOEM NON E’ PIU’ PRESIDENTE EUROGRUPPO, MA AVRA’ UN POSTO AL SOLE

DI: MARINA POMANTE



Jeroen Dijsselbloem, un personaggio assurto alle cronache per aver espresso con troppa leggerezza e con malcelato razzismo, giudizi verso Paesi del sud Europa. Un uomo che ha sprecato l’occasione di essere ricordato per aver fatto altro. Un ruolo importante, sciupato da un sentimento sprezzante…
Ma vediamo di capire chi è.

Jeroen Dijsselbloem dal 5 novembre 2012 è stato il Ministro delle finanze olandese del secondo Governo guidato dal premier Mark Rutte.
Dal 21 gennaio 2013 è nominato presidente dell’Eurogruppo, il comitato dei ministri delle finanze dell’Eurozona, costituita dagli Stati dell’Unione europea che hanno adottato l’euro, succedendo a Jean-Claude Juncker, e che sta per cedere la presidenza al neoeletto Mario Centeno, il ministro delle Finanze portoghese.
Dijsselbloem è stato alla guida, a partire dal 1° febbraio 2013, dell’operazione di nazionalizzazione dell’ente finanziario olandese SNS Reaal, scongiurandone la bancarotta. Questo intervento non è stato indolore per gli azionisti e per i creditori che sono stati espropriati dei titoli senza alcuna compensazione, inoltre, le altre banche nazionali hanno dovuto contribuire al salvataggio con cifre fino a un miliardo di euro.

Jeroen René Victor Anton Dijsselbloem, nato a Eindhoven il 29 marzo 1966 convive con la sua compagna Jildau Piena, in una cittadina universitaria a un centinaio di chilometri da Amsterdam ed è padre di due figli. E’ un politico olandese membro del Partito del Lavoro (PvdA).
Nato in una famiglia di insegnanti, ha frequentato le scuole cattoliche ed ha poi seguito il corso di laurea in Economia e Politica agraria, presso l’università pubblica di Wageningen con studi in economia e commercio, politiche agrarie, storia sociale ed economica, ottenendo la laurea di ingenieur nel 1991, equivalente ad un Master of Science.
E’ stato ricercatore di economia nel 1991 presso l’University College Cork in Irlanda.
Dal 1994 al 1997 è membro del “consiglio municipale di Wageningen” e membro della Tweede Kamer (la Camera Bassa) dei Paesi Bassi nelle legislature 2000–2002 e 2002–2012. Nel 2007 ha condotto la Commissione parlamentare sulla riforma dell’istruzione.

LE CRITICHE A DIJSSELBLOEM
Nel marzo 2013 Dijsselbloem ha diretto i negoziati per la crisi finanziaria di Cipro, attirandosi non poche critiche per aver creato un precedente, forzando il prelievo dai depositi bancari come parte del salvataggio delle banche. Dijsselbloem ha commentato: “Sono abbastanza fiducioso che i mercati vedranno questo come un approccio ragionevole, molto contenuto e diretto, invece di un approccio più generale … obbligherà tutte le istituzioni finanziarie, così come gli investitori, a pensare ai rischi che corrono, perché ora dovranno rendersi conto che si può anche far loro del male.” Ha Inoltre dichiarato al Financial Times e alla Reuters che il salvataggio di Cipro è stato un modello per la risoluzione dei rischi di bancarotta per i sistemi bancari. Due giorni dopo però si è contraddetto dicendo che Cipro, non è stato un modello.

Ad inizio anno 2015, è stato impegnato nella gestione del “debito greco”, respingendo nel mese di febbraio, la richiesta di Yanis Varoufakis, ministro delle finanze greco, di convocare una conferenza di tutti i paesi europei per la ristrutturazione del debito, motivando che la gestione delle trattative compete al solo eurogruppo che presiede.

LA DICHIARAZIONE FATALE
Lo scorso marzo, il Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) pubblica una sua intervista, dove riferendosi ai Paesi del sud Europa sostiene: “Durante la crisi dell’euro, i paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i paesi interessati dalla crisi. Come socialdemocratico, dò grande importanza alla solidarietà, ma ci sono anche dei doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in alcool e donne e poi chiedere aiuto”. Naturalmente questa dichiarazione ha attirato molte proteste da tutte le parti, non solo dagli Stati dell’Europa meridionale.

IL “FALCO” NELLA BUFERA
Reduce da pochi giorni, dalla sconfitta elettorale del suo Partito alle elezioni olandesi, il ministro delle Finanze e presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha evidentemente perso anche la testa. L’intervista al FAZ, con la sua pesante dichiarazione considerata da molti, inutilmente offensiva nei confronti dei Paesi del Sud dell’Europa, ha provocato indignazione a tutti i livelli. Il suo nome, è rimbalzato sui social network di diversi Paesi, dove si è evidenziato con un certo sarcasmo, che nel Paese di Dijsselbloem (dai toni morigerati all’indirizzo degli altri…), sono diffusi i “coffee shop” e le “ragazze in vetrina”…
Le sue parole sono “vergognose e inaccettabili”, così aveva replicato lo stesso Partito Socialista Europeo, del quale fa parte anche il Partito Laburista di Dijsselbloem.
Tutti i più alti livelli della Politica, si sono uniti al coro di proteste contro queste infelici esternazioni.
Solo due giorni prima, i ministri dell’Eurozona gli avevano espresso rinnovata fiducia a dispetto della probabile perdita del posto di ministro delle Finanze nel prossimo Governo olandese, ricordando che il suo incarico sarebbe scaduto a gennaio 2018.
Dijsselbloem si è difeso dagli attacchi, escludendo qualsiasi intenzione di sue dimissioni e si è detto dispiaciuto per le offese, ma ha precisato che la sua frase non si riferiva ai Paesi del sud, ma a tutti indistintamente, aggiungendo inoltre che tale frase che appare rigida, viene da una cultura olandese severa e calvinista.
Tale dichiarazione è giunta dopo che per tutta la giornata, si erano moltiplicati gli appelli perché il ministro delle Finanze olandese si dimettesse dalla presidenza dell’Eurogruppo. Quelle parole sono “razziste, xenofobe e sessiste”, aveva dichiarato il Premier del Portogallo Antonio Costa, durante una conferenza stampa a Lisbona, aggiungendo che: “L’Europa sara’ credibile come progetto comune solo il giorno in cui Dijsselbleom smetterà di essere capo dell’Eurogruppo e si scusera’ chiaramente con tutti i Paesi e i popoli che sono stati profondamente offesi dalle sue dichiarazioni”.
Insomma la spiegazione di Dijsselbloem non parrebbe aver convinto nessuno, particolarmente seccate furono in quell’occasione le parole del presidente del gruppo dei socialisti e democratici, Gianni Pittella: “Non è la prima volta che Dijsselbloem esprime opinioni economiche e politiche che contraddicono la linea della famiglia progressista europea. Ora con queste parole scioccanti e vergognose alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, è andato molto oltre, usando argomentazioni discriminatorie contro i Paesi dell’Europa del Sud. Non ci sono scuse o ragioni per usare un tale linguaggio specialmente da uno che dovrebbe essere progressista. Mi chiedo davvero se una persona con queste convinzioni possa ancora essere considerato adatto a fare il presidente dell’Eurogruppo”.

ITALICHE RIMOSTRANZE
Anche se il nostro Paese non era oggetto specifico della frase “incriminata”, le polemiche non hanno tardato ad emergere e le richieste di dimissioni, sono arrivate sia dal Governo che dall’opposizione.
“Dijsselbloem ha perso una ottima occasione per tacere”, scrisse su Facebook l’ex Premier italiano Matteo Renzi: “gente come Dijsselbloem, che pure appartiene al partito socialista europeo anche se forse non se ne è accorto, non merita di occupare il ruolo che occupa e prima si dimette meglio è, per lui ma anche per la credibilità delle istituzioni europee”.
Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, dichiarò di essere “rimasto molto colpito” dalle “parole irricevibili” di Dijsselbloem: senza scuse sentite e chiare, formali e pubbliche” va messa in discussione “la sua permanenza” come presidente dell’Eurogruppo.
Perfino da Matteo Salvini (non proprio esempio di tolleranza razziale), arrivarono dichiarazioni aspre: “Quelle parole sono la rappresentazione migliore di questa Europa di matti”.
L’ex premier ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi scelse invece la strada dell’ironia e commentò di aver colto nelle parole di Dijsselbloem “un grande senso di invidia…”
Il Movimento 5 Stelle, ben rappresentato al Parlamento europeo e i cui esponenti erano presenti alla contestata audizione del presidente dell’Eurogruppo a Bruxelles, chiese le “immediate dimissioni” di Dijsselbloem. In una nota del M5S si legge: “È inaccettabile che il presidente, in carica dal 2013, e con in mano le chiavi della moneta unica, si esprima in questi termini. La visione di Europa di Dijsselbloem è ben evidente nelle politiche di questa Unione: una presunta superiorità economica, morale e anche culturale, dei Paesi del Nord a danno di quelli del Sud. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Europa ridotta in macerie dai burocrati come Dijsselbloem”.

VAROUFAKIS A RISCHIO SCONTRO FISICO
Jean-Claude Juncker il suo predecessore, ha guidato i ministri dei Paesi euro per 8 anni, a partire dalla nascita dell’Organismo. Il suo primo atto fu quello di ridurre la durata delle riunioni, dopo gli anni della crisi greca in cui erano frequenti le nottate attorno al tavolo dei 19 ministri. Ma dopo la vittoria di Syriza e il governo Tsipras nel 2015, anche Dijsselbloem dovette presiedere lunghe riunioni notturne dell’Eurogruppo. Dopo l’uscita dal Governo greco del principale “avversario” Yanis Varoufakis (col quale, nel corso di una riunione nel febbraio 2015, secondo quanto si seppe successivamente, era arrivato vicino ad avere addirittura uno scontro fisico dopo le accuse reciproche di mentire), Dijsselbloem riuscì nel luglio di quell’anno ad avviare un terzo programma di aiuti internazionali.
Nonostante la sua appartenenza politica alla socialdemocrazia europea, Dijsselbloem è sempre stato considerato un “falco”, vicino alla Germania nella difesa dell’austerità contro la disinvoltura con cui i paesi del sud dell’Europa hanno considerato la spesa pubblica negli anni passati. E pur avendo recentemente sottoscritto l’approccio “flessibile” adottato negli ultimi anni dalla Commissione europea, concedendo spazio alle decisioni di finanza pubblica a Italia, Portogallo, Spagna e Francia, ancora in un’intervista di qualche tempo fa, è tornato a dire, riferendosi all’Italia, che “il rigore non è la causa di una crescita debole: i bilanci devono essere in ordine” anche se questo obiettivo si puo’ raggiungere con gradualità. E in questa tendenza rientra anche l’ultima dichiarazione, quella che avrebbe potuto costargli la presidenza dell’Eurogruppo prima del tempo.

CONSEGNATO ALLA STORIA
Ma che ne sarà del “povero” Jeroen Dijsselbloem, fuori dalla Presidenza europea dei ministri dell’economia e fuori anche da incarichi di Governo nel suo Paese, visto che il suo partito ha perso le elezioni? Non dovremmo attivare una sottoscrizione, né dovremmo ricorrere ad una colletta stile “Telethon” in suo soccorso, perchè lui, si è già assicurato un posto di tutto rilievo, andrà a ricoprire l’incarico (ben remunerato) di consulente del Meccanismo europeo di stabilità, o Fondo Salvastati, un incarico da 14.500 euro al mese per un impegno di un paio di giorni a settimana.
I popoli europei continueranno a far i conti con l’austerity e Dijsselbloem, continuerà ad incassare il suo stipendio d’oro.
Ormai quanto discusso su questo (ex presidente dei ministri dell’economia europea) è da considerare archiviato poiché alla presidenza, è stato designato, pochi giorni fa il portoghese Mario Centeno che parrebbe essere non solo più pacato nel pensiero ma soprattutto nel modo di agire che sebbene seguirà l’ortodossia imposta dall’Europa, probabilmente sarà capace di portare innovazione nelle rigide regole imposte fin’ora, almeno questo è ciò che si evince dall’osservazione di quanto sia riuscito a fare il Governo presieduto da Antonio Costa, nel suo Paese. Ci auguriamo tutti che il prossimo presidente, saprà cavalcare degnamente lo spirito socialista al quale ha ispirato la sua vita e saprà infonderne stille a tutti i cittadini dell’Europa Unita, cancellando il ricordo di espressioni offensive, gettateci in faccia dal suo predecessore.