MAFIA, P2, OMICIDI, BANCAROTTE, TANGENTI: LE “OPERE DI RELIGIONE” EREDITATE DA PAPA FRANCESCO

DI ANGELO DI NATALE

Il licenziamento in tronco – fulmineo e segretissimo nelle sue motivazioni – di Giulio Mattietti, vice direttore generale dello Ior, nel nome “Istituto per le opere di religione” ma nei fatti vera cassaforte delle finanze del Vaticano e dei suoi attivi di sei miliardi e mezzo di euro, è l’ennesimo episodio che a buon diritto possiamo iscrivere nella lunga sequenza di affari, guerre di potere, veleni e misteri che da sempre tormentano – anche al di fuori dei suoi intrecci perversi con la mafia, la P2 e i servizi segreti deviati documentati dalla saga Marcinkus-Calvi-Gelli-Sindona e la mafia siciliana – l’esistenza di questa cassaforte della Chiesa cattolica.
Quasi due settimane dopo, sono mantenute top secret le vere cause che hanno determinato la cacciata del numero due della “banca vaticana”, segno che questa volta non c’è stato, e probabilmente non ci sarà, spazio per fughe di notizie o corvi di ogni movente.
Di certo c’è solo la motivazione ufficiale che parla di rottura irreversibile del rapporto di fiducia e di un problema che, come in ogni impresa – tanto più quando si tratti di figure di alta responsabilità – si risolve unicamente in questo modo.
Ci sono però le modalità – fulminee, senza appello, né riserve – a rivelare molto di più.
Mattietti è stato licenziato per decisione di Jean Baptiste de Franssu, membro della commissione di vigilanza dello Ior, senza che sia intercorso neanche un minuto tra una qualunque avvisaglia anche indiretta di tale provvedimento e la sua definitiva esecuzione.
La mattina di lunedì 27 novembre Mattietti – da vent’anni nello Ior, stimatissimo e soprattutto, almeno fino a qualche tempo fa, considerato funzionale al nuovo corso di papa Francesco – ignaro di tutto, si è visto notificare quella decisione e nello stesso istante accompagnare fisicamente alla porta, senza alcuna possibilità di mettere mano al computer, né alle carte custodite nel suo ufficio o nelle stanze dello Ior. Pare sia stato anche fisicamente scortato da gendarmi fino ai confini territoriali e, se anche questo dettaglio è stato successivamente smentito, il senso di questa separazione istantanea e definitiva del vice direttore generale dello Ior dai suoi uffici ne risulta pienamente confermato.
Se non la polizia personale del papa, quanto meno funzionari dell’Istituto hanno accompagnato Mattietti, debitamente privato di credenziali, badge e ogni strumento di accesso nei palazzi del vaticano, nel percorso di poche centinaia di metri per raggiungere la porta di Sant’Anna, confine più vicino con lo Stato italiano.
Il che da una parte conferma l’assoluta gravità dei motivi di un provvedimento che si abbatte su un dirigente preposto appena due anni fa ad un ruolo importante nel nuovo corso di pulizia e trasparenza voluto da Francesco e dall’altra rivela che a dettare questa modalità è stato l’assoluto bisogno che Mattietti non potesse più intervenire su alcun fatto interno o documenti d’ufficio, né acquisire copie o divulgare notizie.
Di certo c’è anche che sono in pochissimi a sapere cosa sia veramente successo all’interno del torrione Niccolò V e che si tratti di accadimenti assolutamente nuovi, mai oggetto finora di denunce o inchieste tanto meno penali. Solo un’indagine amministrativa interna, sicuramente recente, custodirebbe il segreto del provvedimento che è quasi contestuale al licenziamento di un altro dipendente di cui però non sono stati svelati né le cause, né l’identità.
Insomma un fulmine a ciel sereno che, da una parte, sembra proseguire all’infinito la sequenza storica di misteri e veleni che sempre hanno scosso il cuore finanziario d’Oltretevere e dall’altra pone dei dubbi sugli esiti dei disegni di cambiamento perseguiti da Bergoglio e, prima ancora, da Ratzinger.
Il primo pensiero di questo nuovo caso corre al suo immediato precedente, quello del revisore generale dei conti del Vaticano, Libero Milone, dimessosi dall’incarico il 19 giugno scorso dopo esser stato accusato di aver compiuto opera di dossieraggio su alcuni alti prelati e suoi superiori, accuse respinte con sdegno e decisione dall’interessato il quale ha fornito invece tutt’altre motivazioni che opererebbero su un piano di azione ritorsiva contro la sua correttezza morale, professionale e gestionale.
Finora non emergono elementi oggettivi a sostegno di questo collegamento.
Mattietti e Milone non si conoscevano e non avevano rapporti, osservano fonti interne, come conferma peraltro lo stesso Milone il quale, chiamato in causa, come riporta un tweet del giornalista Gianluigi Nuzzi, ha risposto: «Col numero due dello Ior, Mattietti, non avevo alcun rapporto. Non era nelle mie competenze avere rapporti di lavoro con lo Ior».
Anche a voler prendere per buona questa tesi di totale estraneità dei due casi, a venire escluso sarebbe solo un nesso funzionale, mentre altri collegamenti rimangono evidenti e credibili.
Mattietti aveva contatti di diverso tipo all’interno del Vaticano, anche con alcuni membri della Cosea, l’ormai sciolta commissione pontificia referente sui dicasteri economici della Santa Sede, voluta nel 2013 da Francesco, e i cui documenti sono poi finiti all’interno dei due libri che hanno aperto lo scandalo Vatileaks 2 che ha visto l’arresto di mons. Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui e nel quale sono stati coinvolti  i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
L’ex numero due dello Ior è solo l’ultimo di una lunga lista di persone allontanate negli ultimi anni dal Vaticano, il più delle volte su ordine di Francesco, e sempre in un contesto segnato da evidenti connessioni con le finanze della Santa Sede.
Tra questi monsignor Nunzio Scarano dipendente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (la “Banca centrale vaticana”), il già citato monsignor Lucio Vallejo Balda, coordinatore di Cosea e segretario della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, condannato insieme a Francesca Chaouqui, fino ad arrivare al cardinale George Pell, il numero uno delle finanze d’Oltretevere, posto in congedo per difendersi in Australia dalle accuse di avere coperto numerosi casi di pedofilia riguardanti alti prelati: un “colpo da maestro” assestato da Francesco il quale con una sola mossa di fatto ha deposto e consegnato alla magistratura l’uomo a cui aveva egli stesso affidato il nuovo corso della trasparenza finanziaria. Quindi il caso Milone.
Più di recente, il 10 ottobre scorso, il Vaticano aveva annunciato che «l’Istituto per le Opere di Religione ha avviato nei giorni scorsi davanti alle autorità giudiziarie competenti di Malta un’azione civile nei confronti di più soggetti terzi, ritenuti responsabili di averlo danneggiato significativamente nell’ambito di alcune attività di investimento cui l’Istituto ha partecipato». Andavano salvaguardati, proseguiva la nota, reputazione, investimenti economici e impegno per la trasparenza. I fondi maltesi chiamati in causa hanno contestato al Vaticano una inadempienza contrattuale non secondaria: avrebbe versato solo una parte del denaro da investire in base all’accordo sottoscritto.
In ogni caso dentro le mura del più piccolo Stato del mondo sono nel mirino gli investimenti finanziari che negli ultimi dieci anni hanno causato perdite ingenti. E, per limitarci solo ai fatti più recenti, basti richiamare i casi degli ex direttore e vicedirettore dell’istituto, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, in carica fino a metà 2013, condannati in Italia, nel febbraio scorso, per violazione delle normative antiriciclaggio; dell’ex presidente Angelo Caloia, sotto processo in Vaticano con l’accusa di peculato, insieme all’ex direttore Lelio Scaletti, deceduto nel frattempo.
Ma mentre questi casi appartengono al dissidio stridente tra il vecchio e nuovo corso, le vicende di Mattietti e Milone sono recenti, così come quella del cardinale George Pell, ex ministro delle finanze ora sotto processo in Australia per il caso degli abusi sessuali su minori.
In proposito c’è da dire che, se anche non appaiono elementi di collegamento tra i casi Mattietti e Milone, i due sono però accomunati dall’essere entrambi creature del cardinale australiano prefetto della segreteria per l’economia la cui caduta in disgrazia potrebbe travolgere anche Jean Baptiste de Franssu, il quale ha chiesto, o più probabilmente dovuto chiedere, il licenziamento di Mattietti, allontanato all’improvviso ed in modo plateale, esattamente come Milone, anche se, mentre Mattietti, almeno finora e pubblicamente, non ha avuto nulla da ridire, il revisore dei conti in una intervista accusò di non essersi dimesso volontariamente, ma di essere stato costretto, e raccontò: <<monsignor Becciu, sostituto alla segreteria di Stato, mi comunicò che il rapporto di fiducia col Papa si era incrinato e che il Santo Padre chiedeva le mie dimissioni. Ne domandai i motivi, e me ne fornì alcuni che mi parvero incredibili. Risposi che le accuse erano false e costruite per ingannare sia lui che Francesco. Per chiarire mi recai alla Gendarmeria vaticana dove notai subito un comportamento aggressivo: fui minacciato di arresto, il capo della Gendarmeria Giani, mi intimidì per costringermi a firmare una lettera che avevano già pronta>>.
Mattietti finora non ha detto pubblicamente una parola, ma è certo che la sua cacciata-lampo ha sorpreso e sconvolto quanti lo conoscevano. Infatti proprio nel “nuovo corso” era molto apprezzato. Laureato in fisica, già consulente nell’Information technology per i provider di Microsoft, Borland e successivamente anche IBM Italia, Mattietti nel ’97 era approdato allo Ior come sviluppatore e project manager. Al momento della nomina ad “aggiunto” (questa la dizione ufficiale del suo ruolo di numero due) del direttore generale Gianfranco Mammì godeva di grande fiducia proprio rispetto alle attese di moralizzazione e di cambiamento nutrite da papa Francesco.

Al di là dei fatti specifici a lui addebitati, con ogni probabilità paga la sua vicinanza a Pell. Come Milone, altra “creatura” del cardinale australiano i cui enormi poteri Francesco aveva via via ridimensionato fino al colpo finale.
Questi sviluppi, per molti aspetti ancora avvolti nel mistero, sembrano parlare di un passato duro a morire e di una crosta maleodorante, ancora depositata sul fondo di quel pozzo che ha alimentato e custodito alcuni tra gli scandali più gravi della storia italiana, e impossibile da rimuovere, nonostante il pugno fermo e la volontà ferrea del pontefice.
<<San Pietro non aveva una banca>> disse Bergoglio appena eletto, facendo capire così di potere fare a meno dello Ior, secondo il progetto che in appena un mese di pontificato papa Luciani aveva avuto modo di elaborare e che fu arrestato tragicamente dalla sua morte: l’arcivescovo Paul Marcinkus, le cui gesta avremo modo di ripercorrere brevemente, era ancora potentissimo e tale sarebbe rimasto per altri dieci anni sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, fino a quando a metterlo fuori gioco fu la magistratura italiana e non il Vaticano. Risulta difficile quindi cancellare i dubbi sulla fine improvvisa di quel papa, nell’impossibilità di acquisire le prove del suo non improbabile assassinio.
In anni recenti, lungo il filo che arriva fino ai casi Mattietti e Milone, sono finiti sotto inchiesta l’ex presidente dello Ior Angelo Caloia e il suo direttore generale Lelio Scaletti, per non chiare operazioni finanziarie; sono stati denunciati e allontanati il direttore generale Paolo Cipriani con il suo vice Massimiliano Tulli, recentemente condannati in Italia per violazione delle norme antiriciclaggio; e sono stati fatti dimettere due presidenti, l’economista Enrico Gotti Tedeschi e l’armatore Ernest von Freyberg.
Ovviamente più ci spostiamo indietro nel tempo e più, anziché la sola crosta tuttora resistente ad ogni tipo di intemperie, ci imbattiamo in quel gigantesco, un tempo granitico, edificio del malaffare insediato fin quasi dalle origini nelle viscere dello Ior.
Del resto ecco cosa affermava nel 2013 Nicola Gratteri, magistrato serio, rigoroso e sempre documentato, nel libro “Acqua Santissima” scritto con Antonio Nicaso: <<Papa Francesco è un ingombro per la ‘ndrangheta. E per le mafie che da decenni intrattengono rapporti di affari e di complicità con il Vaticano e con alcuni ambienti della Chiesa cattolica che hanno usato lo Ior, le diocesi e altri canali di istituzioni religiose per muovere denaro, investire, fare affari di ogni tipo. Grazie anche a legami con la massoneria>>. E di fronte a quell’ingombro, secondo Gratteri, le nuove cosche starebbero studiando il modo di sbarazzarsi del pontefice scomodo, che <<ha intrapreso una radicale opera di pulizia della Curia e di ciò che ruota attorno ai Sacri Palazzi>>.
Facciamo perciò un passo indietro e cerchiamo di scoprire come e quando sia nata questa potente infiltrazione criminale nel corpo finanziario del Vaticano e, inevitabilmente, nelle strutture di vertice dell’intero soglio di Pietro.
Lo Ior fu fondato, con questo nome, nel 1942, durante la guerra voluta dal regime fascista, e come esigenza avvertita dal papato in seguito ai Patti lateranensi cari a Mussolini.
Suo precedente può essere considerata la Commissione per le opere pie istituita nel 1887 da Leone XIII al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo di cui disporre facilmente. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di papa Pio X, l’istituto assunse il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione. Ma è nel ’42 che diventa una banca vera e propria, anche per gestire il miliardo (parte in contanti, parte in obbligazioni) concesso con i Patti dallo Stato italiano a titolo di risarcimento per la perdita del potere temporale in seguito all’unità d’Italia.
Lo Ior non è la banca centrale dello Stato del Vaticano (questa funzione è assolta dall’Apsa, Amministrazione patrimonio sede apostolica) ma è la sua banca d’affari che cura e gestisce tutte le sue finanze.
Ha sede nel palazzo apostolico, lo stesso edificio in cui si trova l’abitazione del papa che ne è l’unico azionista. Fino al 2013 a poterne conoscere i bilanci e ogni atto interno erano esclusivamente il papa, il ristretto collegio dei cardinali che per suo conto lo gestiscono, il prelato dell’Istituto, il Consiglio di sovrintendenza, la Direzione generale ed i revisori dei conti.
Solo quattro anni fa, per la prima volta, grazie alle riforme per la trasparenza e il, tardivo, adeguamento alle norme antiriciclaggio, avviate da Benedetto XVI nel 2011 il bilancio è stato pubblicato. Dai dati del 2016 risulta che lo Ior ha 102 dipendenti ed un patrimonio di 6,3 miliardi di euro, con un utile di 36 milioni.
Lo Ior è, insomma, il vero cuore del potere nell’organizzazione complessiva della Chiesa cattolica (data dalle sue tre istituzioni fondamentali: stato, santa sede, curia) e del suo miliardo di fedeli sparsi nel mondo.
L’istituto, come abbiamo visto, è insediato nel palazzo più solenne della Città del vaticano, appena 0,43 Kmq e 911 residenti (di cui 532 cittadini) i quali vantano un reddito pro capite di 407 mila euro, venti volte superiore quello dell’Italia.
Se anche solo nel ’42 diventa formalmente una banca dotata di autonoma personalità giuridica, lo Ior, posto sin dalla nascita da Pacelli, eletto papa nel ’39 con il nome di Pio XII, nelle mani esperte di Bernardino Nogara, si avvale della produttiva gestione che, nei tredici anni precedenti, lo stesso ha saputo fare dell’Amministrazione straordinaria della Santa sede avviata da Pio XI all’indomani dei Patti lateranensi per gestire i soldi ricevuti dallo Stato italiano. Nogara, ingegnere, direttore di miniere, banchiere e protagonista di tutti i trattati e le conferenze di pace dopo i conflitti coloniali e la prima guerra mondiale, fa dello Ior un motore finanziario efficiente e spregiudicato, cinicamente proteso ad ogni forma di affari in tutto il mondo, totalmente indipendente da ogni logica dogmatica, pastorale o morale.

Nogara manovrando con lo Ior dà vita ad un impero edilizio, industriale e finanziario. Si dice, anche se mancano prove documentali, che egli avesse posto, già a Pio XI e quindi prima della nascita dello Ior, due condizioni per accettare l’incarico: nessun vincolo etico sul tipo di affari da sviluppare e nessun limite territoriale.
Nogara rileva l’Italgas, fornitore unico in molte città italiane, e nomina nel consiglio di amministrazione, come rappresentante del Vaticano nella società, l’avvocato Francesco Pacelli, fratello di Pio XII.
L’elite vaticana entra in tutti gli affari della Chiesa. Anche i tre nipoti del papa, i principi Carlo, Marcantonio e Giulio Pacelli, sono tra gli amministratori di un elenco infinito di società: industrie tessili, comunicazioni telefoniche, ferrovie, cemento, elettricità, acqua. Il capo dello Ior sorveglia ogni settore che prometta margini di remunerazione.
Nel 1935, quando Mussolini ha bisogno di armi per la campagna d’Etiopia, una considerevole quantità è fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara ha acquisito per il Vaticano. E rendendosi conto, prima di molti altri, dell’inevitabilità della seconda guerra mondiale, Nogara cambia in oro parte del patrimonio Vaticano da lui gestito. Le sue speculazioni sul mercato del metallo prezioso continuano per tutto il periodo in cui è alla guida dell’amministrazione dei beni del Vaticano.
Con Pio XII lo Ior, bisognoso di disporre di fondi sicuri, fornisce sbocchi bancari ai fascisti italiani e ai nazisti, nonché alla mafia, utile sponda, durante il regime, per gestire liberamente l’obolo di S. Pietro proveniente dalle due Americhe.
Il 27 giugno 1942 Pio XII decide di trasformare l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione in una banca che possa non soltanto raccogliere beni per la Santa Sede, ma anche amministrare il denaro e le proprietà ceduti o affidati all’istituto stesso da persone fisiche o giuridiche per (in teoria) opere religiose e di carità cristiana. Peraltro, già nel suo primo anno di vita, lo Ior viene esonerato dal governo Mussolini dal pagare le imposte sui dividendi oltre che dai dazi su importazioni ed esportazioni: e al ministro del governo fascista che firma quel provvedimento, Paolo Thaon di Revel, ancora oggi è intitolata un’importante via di Roma.
Il Vaticano, neutrale in guerra, può fare affari anche con la Germania di Hitler ed il suo braccio operativo è, come sempre, lo Ior che, peraltro, come emergerà successivamente, nasconde l’oro nazista nelle stanze segrete del palazzo Apostolico e nel santuario di Fatima in Portogallo, controllato da esponenti della massoneria. E’ lo stesso intreccio che, sempre intorno allo Ior, appronta le coperture agli “ustascia”, i cattolici croati nazisti accusati di avere massacrato mezzo milione di serbi ortodossi, ebrei, gitani e la cui leadership rimane impunita grazie ai buoni uffici dell’allora segretario di Stato vaticano Giambattista Montini, dal ‘58 papa con il nome di Paolo VI.
In particolare gli “ustascia” hanno bisogno della Banca vaticana proprio per gestire finanziariamente il loro governo esiliato in Argentina e per spedire i propri criminali in fuga verso il Sudamerica, l’Australia e altri luoghi con la protezione della Cia.
Queste ricostruzioni sono smentite dalla Santa sede che però si è sempre opposta alla richiesta di aprire i propri archivi sulla seconda guerra mondiale.
In quegli anni Nogara continua in modo incessante ad accrescere le risorse del Vaticano, acquisendo società, aziende, portafogli azionari e aiutando ricchi possidenti e finanzieri a trasferire soldi all’estero per pagare meno tasse. Lo fa anche sulla base di una precisa strategia delle alte gerarchie cattoliche le quali, dopo alcuni scandali, trovano utile e conveniente convertire in titoli esteri quelli italiani nei quali è custodita la propria ricchezza, vicina e quindi non del tutto al riparo da occhi indiscreti.
Egli rafforza i legami con diverse banche: già dai primi del Novecento i Rothschild di Londra e di Parigi trattano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partner bancari aumentano vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust di New York, Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara assicura al Vaticano partecipazioni in società che operano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili.
Nel 1954 Nogara lascia la carica ma fino alla morte, avvenuta nel ’58, come consulente finanziario del Vaticano non smette di seguire da vicino ogni passo dello Ior.

Da molti anni suo fidato braccio destro è il principe Massimo Spada la cui famiglia da decenni è in affari col Vaticano, dai tempi del bisnonno banchiere privato per conto di esponenti della nobiltà nera dei Civitelli-Cesi-Torlonia, del nonno dirigente della banca d’Italia e del padre titolare di un’agenzia di cambi. Nogara lo ha allevato al suo fianco insieme ad un banchiere di Ginevra, il marchese Henry de Mailardoz che da partner svizzero dei suoi affari blindati e segretissimi entra direttamente nello Ior per curarne la gestione.
Con Spada cresce, imparando tutti i segreti di questo mondo, un giovane finanziere siciliano, Michele Sindona, che diventa ben presto consulente del Vaticano e della mafia italo americana, soprattutto per conto della potente famiglia Gambino. Il suo potere Oltretevere è suggellato dai rapporti diretti con Paolo VI, le sue coperture politiche garantite da Giulio Andreotti. L’uno e le altre gli consentono di continuare ad operare anche dopo che negli Usa è coinvolto nel traffico internazionale di droga e incriminato per i suoi evidenti legami con la mafia. Del resto è dal pontefice in persona che riceve l’incarico di trasferire in paradisi fiscali quei pacchetti azionari dello Ior che non possono più avvalersi dell’esenzione fiscale accordata dai Patti lateranensi e caduta per effetto di una legge del 1968.
Ecco perché nel ’72 lo Ior detiene il 24,5% della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona, al quale, nel 1969, papa Paolo VI affida addirittura una consulenza per la modernizzazione dell’istituto. E gli effetti di questa strettissima collaborazione tra i due sono gli intrecci perversi che saranno alla base dei giganteschi scandali finanziari che hanno per protagonisti, appunto Sindona, lo Ior di Marcinkus, il Credito Ambrosiano di Calvi e la P2 di Licio Gelli oltre che la mafia siciliana che, fino agli anni ’70 è quella dei “perdenti” (Bontade, Inzerillo, Badalamenti) alleati di Sindona e, dopo la fine del finanziere siciliano (prima economica per il crollo definitivo del suo castello di truffe nonostante il tentativo di Andreotti di salvarlo in tutti i modi, poi fisica, avvelenato in carcere), quella dei corleonesi di Riina e Provenzano che trattano con Calvi e fanno affari con lui.
E’ sempre Paolo VI che, nel ’71, mette il vescovo dell’Illinois a capo dell’Istituto per le opere di religione.
In quegli anni è vorticoso il giro degli affari tra le banche e le società di Sindona e quelli dello Ior, sempre con operazioni coperte in paradisi fiscali. Ed è attraverso lo Ior che la mafia affida i suoi soldi a Sindona che, ancora nel ’74, viene definito da Andreotti “salvatore della lira” e premiato dall’ambasciatore Usa come uomo dell’anno: appena pochi mesi prima del grande crac della sua banca partecipata dallo Ior e del crollo dell’edificio da lui costruito di false operazioni utili a distribuire tangenti e a riciclare i soldi della mafia.
Un ruolo centrale assume Marcinkus, anch’egli, come Sindona, nelle grazie di Paolo VI.
Il vescovo-gorilla (non solo per i suoi 191 cm di altezza ma anche perché appronta personalmente la guardia del corpo del papa e ne cura la sicurezza) appena insediato dirotta il 37%, sul 51 totale, delle azioni della Banca Cattolica del Veneto possedute dallo Ior al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, provocando la reazione dei vescovi veneti – tra cui Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I – i quali, non essendone neanche informati, non si possono opporre e, ben sapendo in quali mani sia finita quella banca, chiudono per protesta i loro conti da tempo tenuti nella Cattolica del Veneto.
Sei anni dopo Luciani diventerà papa, mentre è sempre molto forte il potere – che si scoprirà ad alta intensità criminale – dell’arcivescovo americano. Giovanni Paolo I lo avrebbe certamente ridimensionato, ma non ha, o non gli viene dato, il tempo per farlo.
Calvi è l’altro anello del quartetto che scriverà il più grande scandalo della storia finanziaria italiana, un saccheggio da migliaia di miliardi compiuto con il volto coperto dello Ior e la triangolazione complice di mafia, politica e P2.
Del resto Francesco Marino Mannoia (per Giovanni Falcone «il più prezioso collaboratore di giustizia») rivela nel 1998, durante il processo per mafia a Marcello Dell’Utri, che «Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano. Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione. Perciò quando il papa Giovanni Paolo II viene in Sicilia e scomunica i mafiosi, i boss si risentono soprattutto perché portano i loro soldi in Vaticano. Da qui la decisione di far esplodere le bombe davanti a due chiese di Roma, la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio al Velabro la notte fra il 27 e il 28 luglio 1993>>.
Sembra di leggere una pagina di storia nota anche attraverso i moventi degli attentati dello stesso periodo, eseguiti o progettati, contro i politici “colpevoli” di non avere più saputo mantenere i patti prima stipulati con la mafia, dal delitto Lima in poi. E in effetti si tratta di capitoli di una stessa storia.

Tornando indietro nel tempo, il 1968 è un anno cruciale nella crescita e nella trasformazione di quel sistema speculativo che alcuni anni più tardi passerà sotto il completo controllo della P2. Il Vaticano, coinvolto in una serie di scandali, e privato dell’esenzione fiscale sui dividendi, decide di far emigrare i propri capitali all’estero. Il finanziere-contrabbandiere che compie questo vastissimo trasferimento del tesoro valutario e azionario vaticano è Michele Sindona, che diviene l’uomo di fiducia dello Ior e il socio delle sue manovre interne e internazionali.
E’ in questo stesso periodo che intensifica i suoi traffici a Roma, nel vasto reticolo di interessi di cui Sindona tiene le fila, Umberto Ortolani, definito da Umberto Teodori in “P2 la controstoria” <<galoppino di Andreotti e gentiluomo del Santo Padre>>, mentre il futuro “maestro venerabile” della P2, Licio Gelli è ancora lontano dagli intrighi finanziari.
Viene sperimentata una nuova tecnica speculativa a triangolo che diverrà la regola di Michele Sindona e di Roberto Calvi e quindi la specializzazione dell’apparato P2: ogni operazione triangolare passa necessariamente, a un certo momento, per lo Ior.
Quando Sindona decide di prendersi la Banca privata finanziaria, questa, prima di entrare in suo possesso, passa tecnicamente per un certo periodo allo Ior, per poi essere trasferita a lui. Mani di uno stesso organismo fingono di vendersi o comprarsi qualcosa, ricavandone profitti incontrollabili.
Lo stesso farà più tardi Roberto Calvi quando deciderà di assumere il controllo totale del Corriere della Sera attraverso il possesso del pacchetto di maggioranza della Rizzoli. Calvi, Ortolani e Rizzoli cederanno allo Ior l’80% delle azioni attraverso un percorso a più talle appositamente studiato. E ad ogni transazione diversi miliardi restano nelle mani dei vari protagonisti che vendono o acquistano da loro stessi.
Nel 1968, abrogato l’esonero dall’imposta sui dividendi, il Vaticano, che fino ad allora ha goduto di questo privilegio, cede all’Eni di Eugenio Cefis una grossa parte del portafoglio azionario della Montedison. Con un doppio vantaggio: il controllo democristiano sulla chimica in Italia, e denaro sonante al Vaticano. Ma sono sempre i soliti noti, direttamente o indirettamente, che vendono e comprano da se stessi ricavandone cospicui utili, senza che alcun organismo di Stato trovi niente da ridire. La stessa cosa accadrà con la Società Generale Immobiliare controllata al 33% dal Vaticano, comprata a caro prezzo, per lasciare ricche tangenti, da Michele Sindona per gli affari vaticani.
L’intreccio Ior-Sindona-Calvi supera la prova del fuoco con la scalata a La Centrale, fino al 1971 controllata da Pirelli. L’Ambrosiano di Calvi, mentre Sindona fallisce l’operazione Bastogi, acquisisce il controllo della finanziaria tramite la holding lussemburghese Compendrum. In società con Marcinkus, da agosto ‘71 presidente dello Ior, Roberto Calvi diviene il padrone della finanziaria che sarà il centro strategico di nuove scalate e futuri traffici illeciti.
Mentre Sindona sposta sempre più il baricentro dei suoi interessi negli Usa, si rafforzano i legami diretti fra Calvi e lo Ior, originariamente promossi dal banchiere siciliano. Il gruppo Ambrosiano di Calvi, come già il gruppo Sindona, si articola in una costellazione di banche estere (Cisalpine Overseas, Bank di Nassau, Banca del Gottardo di Lugano, Banco Ambrosiano Holding del Lussemburgo) mentre in Italia La Centrale diviene la cassaforte delle partecipazioni azionarie in altre società. Marcinkus entra nel consiglio di amministrazione della Banca di Nassau.
Con la Centrale, Marcinkus e Calvi intensificano il vecchio e sperimentato gioco di Sindona, di comprare e vendere a se stessi finanziarie e banche nei cui consigli di amministrazione siedono, intascando lucrose tangenti. La tecnica triangolare trova applicazione nell’operazione del Credito Varesino (1972) che il gruppo Bonomi cede per il 35 per cento in Italia alla Centrale con l’intermediazione dello Ior e per il 18 per cento all’estero, alla Cimafin di Sindona che a sua volta la trasferisce più tardi a società gestite dalla Banca del Gottardo di Calvi. L’utile del complesso giro di operazioni è di 20 miliardi del tempo, un tesoro spartito fra Marcinkus e Calvi che così avevano venduto, comprato e rivenduto la stessa cosa a se stessi.
Il legame strettissimo fra Calvi e Marcinkus, cioè fra l’Ambrosiano e lo Ior, è suggellato dalla creazione nel 1972 della Suprafin, una finanziaria in cui gli incroci incestuosi fra società proprietarie e società possedute raggiungono la perfezione. Il 20 gennaio 1975 lo Ior scrive a Calvi per riconoscere che la finanziaria è di propria pertinenza: la Suprafin dunque è dello Ior e viene affidata in semplice gestione all’Ambrosiano. Calvi deve riferire solo al suo presidente, Marcinkus, tramite i dirigenti della finanza vaticana, Luigi Mennini e Pellegrino De Stroebel. A sua volta la Suprafin diviene progressivamente proprietaria del 15,4% del Banco Ambrosiano, cioè del maggiore pacchetto azionario della banca milanese che, quindi, diventa proprietà del Vaticano.
Nel rapporto che segue all’ispezione del 1978, la Banca d’Italia svela il legame perverso e incrociato Suprafin-Banco Ambrosiano-Ior. Ma lo scandalo non scoppia. Hanno buon gioco le protezioni di cui Calvi gode con l’Ambrosiano e il danaro che distribuisce a partiti e giornali.
Conosce perfettamente ogni filo di questo intreccio Licio Gelli.

Sindona dopo il “crac” gli ha svelato molti segreti del Vaticano e dell’Ambrosiano e la lunga sequenza di truffe e saccheggi miliardari. Colui che conosceremo come capo della P2 diviene quanto meno dagli anni ’75-‘76, con Umberto Ortolani, il fiduciario delle operazioni spericolate e criminali condotte dalla finanza vaticana insieme con Calvi, talvolta come mediatore che lucra in tangenti, talvolta come archivista pronto a ricattare.
Gelli si conquista la fiducia di Calvi e ne diviene socio, insieme con Ortolani e Tassan Din, nella Rizzoli e intanto sponsorizza tutti i progetti in favore di Sindona coinvolgendo schiere di piduisti.
Come scrive Teodori in “P2, la controstoria”, <<il duo Gelli-Ortolani, formatosi nel 1974, diviene così la cruna dell’ago attraverso cui passano molte delle operazioni speculative nazionali e internazionali di quella finanza che sempre di più è, a tutti gli effetti, piduistica e vaticana e si muove sulla direttiva occulta e illegale>>.
Solo per citare qualche esempio, dal 1976 vanno in porto le diverse operazioni Rizzoli con l’Ambrosiano e lo Ior di Marcinkus e di Paolo VI. Negli stessi anni cominciano le ingenti erogazioni, prive di ogni titolo, di Calvi all’imprenditore Mario Genghini con l’autorizzazione del ministero del Commercio estero guidato da Stammati, il piduista cui Andreotti affiderà il compito di salvare Sindona quando la Banca d’Italia di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli dà ascolto al liquidatore della Banca privata di Sindona Giorgio Ambrosoli, ucciso dunque perché <<se l’è cercata>> confesserà serafico il “divo Giulio”.
I soldi di Calvi a Genghini finalizzati all’esecuzione di lavori in Arabia Saudita sono distratti per tutt’altre operazioni come rivelerà l’archivio Gelli nel quale sono minuziosamente annotate migliaia di operazioni tutte concepite e realizzate da un’altissima regia criminale e con potenti complicità nei luoghi più alti del potere.
Nel 1978 le società Eni Tradinvest e Hydrocarbons concedono strani finanziamenti a misteriose società estere dell’Ambrosiano fra cui Capitalfin. Un anno dopo è la volta dell’affaire Eni-Petromin. Intanto il trio Ambrosiano-P2-Ior, ovvero Calvi-Gelli-Marcinkus salva il gruppo Pesenti e interviene a sostegno dei titoli Italmobiliare attraverso una società ombra panamense del piduista Giovanni Fabbri.
Tra le tante altre operazioni in cui risultano chiare le impronte del trio il trasferimento delle azioni di Tv Sorrisi e Canzoni con l’appoggio dell’Ambrosiano Group Banco Commercial di Managua, e il patto fra Calvi e il gruppo di Anna Bonomi Bolchini.
La Banca d’Italia è ostaggio delle guerre di potere tra i partiti di governo e dentro la Dc e, quando a prevalere è il grumo pervasivo di interessi che promanano da Andreotti, essa è immobile e silente dinanzi ai saccheggi della banda Ior-Ambrosiano-P2.
Nel novembre 1978 l’inchiesta è conclusa. Cinquecento pagine ricostruiscono gran parte delle scorribande criminali dell’Ambrosiano partner dello Ior che, infatti, portano al Banco Ambrosiano Overseas di Nassau (già Cisalpine) di Calvi nel cui consiglio d’amministrazione siede Paul Marcinkus, presente anche in quello delle Suprafin che detiene oltre il 15% delle azioni dell’Ambrosiano mentre ufficialmente lo Ior ne dichiara appena l’1,37%.
Inchiesta conclusa, verità accertate. Un mandato di cattura per Calvi sarebbe il “minimo dovuto” e invece ad essere arrestati sono i vertici di Bankitalia che hanno finalmente fatto cercare la verità. Quell’inchiesta spinta da Baffi e Sarcinelli aveva la copertura politica di Ugo La Malfa che, a marzo ’79, muore. Tutto quindi può tornare come prima e Andreotti può riproporre fulmineamente la sua “legge”. Il leader repubblicano non è stato ancora sepolto quando vengono strette le manette ai polsi del vice direttore generale di Bankitalia Sarcinelli, con accuse inesistenti, inventate di sana pianta: avrebbe occultato prove ai magistrati romani (quelli del “porto delle nebbie”, specialisti in occultamenti veri e in ogni imbroglio, se richiesto dagli “amici”, come le manette per chi, anche dentro Bankitalia, non si adegua!) sul crac Sir-Rovelli la cui inchiesta è piegata al tentativo di salvare Sindona come emergerà dalle parole dello stesso bancarottiere interrogato a New York dai giudici Sica e Imposimato sul finto rapimento siciliano.
Sarcinelli avrà giustizia, l’imbroglio smascherato, ma il messaggio su “chi comandi” contro ogni logica di verità e di giustizia colpisce il bersaglio, secco e potente.
E così le imprese criminali di Calvi e Marcinkus sono libere di compiersi per altri tre anni, fino a quando il capo dell’Ambrosiano verrà trovato impiccato a Londra. Ucciso – come anche in sede giudiziale molto tempo dopo verrà accertato – per impedirgli di svelare segreti e complicità, una volta che, a rischio di essere arrestato, cercava ad ogni costo la sua salvezza.
Oltre all’assassinio di Ambrosoli, colpevole solo di essere stato fino in fondo onesto servitore dello Stato, chi ferma Sarcinelli e Baffi dando via libera a Calvi e Marcinkus, anche solo a volere quantificare gli effetti delle nuove spericolate operazioni compiute in quei tre anni intercorsi tra il ’79 e l’82, pone a carico dei contribuenti italiani altri 1600 miliardi di lire.
Ma le vicende di quei tre anni sono ben più illuminanti.
Un colpo decisivo alla trama speculativa che si snoda lungo l’asse Sindona-Calvi-Gelli-Marcinkus è assestato il 17 marzo 1981 con il blitz di Castiglion Fibocchi in cui viene sequestrata la documentazione della P2 e scoperta la più potente associazione per delinquere della storia della repubblica. Due settimane prima viene arrestato Luigi Mennini, mente finanziaria dello Ior, custode di tanti segreti, da Sindona a Calvi. Anche Gelli negli stessi giorni abbandona il campo e fugge all’estero. Con la scoperta della P2 e il vuoto che si apre nella rete d’interessi di quel sistema in difficoltà, cominciano le spartizioni.
Il 20 maggio 1981 Roberto Calvi è arrestato, nella notte fra l’8 e il 9 luglio tenta il suicidio e il 20 luglio si conclude il processo con una condanna che tuttavia, ottenuta la libertà provvisoria, non gli impedisce di riassumere la guida del Banco. Ma la sua ormai è una lotta disperata per una salvezza impossibile. Troppe le tracce disseminate nel percorso di tante truffe e speculazioni condotte con lo Ior, troppi gli scandali, e, senza Sindona, né il sostegno di Gelli, e con la spia accesa dall’assassinio di Ambrosoli e l’arresto di Sarcinelli, nulla è più come prima.
Fiuta l’opportunità Carlo De Benedetti che acquista il 2,2% delle azioni dell’Ambrosiano, entra nel consiglio di amministrazione con il ruolo di vicepresidente, per uscirne però due mesi dopo, con una plusvalenza miliardaria, ma rinunciando al vero obiettivo: mettere le mani sul Banco e, quindi, sul Corriere della sera.
La finanza cattolico piduista fa muro contro l’intrusione di quella laica perché, dietro le speculazioni e le operazioni criminali di Calvi e Marcinkus, c’è anche una missione politica da compiere: gli affari e i rapporti con chiunque possa fermare l’avanzata del comunismo, vera e unica preoccupazione di Giovanni Paolo II, papa dal ’78. Da qui le incursioni in Argentina, al tempo della guerra delle Falkland, o in Polonia dove Solidarnosc dell’amico Walesa lotta contro il regime filosovietico di Jaruzelski.
Calvi caduto in disgrazia diventa un pericolo ed anche un nemico per Marcinkus, sempre in sella, più che forte che mai, a capo dello Ior nel pontificato di Wojtyla. Tra i due comincia l’era degli scontri e dei ricatti, mentre nuove manovre finanziarie – dal primo tentate invano per salvarsi, dal secondo perseguite nella logica consueta dell’espansione degli affari – trovano assente Bankitalia, tramortita dal caso Ambrosoli-Sarcinelli. E ancora nel ’79 il Tesoro fornisce al Parlamento notizie rassicuranti, ma già l’anno dopo voci politiche libere e non colluse riescono a farsi sentire, come quella di Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro Dc in carica tra l’80 e l’82, il quale, con Ciampi nel frattempo a capo di Bankitalia,  più volte tuona contro questo conclamato sistema marcio e, dopo l’arresto, la successiva fuga e l’assassinio di Calvi, pronuncia parole di fuoco, prima di potere firmare il decreto che pone fine al Banco Ambrosiano: <<La vicenda dell’Ambrosiano rappresenta la più grave deviazione di un’importante istituzione bancaria rispetto alle regole della professione, verificatasi in un grande paese industriale in questi ultimi 40 anni. Essa è anche il frutto della confusione dei poteri, di influenze, di ambiti, che ha caratterizzato taluni aspetti della vita italiana di questo decennio. Al fondo di questa vicenda c’è la solita miscela, che ha caratterizzato tutti gli altri scandali della storia bancaria italiana, fatta di scorrettezze amministrative, di familiarità politiche, di legami indecifrati>>.
Parole nette e dure, se si considera il linguaggio paludato del tempo, quelle di Andreatta che le pagherà a caro prezzo: emarginato dalla Dc di Forlani e Andreotti per ben undici anni, fuori da ogni incarico di governo fino al ’93, quando a palazzo Chigi andrà Ciampi che, non a caso, come governatore della banca d’Italia in quei primi anni ’80 è schierato con lui, contro lo Ior, la P2, l’Ambrosiano e la mafia.

L’11 giugno ’82 Calvi scompare dall’Italia e il 17 viene trovato morto a Londra, impiccato sotto il ponte dei “Frati neri”. Solo il 14 giugno il Banco Ambrosiano, sottoposto a visita ispettiva della Banca d’Italia, chiede la gestione straordinaria. Due mesi dopo viene dichiarata la liquidazione: l’ammanco è di 1.600 miliardi di lire, frutto in gran parte delle operazioni compiute con lo Ior. Che paga il conto con poche decine di miliardi e tutto il resto è posto a carico dei contribuenti italiani, mentre cordate politiche e finanziarie, con nuovi e vecchi faccendieri, si spartiscono le spoglie dell’Ambrosiano e il suo boccone più ghiotto, la Rizzoli Corriere della Sera.
Sulla morte di Calvi, un omicidio secondo quanto definitivamente accertato, anche se senza colpevoli, è utile richiamare qualche dettaglio.
Il 9 giugno 1982 Calvi si allontana da Milano, giungendo a Roma in aereo, dove incontra Flavio Carboni (l’esperto di banche cui, ai giorni nostri, si rivolge Pierluigi Boschi per risanare Banca Etruria, ma questa è un’altra storia!) col quale organizza la fuga all’estero. L’11 giugno il banchiere si dirige a Venezia, per poi raggiungere Trieste, e successivamente la Jugoslavia. Da qui prosegue per Klagenfurt. Il 14 giugno Calvi incontra nuovamente Carboni al confine con la Svizzera, per poi partire il 15 giugno verso Londra, dall’aeroporto di Innsbruck. Il 16 giugno Carboni parte da Amsterdam per raggiungere Calvi a Londra.
Il 18 giugno viene trovato impiccato da un impiegato postale, sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, con dei mattoni nelle tasche, le mani legate dietro la schiena, in tasca 15 mila dollari, un passaporto con le generalità modificate in “Gian Roberto Calvini” e alcuni fogli con molti nomi.
Il giorno prima è morta la sua segretaria personale, Graziella Corrocher, che si sarebbe lanciata dal quarto piano dell’edificio dove ha sede il Banco Ambrosiano. Un suicidio, ma anche la morte di Calvi in un primo tempo è qualificata come tale, poi il giudice inglese sarà incriminato perché Calvi è stato certamente ucciso.
Il 2 febbraio 1989 Clara Canetti, la vedova di Calvi, nel corso di una puntata della trasmissione televisiva Samarcanda afferma che il marito le aveva confidato che il vero capo della loggia P2 era l’onorevole Giulio Andreotti, il quale lo avrebbe minacciato indirettamente attraverso Giuseppe Ciarrapico in seguito al crac del Banco Ambrosiano e gli avrebbe fatto dei discorsi che lo turbarono. Circostanza questa non riscontrata, ma è accertato che Calvi, prima di partire per Londra dove viene ritrovato morto, incontra realmente Andreotti e Ciarrapico, che lo invitano a cena per discutere di alcune divergenze con Orazio Bagnasco, nuovo vicepresidente del Banco Ambrosiano.
Nel processo per la morte di Calvi il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia dichiara che Calvi e Licio Gelli avevano investito denaro sporco nello Ior e nel Banco Ambrosiano per conto del boss mafioso Pippo Calò, che curava gli interessi finanziari del clan dei Corleonesi. In proposito il pentito Marino Mannoia dice: «Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine del capomafia Pippo Calò perchè si era impadronito di una grossa somma di danaro che apparteneva a Licio Gelli e a Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò e Gelli erano riusciti a recuperare decine di miliardi e, quel che più conta, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile».
Nel 1996 Francesco Di Carlo, diventato collaboratore di giustizia, nega di essere l’assassino di Calvi ma ammette che Pippo Calò gli aveva chiesto di ucciderlo ma poi gli venne detto che «la questione era stata risolta con i napoletani»: infatti, secondo il collaboratore Nino Giuffrè, i camorristi legati ai Corleonesi (Michele Zaza, i fratelli Nuvoletta ed Antonio Bardellino) si erano affidati pure a Calvi per i loro investimenti e quindi avevano perso denaro anche loro; inoltre, secondo il collaboratore Pasquale Galasso, l’esecutore dell’omicidio di Calvi è Vincenzo Casillo, membro della Nuova Camorra Organizzata passato segretamente dalla parte del clan Nuvoletta e per questo interessato a fare un favore a Pippo Calò. Antonio Mancini, esponente della banda della Magliana divenuto collaboratore di giustizia, dichiara che Calvi viene ucciso su ordine di Pippo Calò e del faccendiere Flavio Carboni, anello di raccordo tra la banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e gli esponenti della loggia P2 di Licio Gelli.
L’indagine prosegue con l’ordinanza di custodia cautelare emessa nel 1997 dal gip Mario Alberighi a carico di Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di essere i mandanti dell’omicidio.
L’anno successivo, una nuova perizia sulla morte di Calvi, ordinata dal gip Otello Lupacchini, stabilisce l’infondatezza dell’ipotesi del suicidio. Il processo penale inizia il 5 ottobre 2005 in una speciale aula approntata all’interno del carcere di Rebibbia, a Roma. Imputati Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di omicidio, Ernesto Diotallevi, esponente della banda della Magliana, Silvano Vittor, contrabbandiere di jeans e caffè, e la compagna di Carboni, Manuela Kleinszig. Dopo un lungo iter processuale, nel 2010 la Corte d’assise d’appello conferma che Calvi fu ucciso e assolve per insufficienza di prove Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi.
In un più recente processo su altri filoni dell’inchiesta, scrive il giudice, costretto comunque ad archiviare per l’impossibilità di trovare prove certe: <<Lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un’ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”, scrive il giudice nel decreto d’archiviazione. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcikus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo Ior>>.
Rievocati e ricostruiti i passaggi salienti della storia dello Ior nei nodi crociali della sua storia, occorre riallacciare i fili che conducono fino alle vicende recenti.
Se si pensa che fino a pochi anni fa lo Ior era una zona franca assoluta, libera da occhi indiscreti e da ogni forma di controllo, con un’azionista unico, il papa, che peraltro fino al ’90 era il solo a potere guardare i bilanci curati in gran segreto dagli amministratori da lui nominati, si ha l’idea di quale preda attraente sia stata per decenni nelle mani di alti prelati dediti al malaffare, mafiosi, criminali anche assassini, massoni, politici e finanzieri collusi, speculatori e riciclatori di ogni tipo.
Infatti fino al 2011 lo Ior non era tenuto a nessun tipo di informativa – né verso i propri clienti, né verso terzi – né tanto meno a pubblicare un bilancio o un consuntivo sulle proprie attività.
Nell’Istituto delle opere di religione ad ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo Ior: chi li vuole deve appoggiarsi alle banche convenzionate.
I clienti dello Ior possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti. E quali siano possiamo desumerlo dai risultati.
Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, lo Ior è l’ideale per chi ha capitali da far passare inosservati: qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti.
La biografia di Marcinkus, per 18 anni a capo dello Ior, parla più di qualunque fonte documentale. In grado di servirsi di bancarottieri come Sindona, colluso coi poteri mafiosi italo-americani e avvelenato in carcere e di Roberto Calvi, ucciso perché non parlasse quando anche l’arcivescovo ne temeva le mosse; nonché del capo della P2, Licio Gelli, arrestato per attività sovversiva, e del vescovo Hnilica, che per tutti gli anni ’80 trasferisce in Vaticano, in funzione antisovietica, i fondi provenienti dall’Europa dell’est e quelli dei pellegrinaggi di Medjugorje in Bosnia.
Questo intrico di malaffare prospera sotto il papato di Paolo VI che la storiografia qualifica come uomo di gran fede e onestà, ma – se ciò è vero – sicuramente ingenuo e incapace di vedere i tanti crimini commessi grazie ai poteri da lui concessi e di intervenire per fermarli lungo i tornanti del malaffare così assiduamente percorsi dagli uomini di sua fiducia, tra mafia omicida, finanza di rapina e massoneria.
Né la Chiesa né, in fondo, il potere politico dominante in Italia (soprattutto la Dc di Andreotti e Forlani) hanno mai voluto, o forse potuto, mettere le mani in quel marciume.

Nel 1978, con la morte di Paolo VI e l’ascesa al soglio di Giovanni Paolo I qualcosa, forse molto, potrebbe cambiare.

Ma il pontificato di Luciani è troppo breve, appena 33 giorni, tra l’altro vissuti all’ombra del segretario di Stato Jean Villot, cardinale francese disinvolto, uomo di potere ben conscio del ruolo dello Ior e di numerosi prelati nel gioco sporco tra faccendieri, mafiosi, massoni e porporati. Papa Luciani muore in fretta, dopo aver confidato (è la sua condanna?) ai suoi collaboratori più stretti il desiderio di ripulire il Vaticano da questi intrecci. E non ha il tempo di muovere alcun passo.
Non ne vuole invece compiere alcuno sulla via della lotta al crimine interno, della moralizzazione delle finanze e della trasparenza, pur avendo avuto ben 27 anni di pontificato forte per farlo, Giovanni Paolo II all’ombra del quale si consuma in tutta la sua drammaticità il crac del Banco Ambrosiano di Calvi con tutti i suoi addentellati nello Ior e nel Vaticano, tra “rapine” miliardarie e omicidi commissionati alla mafia dai palazzi della finanza sporca e delle istituzioni, comprese quelle vaticane, come anche “Il Padrino parte terza” ricostruisce e documenta.
Quasi a svelare più di quanto oggettivamente possa fare, l’elezione di Wojtyla chiude tragicamente la brevissima parentesi di speranza apertasi con papa Luciani, nemico di Calvi e di Marcinkus, di Gelli e di Sindona, di mafiosi e massoni, tutti accolti – prima e dopo di lui – con tutti gli onori fin nelle stanze del palazzo apostolico.
E il pontificato di Giovanni Paolo II si rivela il periodo più fertile per questi intrecci criminali. Il papa polacco è così agitato dall’ansia di abbattere il comunismo prima, e di portare la fede in giro per il mondo poi, da cadere nell’errore imperdonabile di prestare poco tempo e attenzione all’opera di pulizia dentro lo Ior e dintorni o, addirittura, di scegliere di alimentare quel marciume dal quale si attende risultati utili alla sua causa, la stessa che lo induce a intrattenere buoni rapporti con dittatori criminali come Pinochet.
Sotto il regno di Wojtyla avviene il rapimento di Emanuela Orlandi, la figlia di un usciere vaticano sparita a Roma e mai più ritrovata. Il giallo è tutt’altro che svelato, ma è certo che preti e monsignori intrattenessero ottimi rapporti col boss romano Enrico De Pedis, noto al crimine come Renatino, il quale ha avuto persino l’onore della sepoltura nella chiesa capitolina di Sant’Apollinare: un privilegio negato ai comuni mortali eppure concesso al capo della banda della Magliana considerato dai sacerdoti di Sant’Apollinare come un benefattore.
Nonostante le verità brutali ed eclatanti emerse già negli anni ’70, prima e dopo l’avvento al soglio pontificio, il papa polacco si rivela, nei dogmi come in queste perverse pratiche di malaffare, un mero conservatore dell’esistente al punto che, tolto d’imbarazzo per i legami vaticani con Sindona, incriminato dalla giustizia penale ma mai respinto dalle porpore, neanche dopo l’uccisione di Roberto Calvi in quel momento inscenata come improbabile suicidio, toglie un briciolo di potere a Marcinkus. Il quale, come Sindona, sarà neutralizzato dalla giustizia penale italiana e non da quella del vaticano che anzi lo protegge entro le proprie mura da mandati di cattura e, successivamente, in una parrocchia statunitense da ogni possibilità di estradizione. E con Giovanni Paolo II, Marcinkus può imperare accrescendo anche il suo potere per un altro decennio, ben oltre la fine di Sindona e Calvi, fino a quando lo fermerà con un mandato di cattura la giustizia italiana, mentre il Vaticano si muove solo per proteggerlo e non già per cacciarlo.
Non che Woytjla propenda per il malaffare, ma egli è talmente preso dalla pregiudiziale anticomunista da sacrificare ogni cosa sul terreno di questa partita geopolitica, andando a braccetto con dittatori sanguinari e ricompensando chiunque, come Marcinkus, gli renda servizi su questo fronte anche facendo il gioco sporco.
Caduto Marcinkus, relegato in una parrocchia Usa al riparo dall’arresto e dall’estradizione, il reticolo dei suoi interessi continua a dettare legge in Vaticano sotto le ali protettive di Tarcisio Bertone, potente segretario di Stato che, con Giovanni Paolo II, accresce a dismisura il suo potere. Gli intrecci sono quelli di prima, il tipo di affari anche, ma senza più le follie estreme del quartetto che fa sedere ad uno stesso tavolo criminali finanziari, mafiosi assassini, politici contigui, prelati e servizi segreti deviati.
Scandali come quelli di Calvi e Sindona non si ripeteranno più, ma i soliti noti continuano a fare affari attraverso le “Opere di religione”, incuranti dell’assurdità anacronistica di un istituto che, mentre cadono tutti i veli dell’opacità finanziaria, ancora vive secondo regole più adatte a gestire il bottino della mafia che le risorse di un’istituzione votata alla carità e alla solidarietà.
Ci penserà Benedetto XVI nel 2011 a fare i primi passi verso la trasparenza, con le difficoltà proprie del suo cammino incerto e sarà per queste che, probabilmente, dinanzi alla forza di quanti, da Bertone in giù, non sono disposti a cedere potere senza combattere, egli – fatto senza precedenti nella storia del papato – si fa da parte.
La sua scelta, di grande, inusuale, dignità, si rivela provvida perché il successore ha la tempra e la fibra giusta per proseguire l’opera con decisione.
Francesco accentra su di se il controllo di tutti gli affari della Città del Vaticano a cominciare da quelli finanziari, riduce all’impotenza Bertone e sceglie suoi fedelissimi in ogni ruolo chiave. Qualche volta sbagliando, come nel caso di George Pell, e comunque correndo sempre ai ripari con tempismo decisionista.
E’ in questo quadro che vanno ricondotti i veleni e i misteri degli ultimi anni.
Risale al 2012 l’uscita di scena dopo tre anni del banchiere Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior avvenuta praticamente a cavallo tra la rinuncia al soglio da parte di Benedetto XVI e l’elezione di Bergoglio. Gotti Tedeschi entra in collisione con la Curia con la quale volano accuse incrociate circa la gestione dell’istituto. Polemiche provocate dall’apertura di alcune indagini in Italia che dimostrano come <<lo Ior sia negli anni divenuto anche una lavanderia di denaro frutto delle imprese di cosa nostra e ‘ndrangheta, oltre che di finanzieri disposti a tutto pur di arricchire sempre più se stessi e i loro complici, per acquisire un potere sempre più ampio nei confronti delle istituzioni italiane>>.
Sono parole di Gratteri il quale osserva che quasi tutti i membri delle cosche calabresi e siciliane ostentano una grande fede, con offerte alla Chiesa, partecipazione a cerimonie pubbliche e private, e talvolta con regali e scambi imbarazzanti con parroci e, persino, qualche vescovo del Sud.
Sarebbe il boss Matteo Messina Denaro il tessitore di gran parte di queste trame che a volte vengono alla luce, illuminate da pentiti o investigatori capaci, ma che spesso restano sotterranee, con conti in banca intestati a prelati insospettati ma in realtà gestiti da pezzi grossi dei clan.
Lungo questa prova di forza papa Francesco, fin dal suo insediamento nel 2013, incontra non di rado sacche di resistenza mobilitate dai vecchi poteri legati all’affarismo politico-massonico, certo non più in grado come una volta di dettare legge ma pur sempre capaci di dare colpi di coda e di provocare incidenti di percorso sulla via del risanamento, morale e materiale, delle finanze vaticane e del suo braccio operativo da sei miliardi di euro, lo Ior.
Una via che a giudicare da quali approdi “infernali” abbia da sempre conosciuto e sperimentato, deve sicuramente essere lastricata da buone intenzioni.
Ma queste al papa venuto “dalla fine del mondo” non bastano. Anzi è ad esse che pare muovere guerra. Ma non sempre è facile riconoscerle e smascherarle e così talvolta qualche colpo va a vuoto e qualche altro si rivela un errore. Ma tutto avviene velocemente, perché se una possibilità esiste di fare pulizia integrale e fino in fondo, essa richiede velocità fulminea. Come l’ultimo dei licenziamenti.