STA NASCENDO UN NUOVO ORDINE MONDIALE: QUALE SARÀ IL SUO MODELLO ECONOMICO E SOCIALE ?

DI GIANFRANCO ISETTA

Si assiste con sempre maggior preoccupazione al dibattito politico-culturale che attraversa, non solo l’Italia, ma tutta l’Europa sul come riuscire ad affrontare la più grave crisi economica, forse non solo del dopoguerra, che investe l’Occidente capitalistico. Al di là di alcuni segnali di presunta ripresa, che sembrano più di carattere congiunturale all’interno di un ciclo economico le cui fluttuazioni si fanno sempre più brevi e frequenti nel tempo, segnalando qualche cosa di più profondo che attiene alle radici e al funzionamento dello stesso sistema economico che perde progressivamente colpi.

Una crisi che si è sviluppata all’interno di un vero e proprio sommovimento planetario nei rapporti economici e commerciali tra le varie grandi aree del mondo e dove la grande speculazione finanziaria si è inserita assumendo un ruolo decisivo fino ad influenzare e soppiantare sia l’economia reale che la politica nel loro compiti.

Qui da noi in Europa si confrontano, spesso in modo rigido, due opinioni che, semplificando, si potrebbero suddividere in due posizioni.

Da una parte il rigorismo, con i tagli alle spese e la stretta creditizia invocata in funzione del raggiungimento degli equilibri di bilancio per risanare i conti pubblici dei vari Stati.

Dall’altra lo sviluppo, da conseguire attraverso la spesa pubblica e l’intervento della Comunità europea con i suoi strumenti anche finanziari. La Banca centrale è stata invitata, in questa ottica, ad occuparsi non solo di finanza, ma immettere liquidità sul mercato per favorire nuovi investimenti (cosa che peraltro con Draghi sta facendo da alcuni anni con il quantitative easing)

Tutti argomenti che ci sentiamo ripetere quotidianamente, con varie sfumature all’interno dell’una o dell’altra linea con ricadute evidenti nelle posizioni dei vari partiti all’interno dei singoli paesi e spesso in funzione elettoralistica.

Finora la prima impostazione a livello europeo ha prevalso, contribuendo a provocare milioni di disoccupati in tutta Europa, salvo nell’ultima fase cedere il passo ad alcune concessioni, con qualche ammennicolo portato a casa anche dall’Italia e presentato ogni volta come un successo importantissimo malgrado i ripetuti schiaffi periodicamente ricevuti.

Il lavoro, ripetono tutti, è il tema centrale e per crearlo occorre favorire gli investimenti ma anche risanare i conti pubblici. Sacrosanto, ma investimenti per produrre cosa e venderli a chi?

Questa è la questione vera che riguarda tutti : Stato, imprese, sindacati.

In realtà si continua a pensare di poter risolvere il problema di ormai milioni di persone, e soprattutto giovani, con scelte illusorie perché non nascono da una comprensione reale delle cause che sono alla base di questa crisi, lo ripeto delle economie occidentali, in particolare europee e, all’interno, della nostra economia.

Come sempre, la realtà è molto più complessa di quel che si vorrebbe far credere partendo da posizioni precostituite, spesso figlie di ideologismi, che appaiono sempre più inadeguati a leggerla.

Da un lato si reclama una riduzione dei costi di uno stato sociale che sarebbe troppo oneroso per l’economia con spinte alla crescita della pressione fiscale (dimenticando il peso dell’evasione e dell’elusione) e quindi per lo sviluppo delle imprese e dell’occupazione, ed ecco allora la giustificazione a sostegno di una politica di rigore che però, accompagnata, come in Italia, ad una crescita squilibrata e incontrollata della pressione fiscale, ha come unico risultato la compressione dei consumi, cioè delle condizioni di vita delle famiglie, e la difficoltà crescente per le imprese.

Dall’altro lato una difesa dello stato sociale, così come si è affermato nel corso dei decenni passati e in un contesto economico diverso da oggi, e delle garanzie in esso contenute con il rifiuto di una politica rigorista a senso unico e la richiesta di investimenti anche pubblici, di un riequilibrio della pressione fiscale, e del mantenimento dei diritti fondamentali dei cittadini che, lo ricordo, riguardano ad esempio la sanità, istruzione e la cultura, le pensioni, l’assistenza alle fasce deboli della popolazione, i diritti di cittadinanza.

Da tutti gli schieramenti poi, specie da noi in Italia, viene rivendicata la necessità di nuovi strumenti per garantire un rapporto corretto tra cittadini e istituzioni attraverso profonde riforme sempre enunciate e mai realizzate, oppure mal realizzate (vedi legge elettorale)

In realtà la crisi economica occidentale, ha una origine chiara e più profonda, ed in Europa in particolare, (perché dagli Usa arrivano alcuni elementidi ripresa, anche se non consolidata, piena di incognite e finanziata da una enorme crescita del debito pubblico verso altre economie (penso ad es. alla Cina), dovuti comunque a scelte fatte dall’amministrazione Obama in tema di ricerca, conoscenza diffusa, innovazione e non certo dell’attuale presidenza Trump che invece sta introducendo comportamenti assai discutibili sia sul piano interno che su quello internazionale).

Questa crisi perdurante porta con sé spinte alla riduzione, se non alla disgregazione graduale, della più grande invenzione sul piano politico-economico e anche culturale del novecento da parte della sinistra democratica, appunto lo STATO SOCIALE.

Siamo inoltre alla fine di un Impero fondato sulla colonizzazione di aree del mondo, fino a qualche decennio fa escluse dallo sviluppo economico e dai suoi benefici, nel bene e nel male, e con le contraddizioni all’interno del nostro mondo “privilegiato” in termini di distribuzione della ricchezza e del lavoro e delle condizioni di vita delle persone che tutti conosciamo.

Aree, quelle, ora impegnate, e non dappertutto, nel tentativo di riappropriarsi delle loro risorse naturali e umane, escluse per secoli dai benefici derivanti dalla razzia delle ricchezze di cui disponevano. Tutto ciò sta cambiando ed è cambiato rapidamente. Quando parliamo del BRICS parliamo di un insieme di paesi ma anche di zone del mondo che stanno conoscendo, o hanno recentemente conosciuto, ritmi di sviluppo impressionanti, pur con moltissime contraddizioni e errori.

Errori, (forse in via di parziale superamento, almeno in alcuni paesi), legati all’idea di voler copiare meccanismi già sperimentati nell’Occidente a partire dalla Rivoluzione industriale, alcuni dei quali hanno prodotto solo distruzione ambientale e sviluppo diseguale tra territori stessi e strati sociali (tanto è vero che in tutte quelle aree, pur in condizioni e forme diverse, il tema del rapporto tra economia e democrazia sta mobilitando le piazze di mezzo mondo, come è avvenuto anche in quei paesi del nord Africa e comunque del mondo arabo che reclamavano e reclamano novità sostanziali sul piano dei diritti e della distribuzione della ricchezza, che si comincia ad intravedere).

Con ahimè molti fallimenti che abbiamo visto e che stanno generando i gravissimi problemi di convivenza e stabilità politica e sociale a partire da un lato dal Medio oriente per finire nell’Africa che si affaccia sul Mediterraneo

Basti richiamare il problema dei flussi migratori e del loro NON governo a livello istituzionale e quindi lasciato spesso nelle mani della criminalità, che ha fatto risorgere anche nuove forme di schiavitù a fronte della incapacità sostanziale di intervento dell’Europa, al di là dei recenti proclami di sapore anche muscolare.

Tornando al tema del modo di produrre, del cosa produrre e per chi, certo la rivoluzione informatica e delle comunicazioni sta giocando un ruolo decisivo.

Sulla risposta a queste domande si collocherà il riassetto futuro del sistema economico mondiale, sconvolgendo assetti consolidati, soprattutto qui da noi, e mettendo in crisi interi settori e sistemi produttivi non assolutamente in grado di reggere una concorrenza internazionale sempre più forte sul piano dell’offerta di beni e servizi e contemporaneamente incapaci di entrare in questi nuovi mercati potenzialmente enormi.

Di fronte a questo sommovimento, gli Stati nazionali europei si sono dimostrati incapaci di reagire tentennando tra atteggiamenti di chiusura anacronistici e con effetti devastanti sul piano della reciprocità, ipotizzando politiche economiche difensive e isolazionistiche (ricordo persino di idee di imposizione di dazi doganali sulle merci di importazione da altri paesi fuori dall’Europa)

ma anche posizioni sul piano economico-sociale di chiusura profondamente sbagliati, oltre che sul piano etico anche su quello economico, nei confronti del tema del lavoro e del suo crescente sfruttamento e dell’immigrazione, da considerarsi come risorsa potenziale, e reale, e non come problema e atteggiamenti di rassegnazione puntando tutto sulla politica di rigore interno e di riduzione della spesa sociale.

Lo Stato sociale, in crisi nell’Occidente, in realtà è una conquista, cui cominciano a guardare le classi dirigenti più avvertite di quei paesi in crescita, che quindi non solo non va smantellata ma preservata e rimodellata sapendo che o si riprende a produrre ricchezza, e si pensa a una sua più equa distribuzione, oppure anche questa conquista viene messa in pericolo per mancanza di risorse.

Naturalmente non si tratta di puntare ad una “crescita per la crescita” dai connotati esclusivamente quantitativi ma ad esempio un ripensamento radicale non solo su cosa produrre ma anche sul modo di produrre e su come distribuire equamente la questa ricchezza prodotta. Pensando anche alle implicazioni sulla stessa qualità della vita delle persone in ogni campo a partire da quello della libertà di scelta per il proprio presente e futuro.

Innovazione, ricerca, parole ormai persino logorate nell’uso che se ne fa, devono diventare fatti concreti e scelte chiare da parte degli Stati ma anche da parte delle imprese che hanno anch’esse grosse responsabilità per l’incapacità dimostrata nel sapersi rinnovare su questi versanti, tranne poche lodevoli eccezioni, nel recuperare una visione etica (penso ad Adriano Olivetti e al suo “sogno”) e nel rifuggire da un assistenzialismo pubblico diretto e indiretto spesso all’origine di questa insipienza nel saper affrontare le sfide della modernità.

Sapendo che questa rivoluzione tecnologica globale è in grado di moltiplicare la produttività e quindi la ricchezza ma avendo sempre meno bisogno di manodopera classica, di lavoro, come lo abbiamo conosciuto.

E questa è l’altra sfida che abbiamo di fronte: potrà crescere, e come sta crescendo, la nostra capacità di produrre ricchezza ma la sua distribuzione resta il problema centrale affidato alla politica e forse anche ad un cambiamento profondo dei rapporti economici e commerciali nel mondo contemporaneo. Nuove straordinarie possibilità abbiamo di fronte a noi ma anche questi rischi che sono insiti in questa fase storica di passaggio davvero epocale.

Insomma è all’interno di questa visione globale, nell’accettazione di una realtà mondiale che è cambiata che chiama in causa l’Occidente e l’Europa nella sua capacità o meno di sapersi rinnovare che risiede il futuro della nostra area del pianeta e di chi ci abita, a partire dalle giovani generazioni.

Non è la prima volta che il baricentro dello sviluppo si sposta da un’area all’altra del mondo .

Dobbiamo domandarci cosa può comportare nella nostra contemporaneità questo cambiamento:

se un declino irreversibile (con una sostanziale impotenza della politica e delle élite )

o una nuova occasione di miglioramento delle condizioni di vita delle persone all’interno di un assetto mondiale che si vorrebbe più giusto e equilibrato.

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