DOMENICO IANNACONE: RACCONTO LA REALTA’ CON UN TEMPO DIVERSO

DI MONICA TRIGLIA

«L’immagine più significativa dell’incontro fra Ezio Bosso e Domenico Iannacone è quella finale: una stretta di mano, calorosa, forte». Così Aldo Grasso ha commentato sul Corriere della Sera la puntata de “I Dieci comandamenti” dedicata al grande musicista piemontese colpito da una malattia neurodegenerativa.

Una stretta di mano, i silenzi, gli sguardi, le pause: insieme danno vita a un linguaggio poetico e narrativo che rende il programma speciale.

«Racconto la realtà con un altro tempo» dice Domenico Iannacone, che ho incontrato un paio di settimane fa a Casale Monferrato. Finalista del premio “Ambientalista dell’anno” intitolato a Luisa Minazzi, vittima dell’amianto, ha ricevuto un riconoscimento speciale del comitato organizzatore.

Come sei arrivato a un giornalismo tanto diverso?

«Ho girato per anni l’Italia per talk di successo come Ballarò e Presa diretta. Più giravo e più “assimilavo” problemi, ambientali ma non solo, che però non potevo fare emergere. Era difficilissimo trovare spazi per raccontare le tante storie che accumulavo dentro di me, quasi in una “traccia interiore”. Mi dicevo: questa storia io andrò a riprenderla. Ma mi rendevo conto di non poterlo fare».

E poi?

«C’è stata un episodio, una molla morale. Ero a Verona, era stato appena eletto sindaco Tosi che era durissimo con gli immigrati. Avevo fatto il pezzo, stavo per prendere il treno quando, di fronte alla stazione, vedo una ragazza, una di quelle che lavano i vetri delle auto. Cosa stai facendo, le chiedo. Lei aveva il capo chino. Cosa stai facendo, ho ripetuto una volta e poi un’altra. Lei allora ha alzato lo sguardo: sto chiedendo l’elemosina, ti do fastidio? Io zitto. Ti do fastidio, mi ha chiesto di nuovo. In quel momento si è completamente ribaltato il concetto di interlocuzione, a non rispondere ero io, il giornalista che fino a qualche minuto prima faceva domande. Ho montato il pezzo e mi sono accorto che l’essenza di quel servizio era proprio in quel minuto fatto di pause, di racconto dentro il racconto. Ma quel minuto me lo hanno fatto tagliare. Non è mai andato in onda. Lì ho deciso di cambiare. Perché volevo raccontare la realtà con un altro tempo».

Hai “sdoganato” il concetto di lentezza.

«A me piace molto la parola lentezza. L’aggettivo lento può essere utilizzato in modo negativo, invece quanta bellezza ha dentro! La lentezza ci permette di guardare le cose che ci succedono attorno. Di introiettare le immagini, di cogliere elementi che altrimenti andrebbero perduti».

Ci sono tanti silenzi nei tuoi reportage.

«Ci sono momenti in cui io mi limito a guardare le persone. Quando sono concentrate sulle loro testimonianze, il loro sguardo è pieno di significati. Oggi la tentazione del giornalismo è lo scandalismo. Siamo ossessionati, dobbiamo arrivare prima degli altri, dobbiamo rincorrere. Io la telecamera nascosta la trovo un mezzo sleale: aspetto il momento in cui sei più debole, in cui magari dici una cavolata, e con le tue parole rubate faccio la notizia. No, non è per me. Non è quello che voglio per me. Io parlo con persone che vogliono parlare. Che sono d’accordo a raccontare. E’ così esce la verità. In modo armonico, giusto, corretto».

Chi segue I dieci comandamenti dice che sono poesia.

«Io amo molto la parola, la mia esperienza professionale parte da quello, e sentire dire che il lavoro che faccio è un lavoro poetico è un complimento. Fin da ragazzo ho amato la letteratura, e ho avuto la fortuna, a 18 anni, di incontrare la poetessa Amelia Rosselli, la figlia di Carlo Rosselli, uno dei fratelli uccisi in Francia dai fascisti. Collaborava con una rivista letteraria e le mandai dei miei scritti. Li fece pubblicare, e così io, che stavo in Molise ed ero giovanissimo, ho cominciato a nutrirmi di poesia, nel Gruppo 63 dove erano tutti i più grandi poeti viventi, da Mario Luzi a Edoardo Sanguineti. La poesia ti permette di arrivare a una sorta di sintesi. E’ un canovaccio su cui lavorare, cesellare, togliere più che mettere. Per questo nei miei reportage adotto un sistema di narrazione poetica».

Tra tante storie che hai raccontato, ce n’è una che ti è rimasta nel cuore?

«Mario, operaio dell’Ilva di Taranto, che si è ammalato di lavoro e gli hanno asportato le corde vocali. Ma lui continua a lottare con accanto Felicetta, la moglie che parla per lui. E’ lei che lo capisce, è lei che dice le parole che lui non può più pronunciare. Ogni tanto ci scambiamo messaggi. Io so che lui c’è. La sua è un esempio delle storie minime che io voglio raccontare perché sono quelle che ti permettono di capire come vanno la società e il mondo. Se questo Paese si salverà, sarà grazie a questi piccoli esempi, a quelli che resistono, nonostante tutto».