IL VECCHIO, L’AUTOMA E I NIPOTINI

DI FRANCO BERARDI

 Guardate questa foto, permettetemi di leggerla.
 Io vedo una donna giovane e alta che imbraccia un fucile ad alta precisione, dito sul grilletto, e si volta con labbra serrate e sguardo sprezzante anche un po’ schifato verso un vecchio asmatico balbettante rimbambito che implorante appoggia la mano sull’avambraccio della femmina hi-tech, l’automa. Nell’altra mano il vecchio palestinese ha un rosario. Io, vecchio maschio asmatico non posso che identificarmi col vecchio palestinese, e mi faccio pena, anche un po’ ribrezzo, come uno di quei topi di Art Spiegelman.

Lei appartiene a un’altra razza, alla razza dei gatti. I gatti sono agili, scattanti, e posseggono una cultura tecnica superiore. I topi non ancora, ma se si impegnano a fondo in futuro potranno produrlo anche loro.
Siamo a Gerusalemme, il giorno dopo che un suprematista del Ku Klux Klan ha chiuso la vecchia questione palestinese con un atto di linguaggio (sposteremo l’ambasciata del Ku Klux Klan da Tel Aviv a Gerusalemme perché questa è la capitale dello stato ebraico).
Quello che non vediamo nella foto è il nipotino del vecchio. Il ragazzino che sta chiuso in una casa diroccata di Gaza e studia chimica, informatica e fisica nucleare. Non partecipa alle manifestazioni dove i suoi coetanei lanciano prevedibili sassi contro le camionette dei gatti col rischio di beccarsi una pallottola.
Perché quel ragazzino studia chimica informatica o fisica nucleare? Perché ha letto Thomas Friedman sulle pagine del New York Times? Friedman scrive che i palestinesi debbono smetterla di pensare alle bombe che gli piovono sulla testa, o al muro che incombe o al posto di blocco. Debbono diventare moderni, e studiare le nuove tecnologie. D’accordo, pensa il topolino, adesso studio poi si vedrà.

quel che vedeva il signor Altrimenti
Gunther Anders si chiamava Gunther Stern, quando nacque a Breslau che allora era tedesca. Quando si mise a scrivere per un giornale gli consigliarono di cambiare quel nome troppo ebreo, e scelse allora di chiamarsi Anders, che vuol dire altrimenti. Gunther che è un altro da se stesso, l’alterità al posto dell’identità. Come potete capire Anders è un tipo che mi piace, perché ha capito che l’identità non esiste perché esiste solo il divenire altro. Anders fu a Gerusalemme nei giorni del processo Eichmann, insieme alla sua collega (ed ex-moglie) Anna Arendt, che seguiva il processo per il New York Times, e ne trasse il libro “La banalità del male”. Eichmann era un funzionario del regime hitleriano che si occupa della logistica dello sterminio, cioè di gestire i flussi come dice il suo collega Minniti, solo che Minniti fa affondare le barche dai suoi soci libici, mentre Eichmann organizzava i treni.
Anche Gunter scrisse molto su quel processo, in particolare un paio di lettere al figlio di Eichmann, pubblicate col titolo “Noi figli di Eichmann”. Per Anders il nazismo non è stato un episodio unico e irripetibile, al contrario, è destinato a il nuovo modello della storia umana. In un passo agghiacciante egli scrive:
“possiamo aspettarci che gli orrori del Reich a venire eclisseranno gli orrori del Reich del passato. Certamente quando un giorno i nostri figli o nipoti orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri gli apparirà come un esperimento minore e provinciale.” (Gunther Anders).
Nell’anno 2017 questa spaventosa predizione sembra essere prossima a realizzarsi, ne sentiamo quasi l’odore. Possiamo ignorarlo, possiamo chiudere gli occhi di fronte al diffondersi del nazionalismo e del razzismo, alla proliferazione di imitatori di Hitler come l’indiano Modi il filippino Dutarte e l’americano Trump, ma la rimozione non sarà di grande aiuto.
Secondo Anders il nazismo si fonda sulla perfezione tecnologica dello sterminio una forma di automazione in seguito alla quale i compiti disumani non hanno più bisogno di esecutori umani. Anders osserva che il lancio della bomba atomica di Hiroshima non fu il risultato di un’azione umana, ma l’implementazione di una procedura tecnica: centomila persone uccise in pochi secondi al tocco di un bottone. L’automazione dello sterminio oggi può avere una scala molto più vasta che nell’epoca di Hitler: la giovane donna israeliana che guarda schifata il vecchio col rosario lo sa.

nipotini
Di quel vecchio non mi importa niente, spero per che muoia al più presto, è lo stesso augurio che faccio anche a me. Non siamo venuti al mondo in quest’era di belve meccaniche, non siamo preparati all’automa sterminatore. Il nipotino sì.
Il nipotino di quel vecchio palestinese non ha il rosario tra le dita, non partecipa alle patetiche manifestazione degli umiliati che si lamentano strillando frasi rabbiosamente irrilevanti. Studia chimica, studia informatica. Sta in una stanza sovraffollata, a Gaza, forse, in uno dei territori in cui l’acqua non arriva e bisogna andarsela a procacciare. Non gli interessa la promessa vuota dei due stati, o di uno stato, o di uno stato islamico o laico. Non gli interessa niente di queste calzate politiche. Solo il successo gli interessa. O la vendetta. Che a pensarci bene, che differenza c’è?
Ricordate Abou Ghraib la prigione irachena in cui gli americani rinchiudevano gli iracheni dopo la passeggiata promessa da Dick Cheney? Io sì, ricordo precisamente quella mattina in cui sul giornale vidi le foto: decine di corpi nudi di iracheni schizzati di merda, ammonticchiati per terra sotto la canna di un moschetto americano, un altro prigioniero a ginocchioni cammina come un cane legato ad un guinzaglio il cui capo tiene una soldatessa americana.
Cosa pensai quella mattina? Prima pensai che George Bush avrebbe perso le elezioni a causa di quelle foto. Sbagliato, le vinse, e come avrebbe potuto andare altrimenti? Il popolo americano vide quelle foto e sghignazzò contento: torturare arabi è sempre stato il sogno di ogni giovane americano bianco che si rispetti. Poi pensai a una seconda possibilità, immaginai un’altra scena. Immaginai milioni di bambini arabi, e musulmani seduti su una sedia davanti alla tv, oppure su un divano, per terra, in piedi in un bar della periferia del Cairo, di Rabat, di Londra, di Parigi, di Milano. Davanti alla tv. E cercai di sintonizzarmi con loro, mentre osservavano i loro fratelli maggiori denudati, immerdati, trascinati al guinzaglio da una soldatessa bianca americana. E’ un segno del progresso: anche le donne possono torturare, ma potete immaginare la sete di vendetta che una visione simile può provocare nella mente di un giovane maschio musulmano?
In quel momento io pensai: almeno uno su cento di quei bambini dedicherà la sua esistenza alla vendetta. Dieci anni dopo infatti quei bambinetti hanno messo una bomba nella metropolitana londinese, hanno massacrato cento persone sul lungomare di Nizza, sparato sulla folla di una discoteca parigina, terrorizzato le città europee. Un paio degli assassini del Bataclan hanno dichiarato ai media che i progetti di massacro erano nati nella loro mente dopo avere visto le immagini di Abou Ghraib. Cherif Kouachi ha detto di aver cominciato a pensare a diventare un terrorista proprio dopo lo shock di quelle fotografie. La sua conversione religiosa è venuta dopo, non prima, la visione di quell’umiliazione.
Indomabile è il desiderio di vendetta che nasce dall’umiliazione di un bambino. Ma quelli dei passati quindici anni erano dilettanti: dalla prossima generazione usciranno professionisti della vendetta, gente che conosce la chimica l’informatica e la fisica nucleare meglio di come Mohammed Atta conosceva la guida aerea.
L’atto del presidente degli Stati Uniti è carico di futuro. A Gaza al Cairo e a Rabat, ma anche a Londra a Parigi e a Milano, milioni di bambini osservano la foto del nonnetto e lo sguardo della soldatessa, e preparano il nostro futuro. Mi sintonizzo con loro e so che rimpiangeremo al Qaida, rimpiangeremo Daesh, rimpiangeremo il terrorismo low-tech dei primi quindici anni di questo secolo di orrore.