IGOR, LE MILLE MASCHERE SENZA UN VOLTO. CHI E’ VERAMENTE? D

DI ALBERTO TAROZZI

Chi è veramente Norbert Feher, cittadino di Szabadka, come pare amasse definirsi con quelli cui non raccontava una delle sue centomila balle?
Perché gli ungheresi di Serbia così chiamano Subotica la città di provenienza del così detto, dai media, Igor il russo, catturato in Spagna dopo una latitanza di otto mesi; quanto meno se la misuriamo coi mandati di cattura italiani, perché i serbi lo ricercavano già da prima.

Nel corso della storia sono state utilizzate centinaia di nomi diversi per indicare la città di Subotica che ha accolto fin dal Medioevo diversi popoli. Il nome ungherese della città deriva dall’aggettivo szabad, che significa “libero”, e dal suffisso -ka, un diminutivo affettuoso. Qualcosa come “piccolo e caro libero luogo”. Quello di matrice serbo croata pare invece trarre origine dalla parola “subota” (sabato), dunque “piccolo sabato”.
Norbert sembra preferisse la prima versione, un po’ come quegli altoatesini (sudtirolesi) con passaporto italiano che dicono di abitare a Bozen e che quando vincono una gara di slalom proclamano nei microfoni “Essere contento arrivato uno”

Norbert non certo russo, anche se all’occorrenza dichiarava di aver combattuto in Cecenia, ma nemmeno del tutto serbo, se non di passaporto. Ungherese dunque? Dal cognome parrebbe di sì, ma dal nome si potrebbe risalire anche all’altra matrice dell’Impero austroungarico, a quella Maria Teresa d’Austria onorando la quale Subotica prese pure il nome, nel 1779, di Maria-Theresiapolis. Se ci aggiungiamo che il nome che si è dato al momento del suo battesimo, in carcere è Ezechiele, un nome ebreo che ci ricorda la deportazione di ben 4000 ebrei da Subotica ai campi di sterminio, quando durante la guerra la città era sotto il controllo del famigerato Ammiraglio Horty, alleato dei nazisti, il quadro è completo.
Il nostro è cittadino del mondo e ne configura il volto feroce, a prescindere dalle appartenenze etniche, ideologiche e religiose.
Qualcosa che evidenzia il clima di delirio mediatico in cui siamo avvolti, dove le apparenze devastano i confini degli esseri umani e le leggende metropolitane si rincorrono fino a cancellare ogni parvenza oggettiva della realtà.

La vita quotidiana di Norbert ne è una tragica conferma e a seconda della maschera indossata produce sceneggiate grottesche.
C’è un Norbert come viene ricordato dai compagni di carcere: appassionato di informatica, capace di decifrare ideogrammi cinesi, capace di migliaia di esercizi addominali al giorno. Oppure chierichetto numero uno nei suoi servizi al prete delle carceri che lo ha convertito al cattolicesimo e fatica ad averne un cattivo ricordo.
Solo una mania, che non conveniva contestargli, come ci è stata ricordata da quella originale tramissione radiofonica noir che è “Mangiafuoco”. Guai a impedirgli di vedere i cartoni animati in tv (Ninja soprattutto). Capace di mettersi il telecomando in tasca e guai a chi glielo toccava. Soprattutto quando l’alternativa erano quelle fottute partite di calcio che erano la passione del padre che lo aveva obbligato ad assistervi. Della serie sotto sotto Edipo ci cova.

Poi, dal grottesco alla tragedia, c’è il Norbert nel ricordo delle sue vittime e in quello di chi è riuscito a catturarlo.
Feroce, astuto e determinato, ma anche miserabile ladro di polli alcoolizzato, come in quel video ripetuto all’infinito che lo vede disarmato e preso a randellate come un fesso da quel barista che sarà poi una delle sue tante vittime.
Un vagabondo senza meta che grazie a non si sa chi vanifica per mesi le taglie messe sulla sua testa e gli sforzi di polizia, carabinieri e guardia civile spagnola. Fino alla resa, determinata più da uno sfortunato incidente col camioncino di cui era alla guida, seguente alla carneficina spagnola, che dalla abilità altrui.
Oggi il bene trionfa e come dice Minniti la giustizia (ma quale, quella italiana, quella spagnola o quella celeste?) oltre ad andare piano è arrivata lontano.

Sullo sfondo l’immagine multiforme di un criminale globale, impossibile da definire e proprio per questo sfuggente. Alle definizioni dei media come alla caccia delle forze dell’ordine.