REQUISITORIA PM TRATTATIVA STATO-MAFIA: QUELLE NEBBIE MAI DISSOLTE

DI LUCA SOLDI

 

 

Il pubblico ministero Roberto Tartaglia, nel secondo giorno della requisitoria al processo “Trattativa Stato-mafia”, prosegue nel racconto degli atti che sono emersi nella ricostruzione della procura di Palermo: “Dopo il delitto dell’eurodeputato dc Salvo Lima, il vertice dell’organizzazione mafiosa sarebbe andato alla ricerca di un nuovo referente politico e “Dell’Utri fu l’opzione politica individuata da Totò Riina in persona”.
La requisitoria di Tartaglia è il frutto di anni di indagini, di interrogatori, di racconti di pentiti, realizzate con i colleghi Di Matteo, Teresi e Del Bene.
Dell’Utri torna in primo piano nel processo in giorni nei quali l’ex senatore è al centro del braccio di ferro sulla sua richiesta di cure fuori dal carcere che lo avevano visto iniziare prima uno sciopero della fame, poi sospeso e dopo uno per il rifiuto all’uso dei medicinali
Comprendere e definire la figura, di primo piano nel contesto del tempo, di Dell’Utri, per i Pm, vuol dare seguito alla comprensione dei fenomeni mafiosi collegati alla politica dopo l’eliminazione di Lima.
Le indagini svelano che, relativamente alle stragi mafiose, si andò non solo verso la trattativa Stato-mafia ma che in quegli anni ci fu una vera e propria resa da parte delle istituzioni. Una contaminazione che ha il sapore di una sconfitta ma che allo stesso tempo lascia spazio a dubbi mai sopiti che toccano i massimi vertici delle istituzioni.
Prova tangibile in quegli anni fu la sostituzione del ministro Scotti da parte di Andreotti, al tempo Presidente del Consiglio che lo volle subito destituire perché troppo intransigente verso un mondo colluso o indifferente, un mondo a cavallo fra mafie e politica.
Un sistema che si era sentito colpito dal reagire dello Stato che non si accontentò di realizzare una strategia assassina contro qualche singola grande figura fedele alla democrazia ma che volle mettere in atto quella stagione che culminò nelle stragi di Milano, Roma e Firenze.
La reazione del Paese a questi attentati fu in una profonda costernazione per essere arrivati al limite di una destabilizzazione incontrollabile.
Ancora oggi emergono dunque precise responsabilità di indirizzo politico che non si è voluto chiarire che viaggiano parallele alle decisioni “personali” di chi materialmente mise in piedi la trattativa.
Dichiarazioni che ascoltate in una aula di tribunale sollevano timori e preoccupazioni mai sopiti anche per i nostri giorni.
Rinnovando la sensazione che la “scelta” di non proseguire nel processo contro Andreotti abbia voluto solo coprire tutti dubbi e preoccupazioni che non riemergono solo nelle inchieste giornalistiche o nelle tesi dei “soliti” complottisti.
Ed è proprio sulla figura di Andreotti che ancora oggi si concentra il rammarico per quanto non è stato fatto.
Riemergono nella memoria le parole del dottor Caselli al tempo della sentenza a Giulio Andreotti: «La storia di Andreotti scagionato è una pagina non bella nella vicenda politica e giornalistica italiana», ebbe a dire Caselli. «Portammo a processo il senatore Andreotti in base a plurimi elementi di prova», aggiunse poi difendendo l’operato dei pm palermitani, al tempo accusati di aver attaccato un politico di primo piano senza elementi sufficienti.
Elementi che secondo Caselli c’erano eccome. A partire dalle «dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, che narrò di due incontri, di uno era stato testimone oculare, avvenuti in Sicilia tra lo stesso Andreotti e Stefano Bontade». Incontri che, come è scritto nella sentenza di appello confermata in Cassazione, avevano per oggetto «la discussione di fatti gravissimi in relazione alla delicatissima questione di Piersanti Mattarella», il capo della Dc siciliana, fratello del Presidente della Repubblica, assassinato dalla mafia. «Mannoia raccontò che il senatore», ricordò Caselli, «era andato una prima volta da Bontade per far cessare le intimidazioni mafiose contro Mattarella. E una seconda volta Andreotti incontrò Bontade per chiedere la ragione dell’assassinio. In nessuno dei due casi Andreotti, che era a conoscenza di corcostanze gravissime sull’assassinio di Mattarella, informò mai magistratura e inquirenti».
Nonostante questo, il leader Dc fu assolto. Assoluzione che però, tenne a precisare Caselli, riguardava solo i fatti successivi al 1980. Per i reati commessi fino a quella data, infatti, Andreotti venne invece riconosciuto colpevole di associazione per delinquere con la mafia. Reati che “naturalmente” vennero prescritti ma che ancora oggi risuonano nell’Aula del Tribunale di Palermo.
La requisitoria proseguirà il 21 e 22 dicembre.