WTO: NULLA DI FATTO, SALTA IL TRATTATO TRA UNIONE EUROPEA E MERCOSUR

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Niente trattato di libero commercio tra Unione Europea e Mercosur (la comunità economica del Sud America). I delegati hanno sperato fino all’ultimo di riuscire ad arrivare a un accordo all’interno del vertice Wto di Buenos Aires (dal 10 al 13 dicembre) o nei giorni immediatamente successivi, ma la discussione è stata spostata alla primavera del 2018.
Il più deluso è il presidente argentino Mauricio Macri, che sperava di incassare la firma e presentarsi più forte ai prossimi appuntamenti parlamentari. Primo tra tutti, la riforma delle pensioni, che avrebbe dovuto essere stata votata giovedì scorso, quando la sessione alla Camera dei deputati è stata sospesa per i disordini nelle strade e per irregolarità nel voto parlamentare denunciate dall’opposizione. I lavori riprenderanno lunedì 18 dicembre e sono previste nuove manifestazioni.
Le ragioni della mancata firma vanno cercate nelle regole sull’origine dei prodotti, nell’accesso asimmetrico ai mercati e nell’obbligo di arbitrato internazionale in caso di controversia. Su questo le posizioni europee non sono omogenee. In particolare la sinistra (rappresentata per esempio dai tedeschi di Die Linke) si è impegnata a introdurre correttivi alla palese asimmetria di forze tra i due blocchi.
Altro tema discusso, quello dell’e-commerce, “venduto” come grande opportunità d’accesso ai mercati per i paesi in via di sviluppo, mentre si finirebbe con il permettere la deroga alle leggi dei singoli stati sulla protezione dati personali e sul trattamento di lavoratori e fornitori.
Il vertice in generale è stato un flop. “Deludente” l’ha definito lo stesso direttore generale del Wto, Roberto Azevedo. Segno che la politica portata avanti da qualche anno dall’organizzazione – la firma di accordi bilaterali – non convince tutti i 164 paesi membri. Le resistenze principali riguardano il rifiuto di molti stati emergenti, guidati dall’India, a eliminare i sussidi all’agricoltura. Difficile dar loro torto, visto che a reclamare tale provvedimento è l’Unione Europea, che quei sussidi li ha reintrodotti con un’alchimia tecnocratica.
Tanto che martedì, per movimentare l’atmosfera fiacca dei lavori, è stata pubblicata una dichiarazione congiunta di Islanda e Sierra Leone (nella foto, il momento della presentazione) sull’accesso delle donne al commercio internazionale. Basata sull’idea che la liberalizzazione riduca automaticamente le disparità di genere e sostenga l’imprenditorialità femminile, la dichiarazione è stata definita un “cavallo di Troia”, per travestire da politiche inclusive provvedimenti che puntano invece alla deregolamentazione.
Secondo Corina Rodríguez, economista Centro Interdisciplinario para el Estudio de Políticas Públicas (CIEPP) di Buenos Aires, “la liberalizzazione fa sì che, alle ineguaglianze di genere interne a un paese, si sommino quelle tra paesi”.
Secondo l’economista, non c’è alcuna prova che la liberalizzazione dei mercati favorisca le donne. “Anzi, semmai è vero il contrario”, aggiunge. “La liberalizzazione non promuove l’accesso paritario al mercato del lavoro, ma la femminilizzazione di alcuni settori. Basta pensare alle maquilas, le zone industriali speciali istituite in Messico e in vari paesi centroamericani, che impiegano – a stipendio ridotto – personale femminile”. Donne che lavorano in condizioni di assenza di regole e tutele, spesso sottoposte a violenza e ricatti sessuali.
Non solo. “Il neoliberismo, riducendo i servizi sociali, aumenta per le donne la carica di lavoro di cura non remunerato”, continua Rodríguez. “Infine, il fatto che molti stati, per attrarre investimenti stranieri, offrano sgravi fiscali, si traduce in un diminuito flusso di denaro nelle casse pubbliche, con tagli ulteriori che vanno sempre a colpire i gruppi più vulnerabili”.

FOTO: WTO