LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE. WOODY ALLEN STUPISCE MA NON COLPISCE

Coney Island, anni cinquanta. Ginny (Kate Winslet) si arrabatta come può lavorando come cameriera dentro un ristorante chiamato “Il re della vongola” e porta avanti un poco felice matrimonio con Humpty (Jim Belushi), un ex alcolista machista e possessivo, con cui cerca di crescere, con scarsi risultati, il figlio di primo matrimonio Richie (Jack Gore), un ragazzino di dieci anni dalle manie piromani.
Tra un piatto servito a un’anonima tavolata e uno sbuffo, Ginny incontra Mickey (Justin Timberlake) un bagnino dalla verve romantica e affabulatoria, con un debole per le donne e il sogno di diventare drammaturgo. E le cose si complicano ulteriormente quando, dal nulla, spunta Carolina (Juno Temple), la giovane ribelle figlia di Humpty in fuga da un matrimonio fallito con un gangster.
Se nell’intreccio appena narrato inseriamo la fotografia di Vittorio Storaro e la regia di Woody Allen, ecco che La ruota delle Meraviglie si trasforma magicamente in uno degli “imperdibili” del Natale 2017, o quantomeno di cui sentiremo maggiormente parlare. C’è da dire che la vena comica che ha caratterizzato il Woody Allen dei tempi d’oro è andata man mano perdendosi e oggi, se si osservasse il pubblico in sala da un occhio esterno, non si potrebbe fare a meno di notare che quegli stessi spettatori che un tempo ci contagiavano con le loro risate, negli ultimi anni hanno assunto un’espressione sempre più corrucciata, riflessiva: l’ormai ottantaduenne cineasta ha preferito sostituire lo humour con profonde riflessioni sull’esistenza del singolo.
Qui lo vediamo alle prese con un’opera ambientata in un periodo piuttosto remoto: necessaria quanto riuscita la meticolosa ricostruzione di costumi e ambientazioni, che tra tonalità pastellate e interpretazioni cariche di un’enfasi tutta teatrale, sin dalle prime scene ci inserisce in una di quelle cartoline vintage che appendiamo al frigorifero. Ed è dentro questa cartolina che si snoda il plot, portato avanti da talentuosi attori tra cui spicca un’inesorabile Kate Winslet insieme a un altrettanto ineludibile Jim Belushi. Ma ciò che maggiormente caratterizza la pellicola è la perpetua ricerca sul colore: le luci provenienti dalle giostre del luna park di Coney Island si riflettono continuamente sui volti, sulle espressioni dei personaggi e anche sul contesto, accentuandone di volta in volta reazioni e stati d’animo: dal rosso sulle gote e sui capelli di Ginny nel momento in cui incontra Mickey, al blu che, come un velo, si stende sulla pelle dei personaggi nei momenti di maggior tensione, per poi riversarsi sull’intero contesto, che assume improvvisamente tinte fredde, immobili. E in questo pot-pourri di competenze, La ruota delle meraviglie narra di nefandezze umane, dovute a piccoli fallimenti personali che sembra impossibile recuperare senza aver prima fatto i conti con se stessi. È l’eccentrico personaggio interpretato da Kate Winslet a farsi portavoce di questa riflessione, che si relaziona man mano con personaggi sempre diversi, ma proponendo una coazione a ripetere che non lascia scampo e la riporta ogni volta al momento in cui, nella vita, tutto si è fermato, compresa la sua maturazione come donna.
Grande maestria, dunque, degli attori, della fotografia e indubbiamente del regista.
Ma Woody Allen continua a non colpire. Nell’abilità con cui maneggia strumenti in suo possesso da ormai tanti anni si continua a percepire un fondo di freddezza che impedisce una completa fusione con i personaggi. Didascalico e autoreferenziale, il regista sa come far muovere i propri attori, ma perfino nelle espressioni di un’impareggiabile Kate Winslet si percepisce un distacco per il quale diviene impossibile perdersi nel film. L’effetto artificioso persiste e anzi si accentua per tutta la durata e, al di là dell’aver assistito a una trama più o meno coinvolgente, l’uscita dalla sala con la delusione di essere rimasti sulla propria poltrona senza riuscire mai ad andare oltre lo schermo, è pressoché inevitabile.