VIOLENZA SULLE DONNE: SIAMO VITTIME, MA RESTIAMO SOGGETTI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Perché le donne tacciono quando subiscono una violenza? È una domanda che Inés Hercovich (nella foto), argentina, sociologa e psicologa sociale, si è posta per la prima volta 30 anni fa. Una domanda che ha guidato anni di ricerche, molte delle quali finanziate dalla Swedish Agency for Research Cooperation (che dipende dall’Università di Stoccolma) e l’Institute of Social Studies of Amsterdam. Oggi Inés vive a Buenos Aires, dove l’abbiamo incontrata e dove – da pioniera della presa di coscienza femminista – è diventata un punto di riferimento delle azioni contro la discriminazione e la violenza di genere.

Perché le donne non parlano? È cambiata negli anni la risposta a quella domanda iniziale?

Quando ho iniziato, la risposta che mi davo era la stessa che si danno tutti: non parlano per vergogna. Iniziai a spargere la voce che per le mie ricerche mi servivano testimonianze e mi accorsi che donne desiderose di parlare spuntavano da tutte le parti. Addirittura, scoprii che due mie amiche erano state stuprate e non avevano mai detto una parola. Mi resi conto allora che non erano le donne a non voler parlare, ma che era il resto della società a non volere ascoltare. Quindi riformulai la domanda: cosa ci impedisce di ascoltarle? E allora capii che si contrappongono due aspetti: da una parte abbiamo ciò che le donne hanno da dire e dall’altra ciò che gli altri si aspettano di ascoltare. Il problema è proprio qui, quando il racconto della donna non coincide con le aspettative.

Le aspettative di chi?

Quelle dell’immaginario dominante – nel quale siamo immersi tutti, uomini e donne – che ci dice con molta precisione come avverrebbe uno stupro. Ma la maggior parte delle volte lo stupro è qualcosa di molto diverso. E questo impedisce a tutti di riconoscerlo come tale. La donna stessa è costretta ad adattare la propria esperienza a questo immaginario dominante, che non coincide con la realtà.

Quali sono queste due narrazioni che non coincidono?

L’immaginario dominante descrive sempre una strada buia e deserta, una stazione ferroviaria di notte, l’ascensore che porta a un parcheggio sotterraneo, un luogo comunque nascosto. Qui passa una bella ragazza, che viene aggredita da un depravato di classe sociale bassa, incapace di controllare i propri istinti. Descritto come bruto, mostro, bestia oppure come una persona malata. Che non significa che non possa esserci anche un elemento psicopatologico. Ma, in generale, vittima e stupratore vengono descritti attraverso quello che io definisco il “fermo immagine”. È come una diapositiva piatta, priva di movimento. Non è un processo, non c’è un prima e un dopo, non ci sono persone con una loro storia che entrano in relazione.
Tutto quello che smentisce questa immagine ci sconvolge. Il più delle volte lo stupratore è un amico o conoscente, un collega di lavoro che ti invita a bere qualcosa, qualcuno conosciuto a casa di amici dal quale a fine serata accetti un passaggio. Davanti a questo racconto scatta una reazione difensiva. Ci sembra inaccettabile, impossibile. E se chi ascolta non vuole cambiare le proprie certezze, si aggrappa al fermo immagine come a una boa in mezzo alla tempesta.

E alla donna vittima di violenza cosa succede?

All’angoscia per l’esperienza subita, si aggiunge l’angoscia di non poter dare parola a ciò che ha vissuto. Non può “interpretare” la sua stessa esperienza. Per capire cosa succede nella testa della vittima, posso raccontare che nelle mie ricerche ho raccolto testimonianze con interviste molto lunghe, le ho registrate e trascritte, indicando anche le pause, le esitazioni, le interiezioni. Poi ho restituito i testi alle donne, chiedendo loro se erano disposte a rileggersi. E loro stesse si stupivano dei propri racconti. Si accorgevano che la parola “io” era associata a un verbo: c’era un soggetto attivo, che faceva molte cose. Si meravigliavano, quando si rendevano conto che avevano agito, non erano rimaste inermi. Prendevano coscienza che avevano parlato all’aggressore per fargli cambiare idea, per calmarlo o per non esacerbare la sua violenza, fino a che non avevano dovuto sottomettersi alla penetrazione per salvarsi la vita o evitare danni fisici gravi e per fare in modo che tutto finisse prima possibile. Si rendevano conto che avevano scambiato sesso per la vita.

C’è un tabù nell’affrontare il tema del ruolo della vittima nello stupro?

Sì, perché c’è la percezione che se la donna agisce, allora è attiva. Se è attiva, allora decide. E se decide di lasciarsi penetrare, allora smette di essere vittima. È una formula perversa che identifica con il consenso la sottomissione a una situazione non desiderata, per avere salva la vita o la propria integrità fisica. In questo contesto, se una donna batte le ciglia, “allora è consenziente”. Figuriamoci se decide di lasciarsi stuprare per avere salva la vita. Questo meccanismo si conclude con la colpevolizzazione della vittima.

Riconoscersi ed essere riconosciute come vittime è già un primo passo perché possa cambiare l’immaginario dominante?

In realtà il ruolo di vittima è insidioso, perché sembra inoffensivo, quasi protettivo. In realtà, proprio perché l’immaginario dominante ha bisogno di pensare alle vittime come esseri incapaci e inermi, le priva della loro soggettività. C’è qualcosa di molto perverso in questo modo di interpretare i fatti: per consentirti di recuperare la tua condizione di soggetto ti trasforma in colpevole. Non so quale delle due alternative sia più sopportabile. Quando mi sono resa conto di questa situazione, all’inizio degli anni ’90, creai un servizio di assistenza che si chiamava “Savias”. Il nome era l’acronimo di “Servicio di asistencias a victimas de agresiones sexuales”, però la parola in spagnolo significa “linfa”. Iniziammo a lavorare mostrando alla donna che non era solo un corpo passivo, che si era difesa ed era riuscita a proteggere la propria vita. Che non era vero che l’aggressore aveva fatto di lei tutto quello che voleva, che c’era una parte di sé che era riuscita a proteggere. Da qui partiva il lavoro di riabilitazione. E da quelle storie scoprii una cosa: come fosse stato facile per la donna “aprire le gambe”. Erano i baci e le carezze a provocare la reazione di orrore. La penetrazione era invece ciò che le permetteva di mettere una distanza tra sé e l’aggressore. Era come dire: “Fa’ quello che devi fare e vattene”.

Un altro luogo comune che si sgretola?

Sì, e la dice lunga sull’interpretazione che la sessualità maschile dà a quella femminile: arrivare alla penetrazione per un uomo significa vuol dire “avere avuto tutto”. Mentre per la donna è ciò che le permette di non consegnare se stessa e il suo essere. Consegnare la vagina ha un costo inferiore. È un’idea molta sovversiva, rispetto ai termini in cui viene pensata la sessualità.

Cosa possiamo fare a livello di prevenzione?

La cultura cambia, ma lentamente. Oggi i violenti, almeno a livello di discorso pubblico, vengono condannati, anziché esaltati per la loro carica di virilità. Ma da questa narrazione, ancora una volta, la vittima viene esclusa. L’altro giorno ero ospite in un programma della Radio Nacional, condotto da una giornalista molto attiva nel campo della lotta alla violenza di genere. Dicevo che non è indifferente che una ragazza beva fino a perdere lucidità, esca in mini-minigonna, si metta ai piedi degli zatteroni, che secondo me sono uno dei sintomi della sottomissione femminile, perché equivale a mettersi un cartello che dice: “Eccomi, sono qui, sono così sottomessa che non sono nemmeno in grado di scappare”. La giornalista a quel punto ha esclamato: “Ma allora io con mia nipote ho sbagliato tutto, quando le ho detto che ha il diritto di vestirsi come le pare!”. E io le ho risposto di sì, che secondo me aveva sbagliato tutto. Perché i diritti e i principi astratti poi si calano nella vita reale, dove ci sono codici, regole di convivenza che le diverse società si sono date, giuste o sbagliate che siano. E che quello che è legale non sempre è opportuno. Secondo me è necessario che una ragazza prenda coscienza di ciò che è un suo diritto, ma che non è il caso di esercitare sempre e in qualsiasi situazione. Altrimenti si torna al punto di partenza: l’astrattezza. Il famoso fermo immagine, senza un prima e un dopo. Cos’è successo tra la vittima e l’aggressore? Cosa si sono detti? Cosa hanno fatto entrambi? Se filtriamo tutto questo come irrilevante, continuiamo a non capirci nulla. È il limite del lavoro di molte militanti contro la violenza di genere.

Purtroppo è l’argomento usato nei processi per difendere lo stupratore.

Sì, ma qui dobbiamo intenderci su cosa sia la responsabilità. Non parliamo di responsabilità penale: di questo si occupano giudici e avvocati nei tribunali. Qui si tratta di considerare la responsabilità come assunzione della propria condizione di soggetto, non della colpa. So benissimo che è molto difficile parlarne. Il problema sta nella conclusione che se ne ricava: se una donna mostra le tette, l’uomo è giustificato ad aggredirla. Certo che no. Però non è che lei possa dire innocentemente che non aveva idea del significato erotico del seno femminile nella nostra cultura.

Però questa posizione è molto difficile da sostenere. Possiamo dircelo tra noi, finché non ci sente nessuno, ma scriverlo su un giornale, dichiararlo in tv scatena l’inferno. Perché automaticamente la vittima diventa colpevole, saltando a pie’ pari questa articolazione con la responsabilità. Come possiamo risolvere il dilemma?

Per ora non si risolve. Però non possiamo nemmeno fare finta di niente. È un discorso che dobbiamo fare. Altrimenti alla vittimizzazione aggiungiamo la santificazione. E rendiamo la vittima irresponsabile. Mentre il soggetto è tale proprio perché è responsabile. Ma, di nuovo, responsabile non significa colpevole. Significa che faccio delle scelte, delle azioni che a volte generano risposte che non sono quelle da me desiderate. Se mi fanno diventare buona e santa, una che “non aveva idea”, mi stanno togliendo la responsabilità di me stessa.