I CATALANI NON MOLLANO E LA MAGGIORANZA VA AGLI INDIPENDENTISTI

DI GIORGIO DELL’ARTI

Cinque milioni e mezzo di catalani sono stati chiamati al voto ieri per eleggere i 135 nuovi deputati del parlamento regionale di Barcellona e soprattutto per decidere il futuro del processo di indipendenza che ha sconvolto il panorama politico spagnolo ed europeo negli ultimi mesi. Sin dal mattino lunghe code ai 2.680 seggi allestiti, con una partecipazione storica che ha raggiunto l’82%. La vittoria, a spoglio quasi terminato, è andata ai tre partiti indipendentisti che hanno ottenuto la maggioranza assoluta, con 70 seggi conquistati e che ora dovranno trovare una linea di governo. 

• Questo vuol dire che la Catalogna proseguirà sulla strada dell’indipendenza?
Di sicuro sono usciti sconfitti gli unionisti, anche se poi il primo partito per numero di voti è stato quello centrista di Ciudadanos (36 seggi), contrario all’indipendenza. Ora però toccherà alle forze indipendentiste formare un governo. Schematizzando: questi partiti indipendentisti, che si sono presentati separati e con programmi divergenti, sono JxCat (34) dell’ex presidente Carles Puigdemont, in «esilio» in Belgio; Erc (32), dell’ex vice presidente Oriol Junqueras, ancora in carcere; la sinistra estrema degli anti-capitalisti della Cup (4). Sul fronte dei «costituzionalisti», oltre a Ciudadanos e ai i socialisti (17), impressionante il crollo del Partido Popular (solo 4 deputati), espressione del Partito del premier Mariano Rajoy, nemico numero 1 del referendum illegale del primo ottobre sull’indipendenza della Catalogna. Fuori da questi due poli, En Comù, la costola catalana di Podemos, guidata dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha conquistato un discreto risultato ma a questo punto è ininfluente.


• Prima di iniziare con l’analisi politica, mi ricorda in breve come siamo arrivati a queste elezioni?
Lo scorso primo ottobre si è tenuto il referendum sull’indipendenza della Catalogna, convocato dal governo dell’ex presidente Carles Puigdemont ma considerato illegale dal governo e dalla magistratura spagnola. Quel giorno si sono viste occupazioni preventive dei seggi elettorali, cariche della polizia spagnola sui votanti, tensioni tra la polizia catalana e la Guardia Civil. La sera stessa Puigdemont ha annunciato la vittoria del «sì». Il 27 ottobre il Parlamento catalano ha approvato la dichiarazione d’indipendenza e, come risposta, il governo spagnolo di Rajoy ha applicato l’articolo 155 della Costituzione spagnola – per la prima volta nella storia della Spagna post-franchista – cioè quello che dà la possibilità allo stato di costringere una Comunità autonoma, come la Catalogna, a rispettare la legge. Rajoy ha sciolto il Parlamento catalano, ha rimosso dai loro incarichi Puigdemont e i suoi ministri e ha convocato elezioni anticipate. Infine, il 30 ottobre, la procura generale spagnola ha denunciato i politici responsabili della dichiarazione d’indipendenza della Catalogna: alcuni si trovano in carcere in attesa del processo, altri hanno ottenuto la libertà pagando una cauzione, altri ancora, tra cui il discusso ex presidente Puigdemont, si sono rifugiati a Bruxelles, in Belgio.


• E ci sono stati disordini e tensioni per questo voto?
No, tutto tranquillo questa volta. Certo, è stata una campagna elettorale tutt’altro che normale. Dei tre principali candidati a diventare prossimo presidente della Catalogna, Junqueras si trova da oltre un mese nella prigione di Estremera (Madrid), accusato di ribellione, sedizione e malversazione, mentre l’ex presidente Puigdemont poche ore dopo l’effimera proclamazione della repubblica è scappato a Bruxelles, accusato in Spagna di reati che prevedono fino a 30 anni di carcere. Altri sedici candidati indipendentisti sono incriminati per ribellione e sedizione per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza. I sondaggi davano una situazione di incertezza. In effetti i risultati parlano di una sostanziale spaccatura ma evidentemente lo spirito indipendentista dei catalani è ancora maggioritario.


• Cosa succederà ora con la vittoria degli indipendentisti?
Non si sa con precisione. La strada più probabile è l’abbandono della via unilaterale culminata a ottobre con una dichiarazione d’indipendenza rimasta simbolica, senza nessuna conseguenza reale. Ormai dovrebbe essere chiaro che spingere ancora per una Repubblica catalana indipendente porterebbe subito a nuovi arresti. D’altra parte sarà difficile far digerire agli elettori indipendentisti una via costituzionale, senza rotture con Madrid. Di certo occorrerà riportare tranquillità anche per arginare i danni economici subiti.


• Perché, la Catalogna ha subìto un tracollo?
Solo pochi giorni fa è stato reso noto un dato impressionante: tra il 1° ottobre (il referendum indipendentista) e il 10 (il discorso di Puigdemont in Parlamento), i correntisti catalani hanno ritirato dai propri conti di Caixa e Sabadell circa 6 miliardi di euro. I numeri dell’occupazione sono stati i peggiori dal 2009 e gli investimenti stranieri sono crollati del 75%. Le ricordo che, con una superficie simile a quella del Belgio, la Catalogna è una delle regioni di maggiore importanza per l’economia spagnola, la quarta dell’Eurozona, con una popolazione di oltre sette milioni di abitanti e un Pil pari a circa il 20% di quello nazionale. Basterà un po’ più di serenità, con un nuovo governo, per riportare a casa le circa tremila aziende che avevano la sede laggiù da sempre?