DOPO IL VOTO IN CATALOGNA, NUOVE ELEZIONI ANCHE IN SPAGNA

DI LUCIO GIORDANO

Ora che si è cacciato in un angolo facendo tutto da solo, appare chiaro che Mariano Rajoy  sia costretto a percorrere l’unica strada possibile: dimettersi e andare ad elezioni anticipate. Prima che per lui  sia  troppo tardi, prima di sparire completamente dall’agone politico spagnolo, prima che il precipizio del risultato in Catalogna non si trasformi in una voragine pronta ad inghiottire la sua politica cieca, ottusa. Fuori dalla storia.

4 per cento. Questo il risultato del Partito Popolare ottenuto a Barcellona. Certo, dopo la repressione nei giorni del voto indipendentista, quella di Rajoy  era una batosta scontata. Ma non a questi livelli. Il suo movimento esce polverizzato dalla consultazione elettorale di giovedì. Ed anche se la Catalogna non è la Spagna, è evidente che la strada per lui  è segnata. Un governo del genere, incapace di dialogare con gli indipendentisti di Puigdemont, che commissaria un’intera regione, un intero stato secondo la Barcellona ribelle, non può più guidare il gigante Iberico. 

Elezioni, dunque. Le chiede a gran voce Podemos, l’altro sconfitto della consultazione di giovedì , che paga con la sindaca di Barcellona Ada Colau , l’atteggiamento dialogante in una sfida da regolamento di conti tra le due  anime nere spagnole. Elezioni che  finirà per chiedere anche il Partito socialista, che finora ha appoggiato in maniera scellerata i popolari al governo, dopo la congiura dei barones che  nell’ottobre del 2016 costrinse alle dimissioni l’allora segretario  Pedro Sanchez, che non voleva quell’accordo. Rajoy continua però a non capire che a lungo  andare continuando nel  muro contro muro con gli indipendentisti catalani finirà per consumarlo, per portarlo anche allo scontro (perdente), con i suoi alleati di governo di Ciudadanos, che attingono allo stesso bacino elettorale del leader del Ppe . E che ora  si sentono fortissimi.

Non più tardi di 24 ore dopo il risultato delle elezioni catalane,  Rajoy ha rifiutato   il ramoscello d’ulivo  allungato dal  suo acerrimo nemico Puigdemont. Segno di grave insicurezza politica e, forse, di non ammissibile consapevolezza degli errori marchiani commessi nella vicenda catalana dell’ottobre scorso. Ostinata determinazione, la sua,  che lo porteràa conti fatti  a sbattere contro un muro.

Intanto a Barcellona, con una partecipazione record al voto che ha superato l’81 per cento degli elettori, la situazione è di totale confusione. In una consultazione pro e contro l’indipendenza, ha vinto la destra civica e reazionaria di Ciudadanos di Albert Rivera, che da sola però non ha i voti per governare.  Gli indipendentisti, invece, hanno la maggioranza assoluta. Ma in una situazione in cui la destra di Puigdemont e la sinistra repubblicana e indipendentista  di Junkeras, subiscono il sorpasso di Ines Arrimadas, candidata di Ciudadanos, c’è poco da stare allegri. Insomma, soprattutto con molti dei  suoi leader in carcere o con il rischio di finire in galera, come nel caso  di Puigdemont se tornasse in Spagna, ipotizzare un governo indipendentista al momento appare arduo.

In questo caos generalizzato, dunque, tornare al voto anche in Catalogna, appare in effetti la scelta più logica. Sì, dopo aver raffreddato gli animi, non c’è altra strada se non nuove  elezioni politiche sia  in Spagna che nella regione Catalana. Prima che  il gigante iberico diventi una polveriera  pronta ad esplodere.