LA POLONIA, DUE EUROPE, UN VUOTO. IL MOSTRO BICEFALO

DI FULVIO SCAGLIONE

Lo scontro tra Bruxelles e Varsavia, l’indice della Ue puntato contro la Polonia, accusata di mettere a rischio lo Stato di diritto, segna forse il momento più drammatico della storia comunitaria. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la riforma della Giustizia varata dal Governo nazional-conservatore della premier Beata Szidlo ma ispirato da Jaroslaw Kaczynski, il gemello superstite (il fratello Lech morì nel 2010 in un incidente aereo quand’era presidente della Repubblica) che è il padre-padrone del partito che paradossalmente porta il nome di Diritto e Giustizia. Tale riforma subordina di fatto la magistratura e la Corte di Cassazione al potere politico. Fa, cioè, l’esatto contrario di quanto è stato chiesto in passato a tutti i Paesi che aspiravano a diventare membri della Ue. Da qui, e sulla base dell’articolo 7 dei Trattati comunitari, l’ultimatum: tre mesi di tempo per riformare la riforma, poi la procedura che potrebbe portare alla sospensione del diritto di voto per la Polonia al Consiglio europeo.
La pistola di Bruxelles purtroppo è scarica. Per arrivare a togliere il diritto di voto a un qualunque Paese occorre il parere unanime di tutti i membri della Ue, ma Ungheria e Repubblica Ceca, che con Slovacchia e Polonia formano il Gruppo di Visegrad, hanno già detto che bloccheranno qualunque iniziativa di tal genere. Forte di questo loro impegno, la Polonia tira dritto e respinge critiche e accuse.

A dispetto di tutto questo, però, la decisione di Bruxelles è destinata a lasciare il segno. Non dal punto di vista pratico, magari. Di certo nella consapevolezza politica. È oggi impossibile non capire che l’allargamento dell’Unione varato nel 2004, quando entrarono in un solo colpo dieci Paesi (Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia), è uno dei padri delle attuali difficoltà europee. L’inglobamento delle nazioni uscite dall’orbita dell’Urss ha prodotto un mostro bicefalo, perché questi Paesi (più Bulgaria e Romania nel 2007), per dirla in sintesi, prendono i soldi a Bruxelles e gli ordini a Washington.
La Polonia è stata trascinata fuori dal sottosviluppo dai fondi strutturali della Ue, che ancora oggi riceve nella bella misura di 14 miliardi di euro l’anno. Ma quando ha deciso di ospitare lo scudo antimissile americano non ha chiesto il parere dei Paesi che versano quei quattrini. E bisogna essere atlantisti molto ottimisti per esser sicuri che un sistema missilistico inviso alla Russia piazzato nel cuore del continente sia anche nei nostri interessi.

Di più. L’Europa occidentale si cruccia per il suo ‘populismo’. Ma troppo poco si cruccia per il fatto che in Europa si è formato un nocciolo duro di Paesi interamente populisti, anzi, sempre più populisti. Perché questo è il Gruppo di Visegrad: un blocco di Paesi populisti di destra che si sono dati il chiaro intento di sfruttare l’Unione Europea senza concederle nulla. Come si è ben visto con il naufragio del piano europeo di ridistribuzione dei migranti e richiedenti asilo. Ed è di scarsa soddisfazione notare che certi blocchi comparsi in Europa nel recente passato, per esempio quello dei Paesi del Nord ‘virtuosi’ che si accanivano contro i Paesi del Sud ‘sciuponi’, sono ora i più in difficoltà con il sabotaggio organizzato dagli alleati di Visegrad.

Detto questo, bisogna però accettare il fatto che la ‘questione polacca’ mette in luce anche una difficoltà della stessa Ue. È clamoroso che si sia arrivati alla messa in mora di Varsavia senza una trattativa interna alla Ue capace di appianare le cose, o almeno renderle più gestibili.

Chiediamoci, quindi, se l’Unione Europea sappia ancora parlare a qualcuno, cioè a fare politica. Non ci siamo riusciti con il Regno Unito, ed è stata Brexit. Non con la Turchia, se non per chiederle di tenersi i migranti in cambio di miliardi. Non con la Russia, fino alle sanzioni. Con la Cina è guerra fredda commerciale a colpi di dazi. Angela Merkel qualche tempo fa ci ha informato che dovremo fare senza gli Usa di Donald Trump. E ora l’incomunicabilità tra Paesi membri. Si può continuare così? Il continente che ancor oggi genera il 20% degli scambi commerciali mondiali può mostrarsi al mondo come un nano politico ai limiti dell’autismo?

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