DUOMO DI FIRENZE INTERNO NOTTE

DI GIOVANNO BOGANI

Sono per strada con lo scooter e l’inverno intorno, una chitarra sulle spalle, e nel sottosella il sacchetto di plastica della Coop con la spesa fatta all’ultimo secondo, per aver qualcosa da mangiare domani.

Dovrei tornare a casa, adesso che è passata mezzanotte. Ho anche freddo. Metto in moto, e all’ultimo secondo decido di andare in centro.

Passo il ponte sull’acqua nera dell’Arno. Ho voglia di vedere. Se la gente fa festa, sotto l’albero di piazza del Duomo. Lì nella luce bluastra della notte, e tutti entrano in chiesa, e magari si vogliono bene in nome dell’uomo che ha dato, a noi dell’Occidente, l’illusione che al massimo tra una manciata per ognuno non sarà finito tutto, che dopo tutte queste sofferenze sparpagliate e imprevedibili, dopo le visite mediche, e gli esami del sangue, e i tradimenti subiti, dopo gli esami passati e quelli falliti, e la vista che peggiora e la memoria che con gli anni va in brodo, e il puzzo di piedi e di ascelle che ci dicono che stiamo invecchiando, beh quell’uomo ci ha dato l’illusione che tutto diventerà perfetto, pulito, luminoso, e noi saremo parte di una cosa meravigliosa che non sappiamo e che non ha nome, ma sarà lì l’infinito e noi ci saremo dentro, per sempre, parte della luce, insieme a Dante, a Einstein, ad Albert Schweitzer, a Gandhi, a Bertrand Russell, a Lucio Dalla, a Lou Reed, a Nostradamus, a papa Luciani, a Fabrizio De André, a Umberto Eco, a carl Theodor Dreyer, a Fellini, ad Antonioni, a Giordano Bruno, a Giotto, a Masaccio, a Botticelli, a Picasso, e anche a Salvatore, il mio compagno di scuola che morì a quindici anni, dopo aver rubato una macchina e aver guidato come un pazzo in autostrada, senza patente, credendo di scappare alla polizia, e andando dritto verso lo schianto.

Essere parte della luce, con tutti loro, e con tutti gli altri.

E invece probabilmente non saremo niente, moriremo come muoiono i condannati a morte, in qualche alba o qualche pomeriggio, con l’iniezione letale di una cellula che impazzisce o di un cuore che salta i colpi, e poi – e poi nemmeno il tempo di pensare “e poi”.

Ma voglio andare a vedere che cosa c’è stasera in centro, insomma. È mezzanotte e cinquanta, sono in piazza del Duomo. È quasi deserta. Ho la chitarra sulle spalle. Mi chiedo se provare a entrare lo stesso in Duomo. Ci sono due carabinieri in piedi, davanti all’ingresso, e una guardia giurata. La Messa, di sicuro, è quasi finita.

Da fuori, sono un uomo vestito di nero con una custodia nera sulle spalle, che arriva quando la Messa sta finendo.

In realtà, i carabinieri non mi guardano nemmeno, quando passo. Dentro la porta del Duomo c’è una guardia giurata sui sessant’anni. Mi passa il metal detector poi, quando ho già fatto un passo, con la voce esitante, quasi a scusarsi, mi chiede se posso aprire la custodia della chitarra. Certo. La apro. Ecco, Viola – la chitarra l’ho chiamata così – ecco, Viola, questo è il Duomo di Firenze.

Guardo le persone dentro la chiesa. Molti sono stranieri, turisti. Due ragazze belle, una con i capelli neri, parla con l’altra e con la testa ha continui gesti di rifiuto, come se star lì le costasse un immenso disappunto. Una giapponese cammina vicino al bordo del presepio, con le gambe storte. Una donna grassa e un po’ spettinata, con i capelli rossastri.

Molti se ne stanno andando già. Come allo stadio, quando la partita non ha più nulla da dire. Il prete, intanto, sta dicendo che le persone che vogliono ricevere la comunione non devono muoversi: verranno dei “ministri” nelle varie aree della chiesa.

Si sono formate due enormi file, una davanti e una nel mezzo della chiesa. Io guardo in alto, fin dove arrivano le colonne possenti. Mi chiedo quanto dovesse essere forte, nel Medioevo, la convinzione che un Dio e un’eternità ci fossero. O forse, questa chiesa è così grande, così enorme, perché era il più grande data base della città. Non c’era Facebook: le persone si ritrovavano tutte non dentro il loro computer, ma in carne e ossa, dentro una chiesa.

Ci si ammazzavano, anche. Alla fine del Quattrocento, qui, proprio qui, ammazzarono Giuliano de’ Medici a pugnalate, e quasi riuscirono a fare lo stesso con Lorenzo il Magnifico: gli amici lo portarono in salvo nella sagrestia, mentre nella chiesa c’erano grida, sangue, morte, paura, terrore. E la rabbia infinita dei Pazzi, che poi uscirono per andare in piazza della Signoria, ad annunciare un colpo di stato che invece era già fallito.

Un coro meraviglioso sta cantando non so che cosa. Sono ignorante di musica sacra.

La gente sta facendo la comunione, in mezzo alla navata. Io sto pensando a quanto tempo è che non faccio la comunione. Penso a quando ero bambino e ci credevo, con tutto me stesso, a quello che mi avevano insegnato.

Penso a quando a tredici anni ho pregato per mesi, senza dirlo a nessuno, perché il padre del mio amico Stefano Grisci non morisse di tumore, che già gli era morta la mamma. Il padre di Stefano non guarì, e io cominciai a credere un po’ meno a tutto.

Penso a quando andavo alla chiesa dei Cappuccini, sopra la casa mia di allora, e anche quella di ora. A quando c’erano due frati, Artemio e Flavio, che mi sembrava avessero capito molto, del mondo, dell’anima dei ragazzi, del futuro, della rivoluzione che c’era nell’aria. Era l’inizio degli anni ’70, e io respiravo futuro dovunque.

Saranno quarant’anni che non faccio la comunione. E mentre penso questo, ci sono due persone davanti a me. Due preti. Uno è un ragazzo di colore, forse cingalese, o forse è africano. Quello accanto a lui è italiano, mi dice “vuole fare la comunione?” con la velocità con cui nei Frecciarossa quando portano lo snack chiedono “dolce o salato?”. Voglio fare la comunione? Sto realizzando che cosa mi ha chiesto, che significa fare una cosa che non ho previsto per niente, e che non ho fatto da quarant’anni. E lui, un po’ infastidito, mi dice “oh! Se vuole, eh!”. Non so che cosa dire. Ma penso che se sono venuti lì, a dieci centimetri da me, e mi stanno chiedendo questo, non ho il diritto di rifiutare. Mi sembrerebbe sprezzante. E così non dico nulla, abbasso la testa e apro la bocca, come facevo quarant’anni fa.

Mi hanno dato un’ostia. Anche a me. E adesso, per un attimo, mi sento parte di quella comunità. Di questa gente, di questa umanità che è qui un po’ per caso, perché sono turisti e passavano di qui, e qualcuno forse perché ci crede, perché levagli anche quello e poi che cosa gli resta. Che cosa resta alla signora grassa e sfiorita che ho visto prima, e a quei due vecchi, lui col berretto di lana e la barba rasposa, lei che cammina a passettini. Che cosa gli resta.

Per caso, sono rientrato – o forse credo di esserlo – nella città immaginaria di quelli che hanno fatto la comunione. Del resto, è tutta la vita che cerco di comunicare. Di mettere in comune le parole, il sentire di un momento, le emozioni. Comunicare, ecco quello che ho cercato di fare tutta la vita. Tra comunione e comunicazione ci sono solo due lettere di differenza. E forse, facendo la comunione, nei primi secoli dopo Cristo, quelli delle catacombe si contavano: capivano di essere un gruppo, di essere insieme. E capivano che il segreto di questa nuova religione era promettere di essere parte di un tutto, un tutto del quale facevano parte loro, gli uomini, le piante, gli animali, le stelle, tutte le cose che esistono e che non smetteranno mai di esistere, e dentro questo brulicare di esistere anche noi saremo per sempre, e non dobbiamo aver paura, mai più.

Questo, forse, è il nocciolo della religione nata dalla vita, e dalla morte, di quell’uomo. Che aveva una grande parlantina, e l’aria da rockstar, in una terra che per paesaggio e clima, e piante, assomigliava alla Toscana. E in un tempo in cui gli uomini assomigliavano a quello che sono oggi: ipocriti, attaccati al denaro e al potere, pronti a lavarsene le mani, a mettere in croce quello che metteva troppo fuori la testa, e a dimenticare chi avevano amato fino a una settimana prima.

E mentre la gente se ne va via, emorragia di gente via dalla chiesa, penso a quanto è bello quel coro che continua a cantare. Penso al prete cingalese o africano che chissà perché si è fatto prete, magari non proprio per convinzione, chissà che storie hanno i preti.

Penso che dentro di me c’è ancora il bambino che si faceva tante domande, quando andava a catechismo, e pensava che gli insegnanti e i preti sapessero le risposte.

Penso che non mi confesso da quarant’anni. E che invece mi confesso ogni giorno, sul giornale e nei racconti che scrivo anche solo per me. Penso a tutta quell’umanità che ho visto soffrire, e perdere luce e fiducia, bellezza e speranza un giorno dopo l’altro.

Esco. Fuori è tutto deserto. In piazza della Signoria c’è solo l’enorme merda d’acciaio a sorvegliare la piazza.

Torno indietro. Passo dalle logge del Porcellino, dove una notte Carlo Monni mi chiamò da lontano, con la sua voce che sapeva di risata, e andammo a mangiare, all’una di notte. Penso alla sua rabbia diventata negli ultimi anni una dolcezza amara e spettinata, poetica e benevola verso gli altri, verso tutto. Lui per me è stato il sindaco e il papa di questa città, e di questa vita.