L’APPIGLIO DEL MASCHIO

DI FLORENZA CARSI

Per una figlia il sole sarà anche il padre ma le maree le muove la madre. È lei quella in contatto con il cuore della terra. E se da bambina e da adolescente mi comportavo come (e peggio) di un maschiaccio non era solo perché sentivo di essere il figlio mancato di mio padre, ma (come tante) perché detestavo l’interpretazione della femminilità che offriva mia madre. Una interpretazione manierata, compita, alla fine dozzinale e di bassa qualità perché contraddittoria (da bambina si razzola tra le cose materne e si capisce subito il tasso di balle adottato… solo i figli maschi abboccano).
E se ho un ricordo meraviglioso di quando vivevo arrampicata sugli alberi sporca di terra mentre sparavo con le cerbottane in testa ai vicini, ho un ricordo altrettanto bello di quando ho completato la “muta” della mia pelle femminile grazie ad un’amica meravigliosa (quella che venie a trovarmi stasera). Con lei due anni di splendida convivenza universitaria nella stessa stanza eppure (inizialmente) divise da tutto. Mentre lei surfava con armonia sui propri ormoni e su quelli dei ragazzi, io ero incatenata ad un trasformazione difficile. Ci voleva uno davvero super, o una voglia davvero super, o un imbriacatura altrettanto super per varcare il Rubicone. Solo un evento catastrofico mi scatenava fuori da me stessa. Poi, all’alba, alla lupa mannara prevaleva l’anima che considerava ogni stimolo sessuale l’abisso della donna. Se non fosse stata per lei e per quella situazione (forse) avrei trascorso l’esistenza roteando nell’eterna orbita materna tra finte stupide (bugiarde) idee di moderazione e finte stupide (illusorie) idee di rettitudine.
Invece la mia amica, pure essendo dedita ad una rivoltante (per me inutile) ricerca del marito, lo faceva con una classe che agli occhi di una scimmia come me appariva ipnotica. Prima d’incontrarla sapevo dell’esistenza di certe pratiche sessuali o certi abbigliamenti intimi solo dalle confuse descrizioni maschili (esagerate o imprecise come loro). Racconti roboanti provenienti da qualche film porno o tramandati dai racconti dei fratelli maggiori che si rifacevano ad altri porno o alle confuse descrizioni di amici ancora più grandi. Un turbine auto erotizzante che si reggeva sopra l’anarchica ed arrapata gestione di una (sola) molecola di (parziale) verità. Di bocca in bocca, un quarto d’ora d’amore sopra i sedili di un’automobile, diventava una notte sfavillante a Las Vegas con la più grande mignotta di tutti tempi. Grazie al portato di quella esperienza vissuta nelle retrovie maschili, non sapevo come indossare un paio di tacchi o far indossare un preservativo ma ero al corrente dei più reconditi desideri e delle più nascoste debolezze degli uomini: conoscevo la loro mitologia. La mia presenza al nobile tavolo delle super esperte non era quindi di peso. Scambiavo informazioni in cambio di conoscenza sugli strumenti, strategie, codici di bellezza ma anche sui comportamentali più rodati: “vedi non vedi”; “ci sono non ci sono”; “te la darei non te la darei”; o il più complesso: “non te la darei a meno che tu non la chieda in ginocchio ma in quel caso non te la do comunque a meno che non ti veda distrutto e allora te la do ma solo una volta e solo per soggiogarti come un verme e poi non te la do più di nuovo… mentre al tuo amico la do subito, tanto e tanto ancora”. Ma soprattutto raccontavo della cosa più importante che avevo imparato: mai paura del loro giudizio: non è mai duro come sembra e raramente è immutabile. Si deve aver il coraggio di essere se stesse (lo apprezzano) e nel caso (se si è sicure di aver ragione da vendere) si deve avere il coraggio di trattarli a pesci in faccia . Ci si deve solo guardare dai violenti: in quel caso, mai da sole. Mai stare in difesa. Sono lupi vigliacchi che mordono solo perché possono farlo. Chiedete aiuto! Urlate al mondo se necessario!
Dopo due giorni di bollito, mamma, cugine, zie e zia Cristina (!), finalmente aperitivo e cena con la mia amica e altri due. Noi siano entrambe quasi-fidanzate. Se ci siamo vestite carine è solo perché siamo cattive e ci piace pensare che venderebbero l’anima al diavolo per spogliarci. C’è anche dell’altruismo: conoscendo la mitologia, riteniamo giusto fornire loro qualche appiglio su cui imbastire un racconto da spogliatoio… vedremo dopo se (e quanto) essere generose o cattive (a secondo dei punti di vista)