UNA SERA CON CARLO VERDONE: “FAMOSE UN SELFIE DOTTO’!”

DI GIOVANNI BOGANI

Aspettiamo al binario dei Frecciarossa. C’è una transenna con due ferrovieri e non si può andare oltre. Arriva una ragazza trafelata, dicendo che va soccorso un uomo nel treno, che uno si è sentito male.

In quel momento arriva Carlo. A testa bassa, come sempre, per non farsi riconoscere troppo. Ma è una battaglia inutile. Gli chiedono selfie in continuazione mentre camminiamo lungo il binario. Lui mi dice “mi sa che è morto uno a due passi da me, nel treno. È schiantato a terra, davanti a me, non reagiva più. Ho cercato di soccorrerlo, ho chiamato il personale del treno. E mentre un medico era sull’uomo a terra, due ferrovieri mi hanno preso in mezzo e hanno detto ‘famose un selfie, dotto’!’…”. Con quello a terra dietro.

La vita è una farsa, penso. Di una crudeltà inaudita.

Poi andiamo a prendere il professore di Storia dell’Arte. Che ha occhialini tondi, un cappotto di loden tirolese, un cappellino di feltro, sembra pronto per una partita di caccia alla volpe in Baviera, o per una investigazione di Sherlock Holmes.

Siamo nell’auto noi quattro: l’uomo che ama la Roma ed è vestito con una eleganza da James Bond, l’uomo col cappotto di loden tirolese, Carlo ed io. Il professore con gli occhialini tondi parla di città, di Berlino, di Parigi, di Svizzera, di musei di arte contemporanea, dei luoghi dove sarebbe bello vivere e comprare una casa, e cita l’Albania, la Slovenia e l’Irlanda, con snobismo elegante, dice che andare in Albania sarebbe bello, i castelli costano poco, e c’è tutto, tranne un olio d’oliva decente. In Irlanda invece è bello comprare una casa, costano anche poco, ma è troppo lunga arrivarci in aereo. E immagino vite diverse dalla mia, dove si può anche avere un castello in Irlanda, o in Albania.

Camerino

Sono le 21, la cena è finita, andiamo nel teatro. E scopro che per me c’è persino un camerino. Gelido, non hanno acceso il termosifone. Ma con un vassoietto di cioccolatini e di frutta. E poi è la prima volta in tutta la mia vita che ho un camerino, con il mio nome scritto sulla porta. Mangio i Mon Cheri nel vassoietto, per mettere in corpo un po’ di alcol, di coraggio.

Trovo il mio amico Massimo. Con lui abbiamo fatto un festival di cinema. lui ha una fabbrica qui vicino, ma ama il cinema e conosce un sacco di cose. È più alto e più bello di me, e anche più tranquillo. Massimo mi vuole bene. Insieme ragioniamo sulle domande, nel camerino color neon. Poi andiamo nel camerino accanto, più grande. Quello di Carlo.

E parliamo, io e lui. Come se stessimo preparando uno spettacolo di teatro: io gli do le battute e lui risponde. Ma piano piano, le parole diventano vere, diventa una confessione.

Carlo mi parla di quando suo padre gli disse che cosa è la professionalità. È fare lo spettacolo anche per una persona soltanto. E lui lo fece, in un teatrino freddo, per una persona soltanto, pensando che sarebbe stato l’ultimo spettacolo della sua vita. Ma quella persona era un critico: scrisse sul giornale una recensione entusiastica. E la sua vita professionale iniziò lì, da quella che sembrava una miserabile fine.

Mi racconta del tavolo grande su cui ha scritto tutti i primi sketch e i primi film, su cui ha fatto correre i trenini elettrici e su cui ha fatto l’amore, non in questo ordine. Mi parla della solitudine, che non gli è mai stata nemica.

Mi parla dell’ansia, che adesso non ha più. Da qualche anno non l’ha più. Non ha paura delle cose, è calmo. Dice “sono diventato vecchio”, e io gli dico “hai solo superato l’adolescenza”, e la risposta sembra piacergli.

Io invece devo essere molto giovane, perché di ansia sono invaso. E tra poco si andrà in scena, per consegnare alla nostra vita una goccia di splendore.

Ed eccomi, sul palco, con lo zainetto grigio, e la cravatta nera da un euro, la camicia bianca che non è stirata ma speriamo che non lo vedano, le signore ingioiellate. Eccomi, il microfono in mano. E si comincia.

Carlo parla. Io sto attento a cogliere il momento in cui è necessario entrare, sostenere, o quando è il caso di stare zitto. Ascolto le vibrazioni del pubblico: se sento tossire, penso subito a una domanda che porti a una risposta divertente. Se sento quel silenzio compatto e attento, pieno di rispetto e di ascolto, allora gli chiedo le cose più serie. Carlo apre, parlando, le pagine di un album di fotografie. Quello della sua vita.

Gli chiedo di Fellini, di quando Carlo lo incontrava di notte, per strada, che aspettava di essere preso da una pantera della polizia ed essere portato in pattuglia con i poliziotti, per imparare che cosa succede nella vita che non si vede normalmente, come se quella pantera fosse un paio di occhiali a raggi X per il corpo di Roma. Guardare la vita vera, dall’oblò di un’auto della polizia.

Gli chiedo di quando invitò a casa un regista dell’underground americano, Gregory Markopoulos, accolto con immenso rispetto: per scoprire che era ubriaco perso, e che invce di parlare di cinema voleva solo scolarsi tutti i superalcolici di casa sua, per finire addormentato con le braghe calate sulla tazza del cesso, in un puzzo di alcol e riflussi gastrici da far paura. E il racconto fa ridere la gente.

E non gli chiedo mille altre cose. E di sicuro avrò sbagliato, sarò stato timido, o al contrario arrogante; insicuro, o maldestro. Ma so di aver guidato Carlo in luoghi che lui ama, e che il pubblico ama.

È quasi Natale. La musica è finita. Io sul palco grido il nome di Carlo come fanno i presentatori, e si brinda al Natale, si accendono le luci. La parola non mi si è strozzata in gola, sono stato un soldatino ligio al suo dovere, e ora faccio l’ultimo, di doveri. Quello di scomparire. Buon Natale.

Tra un minuto

Tra un minuto devo salire sul palco.
Insieme a Carlo Verdone.

Insieme a una delle persone più conosciute in questo paese. Cercando di fargli dire cose che non abbia detto spesso. Dovrò fargli delle domande. E di fronte ci sono cinquecento persone, in una sera di quasi Natale. Si aspettano qualcosa di bello. Dovrò cercare di dosare comicità e malinconia, voglia di festa e tenerezza, fuochi d’artificio e sentimento del tempo. Tutti, lì in platea, hanno voglia di festeggiare. Ma non deve essere una caciarata. Non dev’essere “aoh! Facce ride”. Non solo quello.

Mezz’ora prima, nel camerino del teatro, sotto una luce al neon abbagliante, con i cioccolatini e una banana sopra il tavolino di plastica bianca. Un camerino. Dove abbiamo parlato, Carlo ed io. L’ho sentito raccontare la sua vita, con sincerità, con accenti di tenerezza inediti.

Sentire i rumori attutiti dello spettacolo. Gli applausi, le musiche lontane. Stare lì, dietro le quinte. Non so quando toccherà a me.

La notte prima, come sempre, l’angoscia del condannato a morte. Sentire di non essere pronto, di non essere capace di condurre una navigazione forse, in fondo, così semplice. Spegnere la luce nella stanza dove dormo. E nonostante la luce spenta, la notte, l’avvolgibile abbassato, vedere ancora tutto perfettamente a giorno. Vedere tutto chiaro, i mobili, i libri, i bordo del letto, le scarpe. Come se avessi un visore a raggi infrarossi. È tutto buio, ma io vedo come se fosse giorno. È l’ansia. Il poderoso miracolo dell’ansia che mi dilata le pupille e mi rende – contro il mio volere – nittalope, capace di vedere di notte come i gufi e i gatti. E io vorrei solo spegnere tutto il mio corpo e dormire.

Lo zainetto

Tutti i mimi, i maghi, i ventriloqui hanno fatto il loro spettacolo. Sono quasi le 23. Non so quanti minuti mancano, forse due, forse cinque, forse dieci. Vado in un palco laterale del teatro, do la telecamera che porto sempre con me al mio amico Fabio, incontrato quasi per caso poco prima. Gli spiego come funziona. L’esposizione, il fuoco, il diaframma… e mentre gli sto spiegando come si mette a fuoco sento gridare un nome che assomiglia al mio. È il mio. Mi chiamano, e io sono in un palco a spiegare come si mette a fuoco.

Corro attraverso il retro palco fra binari, corde, sedie, buio, il ponte della nave di notte. Rischio di inciampare e di schiantarmi tre volte, non si vede niente e invece sento l’applauso che hanno fatto, a casaccio, all’annuncio del mio nome. Mi precipito come Bolt: in una frazione di secondo mi immagino spalmato sull’acciaio del binario, con i denti sparpagliati in terra, il sangue, addio presentazione. Corro ancora più veloce.

In tempo per approdare sul palco. Le luci. La presentatrice con le spalle nude. L’allegria perentoria, senza dubbi, l’euforia delle sue domande. E io intanto mi accorgo che sto tenendo in mano uno zainetto grigio, con dentro gli obiettivi della telecamera.

Non ho mai visto nessuno arrivare sul palco con uno zainetto, ma ormai è fatta, parlo mentre cerco di posarlo da qualche parte. E poi mettersi a sedere e come se niente fosse cominciare. A parlare, a sollecitare, a indirizzare. Cercando di guidare, senza avere l’aria, il racconto di una vita verso una rotta precisa.