I 70 ANNI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

DI  GIORGIO DELL’ARTI

Combinazione: l’altro giorno, in un’intervista, il ministro Calenda ha detto che durante la prossima legislatura bisognerebbe eleggere un’Assemblea costituente, ed ecco ci imbattiamo nell’anniversario dell’unica Assemblea costituente che abbiamo avuto, quella che nel dicembre del 1947, settant’anni fa, varò la Costituzione ancora in vigore.

La data giusta era ieri. 27 dicembre 1947.
Non è detto. Una data potrebbe anche essere il 22 dicembre, quando l’Assemblea costituente, a scrutinio segreto e a larghissima maggioranza, (453 sì su 515 votanti) approvò il testo. Quel giorno vi furono gran discorsi di Meuccio Ruini e Umberto Terracini. Poi, il 27 dicembre, il capo dello Stato Enrico De Nicola firmò il testo e lo promulgò, alla presenza del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, del presidente dell’Assemblea, Umberto Terracini, e del ministro della Giustizia Giuseppe Grassi. Dopo poche ore la Costituzione venne stampata dalla Gazzetta Ufficiale e il 1° gennaio del 1948 entrò in vigore. Volendo, le date da celebrare sarebbero tre.

Sa che non ho mai capito bene che cos’è una Costituzione?
È la carta che fissa i princìpi a cui si deve attenere tutta la legislazione successiva, e l’organizzazione dello Stato. Vigila sulla coerenza tra attività del parlamento e carta fondamentale la Corte costituzionale, che ha infatti il potere di non ammettere provvedimenti votati dalle camere che giudichi in contraddizione con la Costituzione. I 139 articoli della Costituzione – sia pure modificati varie volte in seguito – sono quindi l’atto di nascita dell’Italia di adesso, cioè dell’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale e dalla tragedia del fascismo. La Costituzione repubblicana soppiantava oltre tutto quella albertina, varata cent’anni prima e rivoluzionaria anche lei, in fondo, per la sua epoca. Ma per scrivere lo Statuto non ci vollero tutte le battaglie che impegnarono i nostri costituenti: fu tirata giù in un mese dai ministri di Carlo Alberto, scopiazzando abbastanza le costituzioni belga e francese.

Se la Costituzione varata nel 1948 è quella che ha dato origine all’Italia di oggi, stiamo freschi.
Si tratta di capire se e quanto è stata applicata. Oppure se, con le migliori intenzioni, non ha però introdotto i germi dello sfacelo attuale. Un punto chiave è certamente questo: i padri disegnarono uno Stato in cui nessun potere fosse troppo forte e, senza probabilmente rendersene conto, gettarono le basi per tutti i giochi di equilibrio, gli accordi, i pasticci e gli inciuci successivi. Lo spauracchio da cui bisognava tenersi lontano era, giustamente, il fascismo. E per non correre il rischio che da qualche smagliatura delle norme ci scappasse un nuovo dittatore, si fece in modo che nessuno potesse comandare davvero. Dico «comandare» nel senso buono, assumersi una responsabilità, correre dei rischi e risponderne all’elettorato. Invece, sul solco delle prudenze iniziali, l’Italia s’è sviluppata moltiplicando i centri decisionali e mettendoli in genere l’uno contro l’altro. Abbiamo avuto l’ultimo esempio con la Commissione bicamerale che ha indagato sui crac bancari. Una delle lezioni che il presidente di quella commissione, Pierferdinando Casini, ne ha tratto è che «c’è un’eccessiva pluralità di organismi vigilanti e autorità che emanano normative nel settore», organismi che hanno anche litigato o si sono ostacoloti. Ma questo non è tipico solo del mondo bancario, è tipico di tutto il sistema. Tra l’altro la moltiplicazione dei centri di comando – tutti debiolissimi – ha permesso ai partiti di disporre di un maggior numero di poltrone da distribuire ad amici e parenti. Corruzione e lottizzazione, purtroppo, sono figlie della Costituzione e l’italiano s’è talmente abituato alla spartizione generale, dalla quale ricava pur sempre qualche briciola, da avere sonoramente bocciato, l’anno scorso, il referendum di Renzi che voleva semplificare un minimo il sistema e ristabilire un qualche principio di autorità. La Costituzione ha plasmato l’Italia e anche la società italiana.

Solo critiche?
No, certi concetti ci sono entrati in testa soprattutto per lo sforzo dei costituenti. In primo luogo quello dell’uguaglianza e specialmente quello dell’uguaglianze tra uomini e donne, a cui tendiamo e che non abbiamo raggiunto. Le italiane votarono per la prima volta proprio nel 1946, ma in Costituente, su 556 eletti, le donne erano solo 21. E una di queste – Teresa Mattei – era incinta senza essere sposata. Togliatti voleva escluderla dai lavori, parendogli disdicevole la presenza in un consesso tanto illustre di una donna in attesa e nubile. Lei gli rispose a brutto muso che il bambino se lo sarebbe tenuto e ai lavori avrebbe partecipato. È un episodio che deve suscitare la nostra ammirazione: benché le viscere spingessero i nostri padri a certi atteggiamenti, il cervello e un animo autenticamente liberale li indussero a sancire il principio dell’assoluta parità tra uomo e donna. Che poi, in questo Paese, divorzio e aborto siano stati ammessi solo negli anni Settanta e che il delitto d’onore sia stato abrogato appena nel 1981, beh questo dice solo che i padri, all’epoca loro, erano più avanti degli italiani.

La cosa prevista dalla Costituzione non ancora realizzata e che si dovrebbe fare per prima?
Le regole a cui dovrebbero attenersi partiti e sindacati. Si tratta di dare corpo a quanto previsto dagli articoli 39 e 49. Partiti e sindacati, intanto, quasi non esistono più. Chissà che provando a definirli non gli si dia una mano a rinascere.