SALUGGIA: RIFIUTI RADIOATTIVI, POSSIBILE CATASTROFE PLANETARIA. PARLA MASSIMO SCALIA

DI ALBERTO TAROZZI

Scambio di auguri con brivido con Massimo Scalia, uno dei leader storici dell’ecologismo italiano dai tempi di Chernobyl, docente di Fisica a Roma Sapienza.

Lo trovo teso, non saprei dire se più arrabbiato o spaventato. Si domanda se sia possibile che ci sia dimenticati della gravità delle parole del premio Nobel Carlo Rubbia nel 2000. Neppure io le ricordo, ma ci pensa lui a rinfrescarmi la memoria.

“Correva il mese di ottobre dell’anno 2000 e in Piemonte si verificava l’ennesima alluvione, solo che in quel caso fu la Dora a esondare andando ad allagare il sito ENEA di Saluggia, in Piemonte. Lì c’era l’impianto EUREX dove da più di 30 anni si lavorava al ritrattamento del combustibile nucleare e dove c’erano dei serbatoi, ormai vetusti, nei quali erano presenti più di 200 litri di rifiuti radioattivi di alta attività sciolti in acido nitrico. Se l’alluvione fosse arrivata fino a compromettere i serbatoi si sarebbe potuta verificare quella che, secondo la definizione di Rubbia, sarebbe stata una catastrofe di dimensioni planetarie”.

Va beh, dico, ma possibile che da allora non si sia fatto nulla? Rubbia non era mica l’ultimo venuto, qualcuno lo avrà bene ascoltato.
A questo punto Massimo Scalia ricorda un collega ed amico scomparso recentemente e che di quei problemi si occupò seriamente, ma con risultati insufficienti, non certo per sua responsabilità.

“Roberto Mezzanotte, che allora dirigeva il Dipartimento nucleare dell’ANPA, e che, scomparso poche settimane fa, ricordo con commosso affetto, impose di solidificare quei rifiuti entro il termine improrogabile del 31 dicembre 2005. Sulle soluzioni da prendere ci fu un dibattito con le popolazioni e le autorità locali e vennero avanzate obiezioni al muraglione di contenimento dell’onda d’urto di piena – avrebbe potuto agire come la sponda di un biliardo riflettendo la violenza dell’onda contro il centro urbano – che furono però superate dalla decisione di Rubbia, all’epoca presidente dell’ENEA. Il muraglione e altre opere idrauliche vennero quindi fatte, ma per quello che riguarda la solidificazione dei rifiuti radioattivi l’ENEA non fu in grado di procedere”.

Cosa successe allora? Qualcuno si mosse?

“Come succede in questi casi venne nominato un Commissario nella persona del Generale Jean. Ci si arrivò nel 2003 e gli impianti passarono alla Sogin
Jean si mosse con piglio decisionistico e intese cambiare il progetto ENEA, basato sulla tecnologia della vetrificazione, a favore di una semplice cementazione dei liquidi in maniera di accelerare i tempi. Però così saltavano i tempi precedentemente indicati per rispettare la “prescrizione Mezzanotte” Tutti si sarebbero aspettati allora il ricorso ai poteri emergenziali per avviare la realizzazione dell’impianto che aveva già un nome: Cemex. Quello che invece fece la Sogin fu progettare il trasferimento dei rifiuti liquidi in un nuovo parco serbatoi più adeguato; e con il beneplacito dell’APAT (la nuova autorità di sicurezza dalla quale, nel frattempo, era stato escluso Mezzanotte) se la presero così comoda da metterci ben 10 anni per consolidare non i rifiuti liquidi ma il progetto e arrivare alla gara. La tecnologia della cementazione è sì relativamente semplice, ma l’applicazione ai rifiuti di alta attività è particolarmente delicata, quindi serve un impianto robusto, affidabile e sicuro. Fin dall’inizio si è manifestato l’interesse dei due principali gruppi industriali pubblici italiani: la Finmeccanica tramite Ansaldo Nucleare e il gruppo ENI tramite la SAIPEM. Fossimo stati in Francia ci sarebbe stata probabilmente una joint venture tra le due tecnostrutture con qualche intervento di sostegno da parte del Governo. Invece da noi si è assistito a una concorrenza strenua, il che non agevolò certo, a prescindere dalla liceità della cosa, tempi brevi né per la gara né per il successivo inizio dei lavori”.

Come mai? Quanto meno, a gara conclusa, si sarebbe potuto andare velocemente, vista l’urgenza della cosa?

“Mica tanto ! Aggiudicata la gara per la costruzione dell’impianto alla Saipem, i lavori hanno proceduto a rilento e sono stati caratterizzati da un continuo contenzioso tra appaltatore e committente. Il modo di condurre il rapporto con la Saipem è sicuramente uno dei punti di contrasto dello scontro tra Presidente e Amministratore delegato del passato Consiglio di amministrazione della Sogin, contrasto che ha in sostanza portato alla paralisi dell’operatività. Arriviamo così allo scorso anno, quando il CdA è stato cambiato scegliendo delle figure molto omogenee tra di loro: il presidente, Marco Ricotti è docente di impianti nucleari, l’amministratore delegato, Luca Desiata, era la persona su cui aveva investito l’ENEL nel 2010 per far ripartire in Italia il piano nucleare Berlusconi-Sarkozy”.

Finalmente allora, grazie a questa omogeneità si è cominciato a marciare, sia pure con un pesante ritardo?

“Macché. L’“omogeneità” del nuovo gruppo dirigente sembra non aver giovato particolarmente. Tutt’altro. Viceversa si è arrivati al punto di rottura: la Sogin, nell’agosto di quest’anno, ha rescisso unilateralmente il contratto di appalto con la Saipem con accuse esplicite di incapacità. La Saipem ha poi risposto accusando la Sogin d’inadempienze contrattuali e chiedendo 80 milioni di risarcimento. E la Sogin sta ora valutando una contro richiesta di risarcimento milionario. Siamo, quindi, di fronte a un contenzioso legale, che si sa dove inizia, ma non è dato sapere quando e come si potrà concludere. A prescindere dai torti e dalle ragioni resta il fatto che siamo tornati indietro di 20 anni sulla gestione di quella che è la situazione più critica dei rifiuti radioattivi in Italia. E’ francamente insopportabile che un Paese che fa parte del G7 sia così gravemente inadempiente su un tema di rilevante sensibilità pubblica e di possibili conseguenze sanitarie”
.
Ma è mai possibile che nessuno si muova, che quanto meno l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di una situazione a dir poco critica?

“Certo, se il Ministro Calenda così impegnato sul futuro si voltasse a dare un’occhiata a questo pregresso non farebbe male. Ci sono tante, troppe cose che non vanno. Si sono accavallate disfunzioni a mio avviso gravi nella programmazione e nella gestione, interessi politici ed economici. Inutile dire che i finanziamenti per lo smantellamento degli impianti erano elevati e questo potrebbe aver generato molti “appetiti”. Sono tutti aspetti che vanno approfonditi, ma quello che ormai evidente è che a questo punto occorre affrontare il nodo della Sogin in maniera netta e radicale. Per di più, visto che siamo in tempi preelettorali si potrebbe pensare male. Se infatti la Sogin venisse commissariata, con un intervento ritenuto da molti ineludibile, non vorremmo che per l’occasione si creasse una poltroncina per qualche politico trombato o in procinto di esserlo. Il nodo Saluggia è molto grave- Scioglierlo nel migliore dei modi richiede una ristrutturazione completa e di alto livello. . Ne va delle condizioni future per l’ambiente non solo italiano, se è vero che, come abbiamo detto all’inizio, Carlo Rubbia parlò di un rischio di possibile catastrofe a livello planetario”.

Ma c’è qualcuno che, nell’ambientalismo italiano, si sta muovendo?

“Per quel che mi riguarda posso segnalare l’iniziativa cui ho dato vita. Abbiamo stilato un comunicato stampa molto polemico come Commissione scientifica sul Decommissioning che riassume molte delle cose che ho appena detto. Vi prego di leggerlo con attenzione”.

COMUNICATO STAMPA
Commissione scientifica sul Decommissioning

La Sogin sia del tutto ristrutturata, seriamente e non come scranno per qualche politico in declino! La vergognosa vicenda del CEMEX di Saluggia
Ci sono tante, troppe cose che non vanno nell’attività (?) Sogin. Si sono accavallate incapacità di programmazione e pessime gestioni, appetiti politici, interessi di lobby grandi, medie e minuscole, velleità varie sui finanziamenti per lo smantellamento degli impianti. Tra queste velleità va segnalata quella del ritorno al nucleare che, incredibilmente, non si è mai spenta. Peggio dei militari giapponesi, che da una qualche isoletta del Pacifico si arrendevano ancora venticinque dopo la fine della guerra. Già, ma dal referendum del 1987 sono passati più di cinque lustri e c’è stato un altro referendum per chi non avesse capito. E arrendetevi, su!
In questi giorni stanno girando insistenti rumors di commissariamento della Sogin. L’intervento su questa società è ormai ineludibile, ma deve essere una ristrutturazione completa e di alto livello. Chi pensasse che possa essere un mezzo per creare una poltroncina per qualche politico, trombato o “trombaturus”, sarebbe un irresponsabile. Un cretino irresponsabile.
La vicenda EUREX di Saluggia. EUREX è l’impianto nel quale, da oltre 40 anni, sono allocati dei serbatoi ormai vetusti che contengono più di 200 litri di rifiuti liquidi radioattivi residuati dal ritrattamento del combustibile nucleare. Nel 2000 il Dipartimento nucleare dell’ANPA impose di solidificare quei rifiuti entro il termine improrogabile del 31 dicembre 2005. Nel 2003 gli impianti passarono alla Sogin e il generale Jean, commissario pro tempore, decise da bravo generale di cambiare il progetto ENEA, basato sulla tecnologia della vetrificazione, a favore, invece, di una più semplice cementazione dei liquidi in modo da accelerare i tempi: il progetto CEMEX.
La Sogin ha impiegato ben 10 anni per portare a gara il progetto, mentre tra i due gruppi pubblici, Ansaldo Nucleare (Finmeccanica) e SAIPEM (gruppo ENI), si svolgeva uno scontro a colpi bassi. E quando la SAIPEM vince la gara, lo scontro si sposta al contenzioso continuo tra appaltatore e committente e all’interno della stessa Sogin fino alla paralisi totale dell’operatività. Oggi, dopo che nel luglio scorso il nuovo CdA Sogin ha rescisso unilateralmente il contratto, siamo alla carta bollata tra Sogin e SAIPEM. Sullo sfondo un’umiliante e grave realtà: di fatto siamo tornati indietro di 20 anni nella gestione di quella che è la situazione più critica dei rifiuti radioattivi in Italia. E ne va della salute e della sicurezza dei cittadini.
Sì, “Industria 4.0”! E’ l’italietta delle faide tra corporazioni medievali, e se il Ministro Calenda, così impegnato sul futuro, si voltasse a dare un’occhiata a questo pregresso non farebbe un’oncia di danno”.

P.S. Segnaliamo per dovere di cronaca che Sogin ha comunicato, in settembre, di “prendere atto del mancato completamento delle attività di progettazione costruttiva dell’infrastruttura e della manifesta incapacità a completare la realizzazione dell’edificio di processo e del deposito temporaneo in cui si articola il Complesso Cemex”.
Saipem ha replicato con un breve comunicato.
In esso dice di volere 80 milioni di risarcimento