L’IRONIA DI NUCCIO CICONTE: LIBERO QUI E A CUBA PROCESSATO DAI CASTRISTI

DI VINCENZO VASILE

Sapevo che avevi la maschera dell’ossigeno e per questo non ti ho chiamato, ma ho cercato di scherzare via Facebook:  Nuccio – Nuccio Ciconte – non farci preoccupare, getta la maschera. Rileggo ora i messaggi, la tua risposta: ne ho ancora per qualche giorno, e poi ci sentiamo, ci vediamo. E per oggi era previsto che saresti tornato a casa, dimesso dall’ospedale, curato per l’ennesimo problema respiratorio.

Da sempre ci conoscevamo, e con chi parlo adesso? Con chi parlo di questi anni belli e terribili che abbiamo vissuto – tu in Calabria, a Torino, a Cuba, in redazione all’Unità e infine al Fatto quotidiano – e di quelli, scadenti, che verranno? -; chi insisterà a convincermi che ne vale ancora la pena?, come facevi tu scherzando saggiamente sotto tono, mascherando con la stanchezza l’amarezza; non trovo tue foto, solo una di spalle, e non si vede il tuo sorriso. Con la tua ironia mi hai depistato anche quest’ultima volta. E adesso che devo scrivere di te forse perché di solito io sono veloce o forse perché eravamo quasi gemelli – come si diceva nel nostro gergo – “professionalmente e politicamente” o forse perché si capiva che eravamo tanto tanto amici, mi stai facendo lo scherzo di farmi piangere come un bambino.

Ma stavolta le scrivo io le cose che non volevi scrivere per ritegno e per quella tua timidezza aristocratica: di quando i castristi chiesero – e ottennero – la tua testa per avere cercato di fare il giornalista da corrispondente all’Avana del giornale del partito fratello; di quando Ugo Baduel ti passò i verbali del “processo” cui Pajetta fu sottoposto per avere mandato all’Avana una penna così berlingueriana e indipendente; di quando tornasti a Roma e il direttore ti nascose i retroscena del tuo trasferimento; di quando facesti crescere come uno squattrinato e fervido vivaio la redazione esteri migliore dei giornali italiani di quel tempo, inviati come Mauro, gente brava come Rossella, e gli altri, e le altre; del tuo incontro con il cardinale Romero poco prima dell’assassinio (l’intervista è andata dispersa con il massacro dell’archivio dell’Unità?); dei cecchini che ti sparavano addosso a Sarajevo; degli anni ai vertici dell’ufficio centrale, e perché no di quelli, più defilati, al sindacato; quanti ne hai visti, quanti ne hai cresciuti e conosciuti direttori, redattori, capi, inviati, giovani già vecchi e vecchi ancora giovani, amministratori appassionati e manager felloni, e quante effimere glorie del Grande Partito che diventava più piccolo si accesero e si spensero sullo sfondo.

Per molti di noi, sei stato e rimanevi “il giornale” – quella strana cosa bruciante e palpitante che stava in mezzo tra la nostra vita privata e le passioni civili, il mestiere e la politica, uomini e cose che conoscevi come le tasche. Quella cosa a poco a poco non palpitò e non bruciò più, rimanevano solo i mozziconi fumanti di tante sigarette. Ce la mettemmo tutta per farla riaprire quella volta – a inizio di secolo – che una lotta fratricida l’aveva chiusa e nessuno scommetteva una lira sulla possibilità di realizzare il successo editoriale imprevisto, fuori dai vecchi schemi, che poi accadde.

Anche quella battaglia alla fine fu persa, e alcuni di noi ce ne andammo. La successiva, seconda o terza o quarta, giovinezza di zio Nuccio ancora “in terra di infedeli”, tra i fondatori del Fatto quotidiano, ci vuole qualcun altro per raccontarla a fondo, anche se per un tratto iniziale ne sono stato anch’io testimone. Come si fa un giornale, ne abbiamo tante volte parlato e adesso ci sono scuole di scrittura e corsi di formazione: noi che ti abbiamo avuto fraternamente per amico non dimenticheremo di essere stati a scuola da zio Nuccio, il “maresciallo”, un comandante travestito da sottufficiale, che se la riderebbe su tanti giri di parole per non dire che ti vogliamo bene.

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