SICILIA, LE DIMISSIONI DI FIGUCCIA UN “VAFFA” A MICCICHE’ MA, SOPRATTUTTO, UN DURO COLPO POLITICO A MUSUMECI

DI ANGELO DI NATALE

Per uno che ha militato per anni in Forza Italia, assumendo cariche di rilievo come quella di vice presidente del gruppo parlamentare in Assemblea regionale siciliana, il gesto fulmineo delle dimissioni da assessore, appena quattro settimane dopo l’insediamento avvenuto il 30 novembre scorso, potrebbe sembrare un “colpo di teatro” messo in scena nell’ambito di una dialettica interna finalizzata alla battaglia politica.

E invece la fermezza con cui esso è stato mantenuto nelle reazioni e nei contraccolpi dei giorni successivi merita ben altre analisi.

Vincenzo Figuccia, 43 anni, sociologo cattolico, eletto cinque anni fa con l’Mpa di Lombardo ma passato quasi subito a Fi e da qui, solo a fine legislatura, approdato all’Udc, non potrebbe essere più diverso – antropologicamente, culturalmente e perfino politicamente – di Gianfranco Miccichè, in polemica con il quale ha sbattuto la porta lasciando la giunta di palazzo d’Orleans.

Sicuramente l’ormai ex assessore all’Energia (sul cui tavolo era quindi adagiato un dossier “caldo” intorno al quale ruotano interessi, affari e pressioni miliardari) non aveva mai pensato di potersi o doversi trovare d’accordo con il ras berlusconiano in Sicilia, appena eletto – anche con i voti di una parte Pd, dopo il fallimento del primo tentativo – al vertice dell’Ars.

Abbiamo già accennato ad alcune profonde differenze tra i due, ma occorre aggiungere che non c’è tema sul quale i due potrebbero essere d’accordo: dalle politiche sociali a quelle economiche, dall’atteggiamento sull’uso delle droghe ai diritti civili, dall’associazionismo alla finanza.

E infatti è difficile pensare che Figuccia abbia lasciato la carica di assessore contro Miccichè dal quale non poteva aspettarsi nient’altro.

L’annuncio trionfante del neo presidente dell’Ars <<dal primo gennaio finalmente cadrà il tetto dei 240 mila euro per i burocrati, il marxismo è stato sconfitto dalla storia, questo palazzo tornerà quello che avevo lasciato>> è perfettamente in linea con il profilo e il costume politico dell’ex agente di Publitalia allevato da Dell’Utri.

Non è per quell’annuncio pertanto che si è dimesso il deputato Udc, campione di preferenze in una Palermo completamente diversa da quella dei salotti amici del luogotenente berlusconiano, la Palermo delle periferie e del disagio sociale nella quale si è politicamente formato e che il 5 novembre scorso gli ha dato quasi dieci mila preferenze, più di un quarto dei voti acquisiti complessivamente dalla lista che pure aveva ben sedici candidati.

Il suo gesto è tutto rivolto contro Musumeci, contro il suo silenzio prima, dinanzi alla polemica furente tra assessore e presidente dell’Ars nonché capo-ombra della coalizione, contro le sue parole dopo: <<gli assessori stiano zitti e pensino a lavorare>>.

E siccome a parlare in quel momento era solo lui, Figuccia non ci ha pensato un attimo a trarne le conseguenze. Acquisendo un grande capitale politico di apprezzamento e di consenso fuori dal palazzo e mettendo all’angolo Musumeci, costretto a correre ai ripari in pressing  su Miccichè indotto a fare marcia indietro se, come pare, dopo il moto di indignazione popolare suscitato, il presidente dell’Ars dovrà accettare il tetto.

Del presidente della Regione sono note e ancora vive nella memoria la sua totale assenza rispetto agli “impresentabili” nelle liste e la sua resa preventiva ai partiti, quello di Miccichè su tutti, che hanno imposto candidati imputati e pregiudicati contro la sua volontà, ma senza un atto coerente da parte sua.

Tuttavia la sua biografia di amministratore pubblico e politico di lungo corso mai sfiorato da un sospetto o da un’indagine aveva dato forza durante la campagna elettorale alle parole delle figure a lui più vicine: <<Non sapete chi è Musumeci, adesso non può far nulla, ma avrete una bella sorpresa quando lo conoscerete come presidente che deciderà ogni cosa in totale autonomia e il vecchio ceto politico berlusconiano, cuffariano e lombardiano avrà sorprese amare>>.

Se era così, Musumeci ha sbagliato clamorosamente ed ha fallito la prima occasione in cui poteva porsi in sintonia con la fiducia e le attese di chi, anche contro – o nonostante – quel ceto, lo ha votato.

Sarebbe bastato pronunciare subito parole di buon senso, perfino le stesse dette, ieri, in ritardo, sugli stipendi dei burocrati che, già così, con il tetto dei 240 mila euro annui <<sono più che dignitosi>> (anche troppo forse, rispetto alla totale assenza di questo requisito – che buon senso riterrebbe sussistente anche in redditi pari ad un settimo o un ottavo di questo “tetto” – delle condizioni di vita di oltre metà dei residenti nell’isola), piuttosto che bacchettare proprio l’assessore, forse l’unico della sua squadra ad avere un minimo di sintonia con le urgenti aspirazioni di equità sociale del popolo siciliano.

Un autogol politico quello di Musumeci che prometteva il cambiamento e che avrebbe avuto un’occasione utile per cominciare a dettare la linea sul futuro di una regione che paga i suoi dipendenti, soprattutto delle alte gerarchie, tre volte tanto la Lombardia, che ne ha un numero complessivo pari a sei volte e di dirigenti pari a quindici volte.

Ma tanta disparità è almeno proporzionale alla quantità e alla qualità dei servizi resi da organici così numerosi e ben remunerati?

La risposta, impietosa, è nei fatti: si, è proporzionale, ma in senso inverso.