L’INFLUENZA METTE A LETTO 1ML E MEZZO DI ITALIANI

DI GIORGIO DELL’ARTI

Agenzie di stampa e siti vari rimbalzano la notizia che un milione e mezzo di italiani, nelle ultime tre settimane, si sono messi a letto con l’influenza.

È così grave?
Beh, gli allarmi sono cominciati prima del solito. L’Istituto superiore della Sanità si è dotato di un osservatorio, detto Influnet, a cui ha affidato il compito di osservare l’andamento del ciclo influenzale. È da questa Influnet che arrivano le notizie riprese un po’ da tutti: «Nell’ultima settimana osservata dalla rete Influnet dell’Istituto superiore di sanità (18-24 dicembre 2017), sono stati riscontrati 387 mila nuovi casi di influenza. In totale i malati colpiti dal virus dall’inizio del sistema di sorveglianza, sono stati 1 milione e 403 mila. Al 27 dicembre 2017 risulta un brusco aumento del numero di casi, alimentato soprattutto dalle classi di età pediatrica. La curva epidemica delle sindromi influenzali continua la sua ascesa dopo aver superato, nella 49a settimana, il valore soglia di 2,57 casi per mille assistiti che segna l’inizio del periodo epidemico». Eccetera.

• «Valore soglia»?
L’influenza è sempre fra noi. Quand’è che finisce sui giornali? Quando assume le caratteristiche di un’epidemia, cioè ce l’ha un sacco di gente. Il punto di passaggio dalla situazione normale a quella epidemica è stato fissato in 2,57 casi ogni mille assistiti. Secondo Influnet siamo a 6,39 casi per mille assistiti. Il virus – o i virus – hanno colpito a macchia di leopardo: Piemonte, provincia di Trento, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Calabria. L’altra espressione forse misteriosa è «l’età pediatrica», tanto più che i pediatri ormai si occupano anche dei diciottenni. In questo caso, si tratta dei bambini con meno di cinque anni, che risultano particolarmente colpiti, 18,9 casi ogni mille assistiti. Malmessi anche i 5-14enni: 12,6 casi. Poco allarmanti le condizioni medie delle altre classi d’età: 5,43 casi tra i 15-64 anni e 2,78 casi per gli ultrasessantacinquenni. I dati sugli anziani sono particolarmente consolanti, perché è proprio in questa classe d’età che si verifica il maggior numero di decessi.

Di influenza si può morire?
Eccome. E l’inverno passato è stato uno dei peggiori: secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità diffusi lo scorso marzo ci sarebbero stati tremila morti in più dei soliti sette-ottomila (su 4-6 milioni di malati). È un dato approssimato, ricavato dall’andamento dell’influenza in 19 città campione e alterato dal fatto che ci si ammala più facilmente in città che in campagna. Ma è un fatto che l’inverno 2016-2017 fu un’annata critica, sia per l’aggressività del virus A/H3N2 che per la scarsa propensione a vaccinarsi. Gli anziani che si difesero con un vaccino furono meno del 50%.

E quest’anno?
Quest’anno i medici raccomandano di vaccinarsi, specialmente se si hanno più di 65 anni. Qui ricaschiamo nella vecchia polemica. Ha detto il professor Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità: «Il problema è che nel nostro Paese sembra esserci ormai un’ondata di scetticismo e di paura nei confronti dei vaccini. Bisogna combattere questa ondata di scetticismo, perché il vaccino è un salvavita. Gli anziani in particolare è bene che si vaccinino: più si è avanti con l’età, maggiore è il rischio di complicanze come polmoniti e broncopolmoniti». Consoliamoci col fatto che i due virus in circolazione – A/H3N2 e B/Yamagata – sono gli stessi dell’anno scorso. Di fatto, risultiamo più o meno immuni tutti quanti, per quanto cattivi siano.

E se mutassero?
In effetti, gli scienziati tengono sotto osservazione il mondo animale, dove i virus influenzali prosperano e da cui possono mutarsi e aggredire gli esseri umani. I virus «sorvegliati speciali», cioè a rischio mutazione, sono sei, tutti del tipo A, tre diffusi fra gli uccelli, tre fra i suini. Uccelli e suini sono i serbatoi privilegiati dei virus dell’influenza: all’interno degli organismi animali i virus continuano a ricombinare il loro corredo genetico fino ad acquisire caratteristiche che permettono loro di aggredire l’uomo e poi di diventare contagiosi da uomo a uomo. Anche in previsione di questo, dicono i medici, è meglio vaccinarsi. Giovanni Maga, responsabile del laboratorio di virologia molecolare presso l’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia: «Questi sono gli ultimi giorni per i ritardatari che vogliono immunizzarsi prima del picco influenzale vero e proprio. Il vaccino impiega circa 2-3 settimane per offrire la massima protezione. Ma in ogni caso è sempre meglio farlo, anche se in ritardo, anziché non farlo proprio».