IL PELLEROSSA ALCE NERO SARA’ SANTO

DI: MARINA POMANTE

Non sono moltissimi quelli che fino a pochi giorni fa conoscevano Alce Nero, il capo Sioux del quale, in seguito ad una richiesta della diocesi di Rapid City ( Usa), nell’ultima Conferenza a Baltimora hanno iniziato il processo di beatificazione. Nel caso di esito favorevole, ma sembrerebbe scontato, per lui si aprirebbe la strada verso la “santità”.
E’ certamente il primo indiano d’america che si avvia verso tale riconoscimento della Chiesa, ma non è il primo in assoluto. Prima di lui una donna pellerossa, la patrona mohawk del Canada, Kateri (Caterina) Tekakwitha fu proclamata beata da San Giovanni Paolo II e poi dichiarata santa da Benedetto XVI nel 2012.
La beatificazione e la probabile successiva fase della santificazione di Alce Nero, è un atto importante per il Vaticano per ottenere il pieno perdono, non ancora avuto dai popoli nativi americani, per la scolarizzazione obbligatoria che ha praticamente spazzato via la cultura pellerossa.
Si deve ricordare che la Chiesa cattolica in USA, Canada e Nuova Zelanda, Australia e America latina, ha partecipato piuttosto attivamente alla “persecuzione culturale”.
Nel programma, i bambini venivano separati dalle famiglie e condotti a vivere nelle “boarding schools”. Qui era vietato assolutamente l’uso della lingua d’origine.
Il Papa, due anni fa, in Bolivia disse: “Vi chiedo umilmente perdono per i crimini commessi contro i popoli indigeni durante la cosiddetta conquista dell’America.
Alce Nero, battezzato Nicholas, sarà evidentemente lo “strumento” del perdono.

Alce Nero (Black Elk), si convertì al cattolicesimo quando era ormai adulto nel 1904 e, dopo la morte della prima moglie, fu battezzato col nome di Nicholas nel giorno di San Nicola (Santa Claus).
E’ stato probabilmente il più influente leader indiano del secolo scorso e si dedicò all’insegnamento del catechismo, arrivando a battezzare centinaia di Sioux. Condusse questa sua nuova vita con umiltà, fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1950 in una riserva indiana: a “Pine Ridge” in South Dakota.

Nicholas (Alce Nero) sarà quindi uno dei pochi santi del nord america e costituirà certamente un simbolo del contrasto alla colonizzazione dei bianchi, contestata più volte anche da Papa Francesco.
Black Elk (Alce Nero), il cui vero nome è “Heháka Sápa” in Lakota, “Black Elk” in inglese, che realmente significa Cervo Nero, nacque presumibilmente il 1 dicembre 1863 nella tribù degli Oglala, una delle sette tribù dei Sioux, che in realtà non si chiamavano così ma Lakota. Sioux (cioè “Mezzi Serpenti”) era un epiteto spregiativo coniato da indiani rivali. In quel territorio oggi c’è lo Stato del Wyoming.
Era figlio di uno sciamano e il cugino di Cavallo Pazzo, l’eroe dei Sioux che ebbe vita breve ma leggendaria e fu capo di una tribù dei Sioux che guidò con Toro Seduto la resistenza indiana, umiliando l’esercito degli Stati Uniti nella battaglia di Little Big Horn.
Crazy Horse morì il 5 settembre 1877 a Fort Robinson nel Nebraska, per mano di un soldato che lo uccise con la baionetta quando era già prigioniero e inerme. In teoria, quella data segnò la fine delle “guerre indiane” nelle Grandi Pianure, ma in realtà le guerre continuarono per altri 13 anni almeno. Anche se tutti gli “scontri” dopo la morte di Cavallo Pazzo erano solo dei “colpi di coda” di un periodo di resistenza ormai archiviato. Per i nativi americani, Cavallo Pazzo era un simbolo ed era considerato imbattibile, invulnerabile alle pallottole, quello che rimase a combattere anche quando altri capi indiani erano capitolati . Morto lui, per gli altri Sioux, non c’era più speranza di futuro.
Anche Alce Nero a 12 anni, si trovò a combattere contro il generale George Armstrong Custer, nella storica battaglia Little Big Horn, contro gli squadroni del Settimo cavalleggeri, che furono massacrati quasi completamente dai Sioux.

Nel 1887 girò L’Europa con il Wild West Show di Buffalo Bill e fu una “voce alternativa” al neo-colonialismo. Alla fine della tournée, rientrò negli USA e nel 1890 era presente al massacro dei Sioux ad opera delle “Giacche blu” a Wounded knee, dove rimase ferito.

Alce Nero nel 1892 sposò Katie War Bonnet, che in seguito si convertì al cattolicesimo e i loro tre figli vennero battezzati.

Nella parrocchia di Pine Ridge è già venerato come un santo e di lui si ricordano le sue sofferenze sopportate nella vita, la morte della prima moglie e di cinque figli, ma anche la sua fede incrollabile. I nipoti di Alce Nero, lo scorso autunno, hanno presentato una petizione con oltre 1500 firme, con la quale si chiede la canonizzazione di Nicholas (Alce Nero), al vescovo di Rapid City, Robert Gruss che ha accettato la richiesta.

Alce Nero è stato sepolto nel cimitero cattolico di Sant’Agnese a Manderson-White Horse Creek, South Dakota.
Il vescovo di Rapid City, Robert Dwayne Gruss, ha celebrato il 21 ottobre 2017, a Pine Ridge, la messa solenne per aprire formalmente la causa di canonizzazione, nella chiesa del Santo Rosario.

Alce Nero, rivolgendo lo sguardo al passato della sua vita disse:
“Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto.”

Alce Nero nel 1931 incontrò due scrittori, John G. Neihardt e Giuseppe Epes Brown, ai quali raccontò il suo passato, rivelando anche una serie di rituali magici sacri ai Sioux.
La sua storia suscitò interesse ed ebbe molta eco.
Il gruppo di interviste ad Alce Nero rappresenta uno dei pochi memoriali di un leader spirituale nativo americano della stessa generazione di Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa, ossia della generazione che ha vissuto il periodo di transizione tra il “vivere in pace e armonia nella propria patria” e “venire combattuti e cacciati dalla propria terra per essere nei successivi anni, chiusi in riserve”.
La lingua Lakota fu una lingua orale fino al 1940 (anno in cui avvenne la sua trascrizione ad opera dei missionari), la testimonianza diretta di Alce Nero ha assunto una indiscussa rilevanza antropologica. La sua interpretazione, secondo l’origine della formazione dell’universo Lakota e ad importanti elementi tradizionali, come il significato tribale della “Sacra Pipa”, la concezione della relazione tra la realtà materiale e il mondo spirituale e il concetto di interrelazione tra tutte le cose viventi, sarebbero andati persi per sempre senza il lavoro di ricerca di Neihardt e Brown.

Nel 1931 John Gneisenau Neihardt incontrò Alce Nero e raccolse da lui un racconto piuttosto lungo e dettagliato, che trent’anni più tardi pubblicò con il titolo di: Alce Nero parla. Vita di uno stregone dei sioux Oglala (1960). La narrazione non riguardava solo le vicende personali di Alce Nero, ma era collegato con la storia del suo popolo, in guerra con i bianchi, e con le sue visioni, che lo accompagnarono fin dall’infanzia. Egli raccontò a Neihardt anche la “grande visione” avuta a nove anni dove vide i suoi antenati in un contesto ultraterreno, dove figurava se stesso staccato dal proprio corpo osservare il proprio popolo. La visione di Alce Nero conteneva in sintesi, un messaggio di rivincita guerriera dei pellerossa, che insieme al motivo dell’Albero Sacro, l’accomunava alla “danza degli spettri”. Questa esperienza segnò la sua vita, tuttavia quando abbracciò il cristianesimo, rinunciò a seguire la sua grande visione e ad i “poteri” in essa ricevuti.

Il libro “Alce Nero parla”, pubblicato nel 1932, divenne un caso editoriale. La storia dell’uomo di medicina nativo americano in lotta contro l’invasore bianco colpì il pubblico. In realtà Alce Nero non era affatto come era stato presentato, ma lo sciamano Lakota, convertito alla fede cristiana, al momento della lunga intervista di Neihardt, era catechista ed evangelizzatore a tempo pieno.
Egli, aveva conosciuto il cattolicesimo grazie ai Gesuiti che avevano fondato nel 1887 una missione, intitolata al Santo Rosario (Holy Rosary Mission).
I Gesuiti, valutati gli aspetti comuni alle due religioni, li avevano valorizzati nella loro opera di evangelizzazione, quindi se un Lakota si convertiva al cattolicesimo non doveva rinnegare i principi fondamentali della propria religione che stava per abbandonare. I missionari spiegarono come ci fosse continuità tra la religione degli indiani ed il cattolicesimo. I missionari, inoltre, accettarono gli usi e le tradizioni locali. Anche il rito dell’esposizione delle salme a cielo aperto, adagiate su impalcature . Preservarono inoltre gli aspetti della cultura locale quando non fossero in contrasto con il Cristianesimo.

Le prime reazioni al ritratto fatto da Neihardt ad Alce Nero arrivarono proprio dai Gesuiti, che fecero notare come l’autore censurasse la sua fede cattolica.
Naturalmente anche Alce Nero, per mezzo di una lettera inviata a Neihardt nel 1934, protestò per la mancata indicazione della sua fede cattolica.

La letteratura del Novecento usava descrivere i riti indiani secondo il linguaggio della cronaca, come se accadessero al tempo presente, mentre appartenevano già al passato, erano estinti. I Lakota non li praticavano più, proprio a causa della reclusione nella riserva, avvenuta negli anni novanta del XIX secolo. Lo stesso Alce Nero non praticava più i riti che aveva visto fare da bambino e che invece Neihardt descrisse come ancora esistenti.

La frase di Alce Nero che sintetizza il contrasto tra la sua verità e quanto riportato nel libro è: “Ascoltate, dico parole vere. Un uomo bianco ha scritto un libro e ha raccontato quello che io avevo detto dei vecchi tempi, ma ha tralasciato i tempi nuovi. Perciò parlo di nuovo. Da trent’anni a questa parte sono un uomo diverso da quello che l’uomo bianco ha descritto. Io sono un cristiano. Sono stato battezzato trent’anni fa da un tonaca-nera chiamato Piccolo Padre. Trent’anni fa io ero un indiano tradizionale e avevo qualche conoscenza del Grande Spirito, Wakan Tanka. Ero orgoglioso, forse ero coraggioso, forse ero un buon indiano, ma adesso sono migliore. Anche San Paolo diventò migliore quando si convertì. Adesso so che la preghiera della Chiesa cattolica è migliore della preghiera della Danza degli Spiriti”.