LA COSTITUZIONE ITALIANA NON E’ PERFETTA MA E’ LA MIGLIORE AL MONDO

DI: NICOLA FRATOIANNI

Per affrontare in modo non rituale il Settantesimo della Carta fondamentale, bisogna forse ripartire dalla distinzione tra “Costituzione formale” e “costituzione materiale”. Con questa formula Costantino Mortati – membro dell’Assemblea costituente, e uno dei più creativi e autorevoli giuristi del Novecento italiano – indicava la differenza tra l’atto normativo che fonda un ordine politico e l’insieme dei sottostanti rapporti di potere tra le diverse classi sociali.

Raccolgo a partire da qui le suggestioni di Anna Falcone (il manifesto, 28/12/17) e l’invito di Tomaso Montanari (Fatto Quotidiano, 29/12/17). I dieci anni della crisi, nella “Grande Regressione” che stiamo vivendo, sono stati segnati da un complessivo arretramento proprio sul terreno della “costituzione materiale”. In questo quadro la difesa e l’attuazione dei principi della nostra Costituzione rappresentano uno dei pochi riferimenti, certi e solidi, per una politica di progresso e per il cambiamento dell’esistente.

Condivido Falcone quando afferma che “la Costituzione non è perfetta, né intoccabile”. Penso che nuovi diritti, imprevedibili per le madri e i padri costituenti del ‘47/48, andrebbero formalmente riconosciuti e resi esigibili. Così come nuove regole e dispositivi istituzionali dovrebbero rispondere alla verticale crisi di legittimazione della rappresentanza politica.

Mettere però mano, oggi, alla nostra Carta fondamentale significherebbe certificare rapporti di forza sociali mai così sbilanciati nella storia repubblicana a favore degli interessi e del potere di pochi. Non è casuale che l’unica riforma costituzionale, passata nella scorsa legislatura, sia stata l’inserimento del vincolo del “pareggio di bilancio”. Rovesciare queste tendenze è compito non facile e non si esaurirà nella pur cruciale scadenza del 4 marzo prossimo.

Ma è decisivo provare ad aprire uno spazio elettorale e politico che abbia nella giustizia sociale una delle sue priorità. Siamo “libere, liberi e uguali”, proprio perché vogliamo realizzare il disegno contenuto nell’Articolo 3. Perché crediamo fino in fondo che sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono in pieno sviluppo della persona umana (…)”.

Perciò, se ve ne saranno le condizioni, lavoreremo per maggioranze parlamentari capaci di cancellare quella contro-riforma che, in nome del dogma neoliberista dell’”austerità”, ha preteso di legare le mani a qualsiasi politica di redistribuzione sociale della ricchezza.

Un maestro come Stefano Rodotà, protagonista nella battaglia referendaria, non mai ha pensato che la Carta del ’48 fosse “immodificabile”. Ha immaginato di integrarla coi diritti di “terza e quarta generazione”, nella prospettiva di una democratica Costituzione Europea. Ci ricordava come “sul terreno costituzionale, la logica dovrebbe essere quella del reciproco riconoscimento di principi comuni.” A questo compito, di difesa e attuazione, non ci sottrarremo mai.”