IN IRAN SI MUORE: CRISI SOCIALE E CRISI POLITICA, NAZIONALE E INTERNAZIONALE

DI ALBERTO TAROZZI

Aumenta il numero delle vittime in Iran.
Nelle differenti città coi nomi a noi sconosciuti, ma sparpagliate su tutto il territorio del Paese, i morti hanno già superato la ventina. Oltre 400 gli arresti.

Nella pentola in ebollizione c’è di tutto. Proteste contro la crisi economica, attacchi ai detentori del potere.
Ma gli attacchi non provengono da una parte sola. Concorrenza tra le fazioni, sul piano interno. Avvoltoi in agguato al di là dei confini.

La miseria, prima di tutto, ingigantita da provvedimenti che hanno abolito i sussidi di povertà a un quarto della popolazione, mentre benzina, luce e gas toccano vette mai viste da quelle parti. Probabile che l’inflazione, ultimamente in calo, possa riprendere con l’anno nuovo.

Di chi la colpa? “Piove Governo ladro” è un commento di prammatica in questi casi e infatti si denuncia la corruzione.
Ma la corruzione ingigantisce le fiamme, il fuoco ha altre origini.
Le sanzioni sancite dall’Occidente che non solo non sono state cancellate del tutto, ma probabilmente aumenteranno. Le spese militari a gloria di un esercito che ha accumulato vittorie, dal Libano alla Palestina, alla Siria, ma costa.
Banco degli imputati trasversale. Per le sanzioni l’accordo con gli Usa; per le spese militari il fiancheggiamento dei russi.

Grande il disordine sotto il cielo di Tehran per il gongolare di Trump, che vede legittimato il suo accordo con Israele che ha sullo sfondo la guerra. Gongola Israele, che della situazione ne sa probabilmente parecchio più degli altri. Gongola forse più di tutti l’Arabia Saudita, dove Salman il giovane tutto ha da guadagnare da una guerra prossima ventura che gli consentirebbe di chiamare a raccolta tutta la nazione saudita, forse non del tutto convinta del suo modo brusco di mettere fuori gioco i rivali.

Il fuoco divampa, ma in questi casi tutti corrono il rischio di bruciarsi perché la situazione politica, entro i confini dell’Iran è ingarbugliata e trovare il bandolo della matassa non è affar semplice per chi volesse sponsorizzare qualcuno dei rivoltosi.
La Guida Suprema Khamenei è malfermo di salute e la lotta tra le fazioni è sotto la luce del sole. Non mancano scenari pregolpistici, ma di chi contro chi?

Fare saltare il premier Rohani sembra il primo passo, certo gradito a chi vuole destabilizzare l’Iran, ma dopo? Sembra accertata l’ostilità di chi è sceso in piazza contro l’integralismo islamico, primo fra tutti Khamenei, ma anche contro il moderato Rohani.
Quello che in occidente non è ben chiaro è che, tra i presunti laici o quasi tali, si annidano i falchi del conservatorismo, che tanto filo occidentali non sono mai stati. Si rivede Ahmadinejad che, a dispetto dell’immagine che se ne ha da noi, fondamentalista non è. Si fa il nome di Ebrahim Raisi, un ultra conservatore acerrimo nemico di Rohani.

In poche parole, una piazza alla fame che parla la lingua dei diritti declinata sul bisogno di beni materiali; forze politiche nazionali che senza scrupoli intravvedono un loro accesso al potere per vie golpistiche; forze politiche internazionali pronte a benedire tutto ciò che si muove e potrebbe terremotare la stabilità di quel Paese.
Anche se le intenzioni dei servizi segreti statunitense e israeliano non prestano il fianco a dubbi, non è altrettanto chiaro stabilire su quali alleati interni al Paese potranno contare. Certo la politica è l’arte del possibile, ma un’alleanza Ahmadinejad/Netanyahu non è facile da prefigurare.

E allora? quali amicizie pericolose potrebbe stabilire un Paese come gli Stati Uniti, che negli ultimi tempi non ne ha azzeccata una?
L’Europa sta a guardare: in termini economici , senza parlare del resto, da una guerra ci ha tutto da rimettere.
Ma siamo come foglie al vento. E neppure il vento sa bene da che parte soffiare sul fuoco, per non farsi risucchiare dal rogo.