LE PROTESTE IN IRAN RIUSCIRANNO DAVVERO A METTERE IN CRISI IL REGIME DI ROUHANI?

DI GIORGIO DELL’ARTI

• Perché non schierarsi francamente col popolo sceso in piazza?
Anche sul popolo sceso in piazza fluttua un’ombra ambigua. Le proteste sono cominciate giovedì scorso a Mashhad, città santa, la seconda per importanza dopo Teheran. In Iran s’è votato lo scorso maggio e l’avversario del vincitore, il moderato riformatore Hassan Rouhani eletto per la prima volta nel 2013, era il conservatore Ebrahim Raisi, che viene proprio da Mashhad. Mashhad è anche uno dei bastioni dell’ex presidente Ahmadinejad e Rouhani nel 2013 vinse anche prendendo il massimo delle distanze dal suo predecessore. Dunque si sospetta o forse addirittura si sa che le dimostrazioni di Mashhad, motivate dal raddoppio del prezzo delle uova e da altri rincari che hanno interessato generi di prima necessità, siano state fomentate proprio da destra, cioè dai nemici di Rouhani, dagli sconfitti del 2013 e del 2017, i quali preparano la rivincita del 2020 seminando zizzania. La protesta s’è poi allargata a macchia d’olio in altri centri – Rashid, Qom, Hamadan, Kermanshah, Qazvin, Dorood, dove i pasdaran hanno sparato sulla folla) – fino ad arrivare a Teheran, dove ieri la polizia ha arrestato trecento persone e i video mostrano auto in fiamme e piccoli gruppi di manifestanti che intonano canti e slogan contro il regime. Qui, alla vigilia di Capodanno, i politici hanno trasportato dalla provincia sostenitori e donne in nero velate per contro-dimostrare a favore dell’ayatollah Khamenei. Gli uomini e le donne che protestano, inoltre, si contano per il momento a centinaia, non a migliaia o a decine di migliaia. Insomma, tra gli scontenti per le difficoltà economiche o la guerra in Siria sembra prevalere un atteggiamento di prudenza o di paura, perché il regime è capace di uccidere, come si vide nel 2009. Anche se il presidente Rouhani è andato in televisione a dire che il popolo ha diritto di manifestare, purché non si faccia ricorso alla violenza. Non ci sono folle oceaniche per strada e i governanti, nonostante i dodici morti, non hanno esagerato.

• Non è strano che a questo punto venga fuori la crisi economica? 
Le sanzioni sono state in gran parte revocate, la produzione di petrolio è ricominciata alla grande…Sì, quattro milioni e mezzo di barili al giorno e col prezzo che sta risalendo. Però i buoni numeri della macroeconomia (il Pil è cresciuto nel semestre del 5,6%, il settore dei servizi ha segnato un +7%, il Fondo monetario, in un recente rapporto, ha stimato per il 2018 e 2019 una crescita rispettivamente del 4 e del 4.3 per cento) sembrano non aver avuto conseguenze sull’iraniano qualunque, che campa sempre con cinquemila dollari l’anno in media e si vede aumentare i prezzi di tutto. Ma sa che un sacco di soldi vengono buttati nella guerra in Siria a favore di Assad.

• Quanti soldi?
Da ultimo quattro miliardi e seicento milioni, per mantenere esercito, consiglieri militari e armamenti, seguendo una politica di potenza e di dominio nell’area (contro Israele e contro Riad) che contrasta con le condizioni reali interne. Non è un dato da trascurare il fatto che il 60% della popolazione abbia meno di trent’anni, il che rende quel popolo particolarmente pronto alla rivoluzione (è statisticamente dimostrato che le tendenze rivoluzionarie sono proporzionali all’età media della popolazione). Durante le manifestazioni di questi giorni si sono sentiti slogan non solo contro Khamenei, chiamato senz’altro «dittatore», ma persino nostalgici dello scià Reza Pahlavi abbattuto nel 1979.

• Questi ayatollah non sono decrepiti?
Può darsi che il regime ce la faccia a tenere a bada anche il malcontento di adesso, però, effettivamente, la guida suprema ha 78 anni e non gode di una salute straordinaria. Un successore chiaro non c’è. L’instabilità in Persia è un fattore di rischio molto alto. Nel 1979 il rivolgimento che portò al potere Khomeini innescò una sequenza il cui finale fu l’invasione russa dell’Afghanistan, evento capitale dell’ultimo mezzo secolo, da cui originarono Osama, le Torri e poi la crisi dei subprime.

• Mi sa che Trump, prendendo le distanze dagli accordi di Obama, ci ha indovinato.
Certo, guardando quello che sta succedendo adesso, e soprattutto quello che potrebbe succedere, la sensazione è che Obama abbia offerto al regime degli ayatollah un sostegno proprio nel momento in cui il regime sarebbe potuto cadere. Quello che sostiene Trump, che all’accordo con Teheran non ha voluto dar seguito. Ieri ha twittato: «L’Iran sta fallendo a tutti i livelli nonostante il terribile accordo fatto con l’amministrazione Obama. Il grande popolo iraniano è represso da molti anni. Sono affamati di cibo e di libertà. Insieme ai diritti umani, la ricchezza dell’Iran viene saccheggiata. È tempo di cambiare».