IL NOSTRO ’68. QUELLA NOTTE DI 50 ANNI FA ALLA BUSSOLA

DI PAOLO BROGI

Cinquant’anni fa la Bussola. Andammo per tirare qualche pomodoro, ci spararono addosso, Soriano Ceccanti fu colpito…Di fronte a volte a tutto il nefasto livore con cui c’è chi cerca di liquidare quell’anno lontano sostenendo che fu la culla della violenza e del terrorismo voglio solo ricordare che nel ’68 gli studenti, i giovani, gli operai, i braccianti furono malmenati spesso e fatti oggetto di tiro a segno delle forze dell’ordine. Nel ’68 nessuno usò armi contro la polizia, le armi furono usate contro chi manifestava. L’elenco delle vittime è assai lungo, comprende studenti tedeschi e francesi, senegalesi e brasiliani, turchi e cecoslovacchi, comprende giovani afroamericani, comprende operai e braccianti di Francia e Italia, comprende orribili stragi di massa come quella di Città del Messico.
L’accusa di aver fatto da levatrici al terrorismo è particolarmente ripugnante se si guarda a come le istituzioni e i governi dei vari paesi reagirono alle richieste di cambiamento, non fermandosi alla repressione di piazza ma innescando persecuzioni antisemite come quella in Polonia, mandando i carri armati come a Praga, arrestando e colpendo in massa come nelle dittature latinoamericane, innescando in paesi come l’Italia lo stragismo sanguinoso e i tentativi eversivi golpisti che hanno colpito gli anni ’70.
Quell’accusa viene peraltro accompagnata da un’altra altrettanto sballata. E cioè che la generazione del 68 è una generazione di integrati, collusi col potere, di fatto reazionari e conservatori. Si prende ad esempio una piccola parte di ex sessantottini per fare di ogni erba un fascio, oscurando così la vita e le esperienze di centinaia e centinaia di migliaia di persone che invece hanno portato nelle loro professioni e attività il “sale” dell’esperienza fatta, continuando ad agire tenendo conto di paletti ben conficcati nel terreno come la solidarietà e l’attenzione agli altri. Solo per ricordare il succo. Dimentichiamo troppo spesso da dove siano scaturite le Ong e il volontariato in Italia, che non è solo cattolico. Dimentichiamo troppo spesso che cosa è stato portato in ambiti come i manicomi, la scuola, la sanità, le fabbriche ecc ecc facendo lezione di quella straordinaria stagione che è stato il ’68.
E’ per queste ragioni, anche, che ho scritto un libro su quell’anno, cercando di riportare soprattutto alla luce delle storie che ho raccontato la freschezza, la generosità, l’altruismo di allora. Da “68, ce n’est qu’un début. Storie di un mondo in roivolta” (Imprimatur), pubblico qui di seguito l’ultimo capitolo intitolato “Alla Bussola”. Eccolo:

Alla Bussola

Quella notte davanti alla Bussola è difficile da dimenticare. L’anno si sta chiudendo portandosi dietro lotte che in tutti i modi si cerca allora di illuminare. A Pisa chiudono la Marzotto e una delle tante iniziative prese nottetempo è abbastanza ardita: un gruppo di studenti insieme a qualche operaio penetra dentro lo stadio pisano, l’Arena Garibaldi, alla vigilia di un match importante per la squadra della città quell’anno in serie A. Col favore della notte il gruppo sradica le due porte dal campo da gioco e dopo averle fatte uscire dalle cancellate dello stadio, impresa tutt’altro che semplice, va a gettarle in un fossato non molto distante. Le porte vengono recuperate il giorno dopo, tutti però hanno saputo che quell’atto è stato compiuto per richiamare attenzione sulle famiglie degli operai che stavano perdendo il lavoro…
Questo è lo spirito dei tempi, a Natale sempre a Pisa il grande magazzino Upim di corso Italia è oggetto di un corposo volantinaggio anticonsumista in appoggio alle rivendicazioni che le commesse del centro commerciale hanno timidamente avanzato dall’autunno senza ricevere grandi risposte.
Gli operai della Saint Gobain sono in lotta, lo sono anche quelli di parecchie fabbriche minori del circondario come l’Henraux di Querceta dove i blocchi di marmo gettati sulle strade di montagna non sono serviti a granché.
E poi ci sono gli studenti, in quel dicembre si stavano muovendo gli studenti delle superiori. Un’ondata di occupazioni si è scatenata sul litorale toscano, da La Spezia a Livorno con epicentro soprattutto la provincia di Massa Carrara e la Versilia.
In quella zona è attivissimo l’Istituto tecnico industriale per la chimica, il Chimico di Carrara, si è formato un gruppo agguerrito di studenti guidati da uno più agguerrito di tutti, si chiama Franco Capovani. Portano il baschetto nero alla Che Guevara, arrivano in massa e si mettono alla testa delle occupazioni. Sono come un virus epidemico, una cinquantina di ragazzi che hanno scoperto la felicità delle occupazioni in serie…Un preside di uno scientifico di Viareggio di fronte alle occupazioni ripetute fa cambiare la chiave d’ingresso, come se fosse casa e gli studenti dei ladruncoli di appartamento…Cinque gli istituti occupati, dal Nautico al Professionale per il commercio Marconi. La polizia interviene di notte alle 4, sessanta agenti spediti da Pisa sgomberano il Marconi.
“Tutto quel movimento era un cocktail di nuove idee, di novità per niente irreggimentate – ricorda Franco Capovani -. Si era costituito un largo fronte di scuole, da La Spezia a Lucca. Il gruppo che avevamo formato serviva a difenderci anche dai fascisti, che c’erano e minacciavano…”.
Così nasce la contestazione di Capodanno alla Bussola di Focette, nightclub titolato della costa versiliese, luogo di raduno di facoltosi e meno facoltosi del tempo. L’idea è venuta da alcuni studenti liceali durante l’agitazione di Natale all’Upim: fare qualcosa anche contro la volgare esibizione di ricchezza per il Capodanno. Ne sono nati volantini distribuiti a Pisa, Massa, Carrara, La Spezia e Lucca.
Doveva essere una contestazione come altre avvenute in quel periodo, qualche uovo o pomodoro tirato, slogan, canti, insomma un modo per far andare di traverso la serata a chi degli operai e di molti altri problemi sociali sembrava assai poco interessato. Non è una grande idea e alla luce di quello che avrebbe innescato sarebbe stato certamente meglio restarsene a casa.
Così quella notte eccoci alle Focette, tra Viareggio e Forte dei Marmi. Lì è previsto un concerto delle due “vedettes” Fred Bongusto e Shirley Bassey. Partecipare al cenone e assistere allo spettacolo costa 36.000 lire dell’epoca, vale a dire l’intero stipendio mensile di un operaio.
Quanti siamo? Trecento giovani più o meno che protestano su un lungomare largo e desolato, come può esserlo un lungomare alla fine di dicembre. I malcapitati avventori cominciano ad affluire e i dimostranti lanciano slogan e qualche ortaggio. “I bambini del Biafra vi augurano buon anno”…
E poi? Uno schieramento di carabinieri si è intanto addensato a ridosso dell’ingresso del locale. I carabinieri spingono i dimostranti lontano dall’ingresso, è una mezza carica, poi diventa una carica.
I dimostranti ora sono a un centinaio di metri dall’ingresso del night, il loro cordone occupa per l’intera larghezza lo stradone del lungomare, non stanno facendo altro che gridare slogan. Intanto gettano sulla carreggiata ciò che trovano ai bordi. In mezzo finiscono anche una scala e un patino.
All’improvviso si sentono dei colpi, sono detonazioni di arma da fuoco, i colpi sono diretti sui manifestanti.
Uno di loro, in quel momento leggermente piegato in avanti, viene raggiunto da un colpo di pistola. Il giovane si accascia per terra, chiede aiuto a chi gli è vicino dicendo di non sentire più le gambe. Un proiettile gli ha colpito la colonna vertebrale. Il ferito ha solo sedici anni, viene da Pisa, è uno studente, si chiama Soriano Ceccanti. Da quel momento non riuscirà più a usare le sue gambe.
Di colpo è scesa una vera notte su quel lungomare. Soriano Ceccanti viene portato all’ospedale, il responso sulle sue condizioni non lascia speranze. Soriano resta paralizzato.
Nella retata sul lungomare finiscono fermati un centinaio di giovani. Per quarantadue di loro l’arresto viene convalidato, cinque sono donne. E sono una decina i detenuti – comprese tutte e cinque le donne – a restare in carcere fino a giugno, per sei mesi (un infermiere, Carlo Dell’Amico, ci resta ancor di più…)
“Ero ferma su un marciapiede con Teresa Gonnelli quando ci presero, poi al processo volevano sostenere che avessimo fatto chissà cosa, dovevano in qualche modo giustificare il ferimento di Soriano Ceccanti – ricorda Fiorella Farinelli, già laureata in filosofia da tre anni e specializzata alla Scuola Normale Superiore nel ‘66-67 -. Figuriamoci, io allora mi occupavo della traduzione di Copernico dal latino, con le note in tedesco…Mi sono ritrovata in carcere a Lucca, in una fortezza medicea umidissima dove scarseggiava anche la luce elettrica, con Teresa, Giovanna Roventini e Vera Ciangherotti…e infine con la più giovane di tutte, una ragazza di Piombino, Luana Porri, che preparammo noi per l’esame di maturità…Restammo dentro fino a giugno. In quei mesi sono riuscita a fare un concorso abilitante di latino a Pisa. Quando mi presentai scortata dagli agenti penitenziari mi venne incontro il preside, ho saputo poi che era un socialista, mi abbracciò e mi portò in presidenza, cacciando fuori gli agenti. C’era una forte solidarietà…In carcere tra le lettere ricevute ricordo quella del preside del liceo dove avevo sostenuto l’esame di maturità, anche lui molto solidale…In carcere facemmo anche una coperta di lana con i gomitoli che ci portavano i familiari di Teresa. Al processo poi fummo condannati, ricordo Nini Briglia sul banco degli accusati con me, poi l’amnistia cancellò una parte di quei carichi penali…”.
“In quel carcere l’elettricità andava e veniva – spiega Rachele Gonnelli, figlia di Teresa morta nel 1988 -. Allora le secondine di fronte a queste prime detenute politiche avevano cercato di favorirle alla sera, per la lettura, dando magari un’ora in più di luce…Questo fatto aveva fatto arrabbiare le comuni, quasi tutte prostitute, che all’ora d’aria avevano cercato di picchiare mia madre e le sue compagne…”.
All’arrivo però, quella notte tra il 31 dicembre e il I gennaio, l’accoglienza era stata ottima. “Le detenute ci fecero arrivare una fetta di panettone…”, aggiunge Fiorella Farinelli.
A Pisa nei giorni successivi si era cercato intanto di riflettere in qualche modo su quanto era avvenuto. Si rilasciano dichiarazioni, ci sono comunicati, l’Italia che ha vissuto il ’68 è solidale con i ragazzi toscani, col giovane ferito, con gli arrestati. In un’intervista Adriano Sofri rileva criticamente che non è stata trovata dal movimento studentesco una risposta politica a quegli avvenimenti ma che “il fatto stesso di cercare questa risposta è stata un’occasione di crescita politica”.
Chi ha una chitarra come il Canzoniere pisano scrive a caldo “La ballata della Bussola”, la canzone entra nel repertorio di Pino Masi e Piero Nissim che con altri animano il gruppo, il testo di lì a poco viene tradotto in inglese e in francese.
Un forte senso di colpa è tra noi. Il Pci prende le distanze, sul settimanale “Rinascita” si leggerà in febbraio: “In quanto marxisti siamo molto più interessati a come il capitalista accumula i suoi milioni, che a come li spende…”. Che prosa.
Il movimento studentesco reagisce qua e là. A Roma il 4 gennaio si improvvisano comizi volanti nelle stazioni, alla Tiburtina, all’Ostiense e a Termini. Un corteo poi arriva al Corso, lancia petardi, vengono infrante le vetrine dell’American Express, verdura marcia viene lanciata contro il “Giornale d’Italia” che ha pubblicato una velina poliziesca sui fatti.
A Bologna si fa della controinformazione…
L’irreparabile ci ha toccato, difficile reagire con parole gridate al vento. E’ il ricordo di quei giorni, con un lascito che si è prolungato nel tempo, col suo bagaglio di storie luminose come la vita successiva di Soriano Ceccanti e anche le meschine rivalse come quella recente dell’Inps arrivata per un po’ di tempo a sospendergli per una strana ripicca l’assegno di accompagnamento, un atto poi fortunatamente rientrato.
Vediamo.
“Nell’ultima notte dell’anno 1968 io e i miei compagni di allora partecipammo a una manifestazione di protesta davanti alla Bussola, il famoso locale viareggino – ha scritto Adriano Sofri -. Uomini delle forze dell’ordine impiegarono armi da fuoco e un ragazzo pisano appena sedicenne fu ferito gravemente. Si salvò, restando paralizzato agli arti inferiori. Si chiama Soriano Ceccanti. Lo conobbi solo quella notte, nell’ospedale pisano in cui era stato ricoverato, e conobbi la sua bella famiglia. Ero stato io a indire quella manifestazione. Questo spiega il peso che ebbe su me quella vicenda, e l’importanza che avrebbe avuto da allora la mia amicizia per Soriano, e la sua per me. Lui fu valoroso. Dovette curarsi a lungo, e dolorosamente. Quando arrivò il tempo della riabilitazione, andò in Cecoslovacchia, si innamorò di quella che era la sua fisioterapista e la sposò, e con lei ebbe una bambina che ora è grande. Tornato a Pisa, lavorò in una scuola, si occupò di questioni sociali, in particolare dei problemi dei giovani e dei disabili, venendo eletto più volte nel consiglio comunale. E coltivò il proprio talento sportivo, diventando uno schermidore. Così bravo che fu chiamato a partecipare alla paraolimpiade di Seul nel 1988 e poi alle tre successive: Barcellona 1992, Atlanta 1996, Sydney 2000…”.
Tre anni fa una notizia si sparge, l’Inps ha revocato l’assegno di accompagnamento a Soriano Ceccanti. E’ ancora Adriano Sofri a scriverne:
“Disabile al 100 per cento, Soriano è titolare di una pensione di invalidità. Una decina di giorni fa gli viene comunicato dall’Inps, a firma rag.Giacomo Tognini, che la pensione gli è stata sospesa, perché “da accertamenti risulta che la persona abita in Marocco”. Soriano abita a Pisa, come tutti sanno, e in Marocco ha trascorso lunghi periodi di recente per le migliori ragioni personali. Sbalordito, si sente dire da una funzionaria dell’Inps pisano che “la pensione viene sospesa se il beneficiario soggiorna all’estero per più di un mese”. E che l’Inps, se sospetta che questo avvenga, può richiedere il passaporto dell’interessato. Ulteriormente sbalordito, e poiché non gli viene indicata, né la trova per suo conto, una simile norma, Soriano chiede a una esperta legislativa sulle invalidità (sito Handylex) che spiega: “Se lei mantiene la residenza in Italia non perde la provvidenza economica. Se trasferisce la residenza all’estero, perde il diritto”. Soriano ha la residenza in Italia. Ricostruisce che l’Inps l’ha chiamato l’anno scorso a una visita di controllo (e aggiunge spiritosamente, perché è spiritoso: “Un miracolo può sempre capitare”) ma è appunto in Marocco, e manda un fax chiedendo di essere preavvisato con un certo anticipo. La cosa si ripete per una visita fissata allo scorso 15 gennaio, lui è via e al ritorno, a fine gennaio, fa domanda per la visita medico legale. Intanto però la pensione è stata “eliminata in via cautelativa”. A fine marzo viene visitato da una dottoressa coetanea che “si ricorda il fatto”, e gli chiede se abbia avuto un indennizzo… Passa un altro mese e l’Inps per raccomandata conferma che è disabile e ha diritto alla pensione. Va a ripresentare la domanda all’Inps e si infila in un battibecco con le impiegate cui spiega quanto gli costi tutta quella burocrazia: gli rispondono che se va tanto in giro tanto male non sta. (Soriano, male come sta, è salito per quattro volte sul podio delle paralimpiadi per la scherma italiana, in posti distanti come Tokyo o Sidney). E ammoniscono di togliergli di nuovo la pensione perché sta troppo tempo all’estero, e gli chiederanno il passaporto. Lui “non crede alle sue orecchie”: “Ma se invece che in Marocco andavo in Danimarca che se ne facevano del passaporto?” Alla sua protesta cercano invano la norma pertinente, dicono che gliela manderanno per mail, e non succede, perché la norma non esiste. In cambio gli arriva la lettera sugli “accertamenti”. La sua pensione è sospesa da febbraio. Ha messo le cose in mano a un’avvocata, passaporto compreso. Per sbloccare l’ “annullamento temporaneo della pensione”, e per tutte le eventuali ulteriori azioni legali. Ci vorrà del tempo, avrà ragione, nel frattempo però mangia e accende la luce, lui e chi dipende da lui. In passato, pagava con la pensione.
P.S. Non sopravvaluto la Piccola posta, non so se la leggerà l’Inps, il Prefetto di Pisa, il mio amico sindaco (Soriano fu consigliere comunale), e altre autorità. Però troverò il modo di riscrivere la storia su tutti i muri. E aggiungo di essere molto stupito del comportamento delle signore dell’Inps pisano, di cui avevo, e conto di avere ancora, tutt’altra opinione. Per non dovermi convincere che un disabile al 100 per cento che insista ad avere la sua vita non sia visto di buon occhio”.
Per fortuna non c’è stato bisogno di scrivere questa storia sui muri, l’assegno che era stato sospeso nel marzo 2013 è stato ripristinato in ottobre..
Ci sono voluti ispettori dell’Inps di Roma, c’è voluta una riunione del comitato provinciale per le pensioni di invalidità (comitato in cui sono rappresentati Inps prefettura, sindacati, patronati, usl ecc) che ha deliberato che Soriano Ceccanti risiedeva a Pisa e che possedeva i requisiti di invalidità e pertanto ripristinava l’erogazione del l’assegno di accompagnamento con i relativi arretrati
L’assegno è stato restituito. Però…però…però…
Torniamo a quel gennaio di allora, il nuovo anno aggiunge un’altra notizia, quella dell’atroce morte di Jan Palach che in piazza San Venceslao a Praga il 12 gennaio si era dato fuoco. Ventun anni, studente di filosofia, percepiamo quella morte come quella di uno di noi. Palach lasciava questo scritto:
« Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione i Zpravy (il notiziario russo, ndr). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà… ».
La morte è lì, colpisce ancora il 27 febbraio a Roma, a Magistero, durante un assalto fascista. Uno studente precipita giù da un cornicione. Si chiama Domenico Congedo, di simpatie anarchiche. Così dicono.