TERMINA LA XVII LEGISLATURA: 5 ANNI DI TRASCURABILE LEGGEREZZA, FRA LUCI E OMBRE

DI LETIZIA MAGNANI

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Si potrebbe usare questo verso di Dante, l’ultimo dell’Inferno, per descrivere l’emozione provata quando Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica, poco prima della fine del 2017 e del suo rituale discorso, ha sciolto le Camere.
Finisce così, fra Natale e Capodanno, la XVII legislatura. Ma cosa ricorderemo davvero di questi cinque anni?
Di certo non dimenticheremo la campanella, passata, nell’imbarazzo generale, da Enrico Letta a Matteo Renzi. Quel tweet, irrituale, al limite dell’irreale a pensarlo ora, “Arrivo, arrivo!”, nel quale il monello di Rignano, con boria da giovane scapestrato annunciava ai giornalisti che il colloquio con il Presidente della Repubblica era terminato.
Poi ricorderemo il referendum costituzionale, quello nel quale la stragrande maggioranza degli italiani, perfino di quelli che da tempo non votavano, sono andati a votare, per dire “no”, non tanto e non solo alle riforme, quanto al metodo. Ed è proprio il metodo che resterà nella memoria degli italiani, in questi anni. Di cambiamento e stagnazione allo stesso tempo.
Sono stati tre i governi, tutti di coalizione, che si sono susseguiti in questo quinquennio, dal 30 aprile 2013 a fine dicembre 2017. Il primo, quello di Enrico Letta (30 aprile 2013 – 21 febbraio 2014), il secondo, di Matteo Renzi (22 febbraio 2014 – 11 dicembre 2016), il terzo, infine, di Paolo Gentiloni (12 dicembre 2016 – 28 dicembre 2017).
In questi cinque anni molte cose sono cambiate, perché altre non cambiassero. Per prima cosa la burocrazia è rimasta elefantiaca. E la corruzione è alle stelle, come mai prima d’oro in questo Paese. Ma resta che questi tre governi, di coalizione, dove non si capisce più bene cosa e chi sia di sinistra e cosa e chi sia di destra, hanno decretato alcuni cambiamenti. Il primo e più importante è uno spiccato spostamento dell’asse legislativo dal Parlamento al Governo. Le proposte legislative avanzate dal Consiglio dei Ministri hanno completato l’iter in maniera più veloce di quelle parlamentari. Il 60% delle legge approvate sono nate fuori dal Parlamento, e i decreti legge del Governo hanno avuto un ruolo fondamentale. Il trend era già evidente da tempo, ma non c’è dubbio che questi ultimi cinque anni abbiamo segnato un cambio di passo decisivo per il ruolo del Governo. E’ anche questa una questione di metodo. E di sostanza. Fra le leggi approvate dal Parlamento inoltre, il 40% rappresenta la ratifica di trattati internazionali, come a dire che senza Europa non si va più da nessuna parte. Con buona pace degli euroscettici, dentro e fuori dalle aule parlamentari.
Quanto al cambiar casacca dei parlamentari, invece, questo resta un vizio del tutto italico, che, anzi, ultimamente, appare un vero e proprio sport nazionale. I cambi di partito sono stati in tutto 540, compiuti da più di un terzo degli eletti alla Camera e al Senato. Come a dire che in Parlamento non ci si annoia proprio. Se nella XVI legislatura i cambi di gruppo al mese sono stati in media 4, nell’ultima sono stati ben 10. La causa va rintracciata nell’esplosione delle principali liste elettorali che hanno partecipato alle ultime elezioni politiche: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Popolo delle libertà e Scelta civica per l’Italia. PRI e Lega Nord sono le due sigle più longeve, per tutto il resto, basta un cambio, di mutande, o giù di lì.
A restar tali sono stati invece i volti del governo, che, a dispetto del cambio al vertice, sono rimasti più o meno gli stessi. Se sulla carta ad ogni crisi di governo tutto o quasi cambiava, nella realtà ha vinto una certa ieratica e assurda stabilità. Governo diversi, primi ministri diversi, ma stesse facce, con 25 politici ben saldi negli scranni dei tre governi che si sono avvicendati dal 2013 a oggi. Nella top ten di chi è rimasto ci sono Angelino Alfano, Claudio De Vincenti, Graziano Delrio, Carlo Calenda, Mario Giro e Simona Vicari. Qualcuno ha cambiato incarico, spostandosi da un dicastero all’altro, ma restando ben piantato nelle stanze del potere.
A cambiare nel corso della XVII legislatura è stato il volto del presidente della Repubblica. Il 31 gennaio 2015 è stato eletto Sergio Mattarella. Giorgio Napolitano, dopo aver prolungato il suo settennato, con spirito di sacrifico e alto senso delle istituzioni, ha lasciato. Lo si è visto in Senato, senatore a vita a punto di riferimento di una politica che cambia perché niente cambi. E proprio all’ombra dell’elezione di Mattarella si sono giocati alcuni dei momenti meno brillanti di questa legislatura, sopra e sotto il tavolo. Per mesi si è parlato del Patto del Nazzareno, una sorta di accordo di non belligeranza fra l’eterno Silvio Berlusconi (nel frattempo condannato in via definitiva e allontanato dai pubblici uffici, per altro al momento incandidabile, ma vero e unico mattatore della campagna elettorale) e lo scapestrato Matteo Renzi. Sta di fatto che non solo Enrico Letta non è stato sereno, ma anche Berlusconi, seppur a malincuore, si è dovuto arrendere all’evidenza dei fatti: di Matteo non ci si può fidare. Così il patto è saltato e con lui anche i nomi su cui destra, sinistra e centro potevano convergere per la successione di Napolitano. Sergio Mattarella è stato forse il momento più saggio (o fortunato) di questa legislatura, se si considera il polverone e la confusione nel corso del quale è avvenuta la sua elezione. Determinanti, ad onor del vero, proprio i voti di Forza Italia, fuori dal governo.
Tutto il resto è noia, per citare un sempre attuale Califano. E se sulle elezioni del 4 marzo pesano molte incognite, non siamo poi molto distanti dalla situazione del 2013, nella quale c’era una sola certezza, se nessuno aveva vinto, Pierluigi Bersani sicuramente aveva perso. I cinque stelle sono arrivati in Parlamento al grido di “lo apriremo come una scatoletta di tonno”, il resto, fra dirette streming, proclami, urla, cambi di casacca, cadute di stile, è appunto privo di gioia e alquanto noioso.
Ricorderemo questi cinque anni, insomma, per pillole appunto (che è pur sempre meglio che per supposte): la campanella di Letta, i tweet di Matteo, la cacciata di Berlusconi, il volto stanco di Napolitano, quello severo di Mattarella, i proclami di Grillo, il “no” al referendum, il governo Gentiloni. Restano alcune leggi che segnano qualche passo avanti per l’Italia, a dispetto di tutto e di tutti, come, da ultimo, quella sul fine vita e quella sugli orfani di femminicidio. Non passa invece lo ius soli, con buona pace degli 800 mila italiani in attesa. Molti di loro sono minorenni e il 4 marzo non votano.
E’ anche questo la politica, sceneggiate da operetta, qualche momento indimenticabile, luci e ombre di un Paese incapace di cambiare davvero. “…uscimmo a riveder le stelle”, dopo l’Inferno c’è il Purgatorio, due mesi abbondanti di campagna elettorale, la certezza che alla fine la noia prevarrà sulla gioia e forse anche sul buon senso.