POVERTA’: OLTRE 75 MILA ITALIANI HANNO CHIESTO IL REDDITO DI INCLUSIONE

DI MONICA TRIGLIA

Sulla pagina Facebook di un collega giornalista leggo questa piccola storia, uguale a mille altre che troppo spesso cerchiamo di non vedere. «In una via dello shopping, incrocio una signora che potrebbe avere l’età di mia madre, i capelli grigi e l’aria stanca, vestita modestamente ma con dignità. Mi tende la mano senza dire una parola e quando le regalo quello che ho in tasca si mette a piangere per l’umiliazione. “Mi dispiace ma a gennaio le pensioni le pagano in ritardo, non so come fare” dice tra le lacrime. Ho la tentazione di abbracciarla, vado via. Ecco se si parlasse un po’ meno di vitalizi e stipendi d’oro e si pensasse un po’ più ai problemi reali delle persone, che mondo diverso sarebbe…».

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Sono 75.885 le domande di reddito di inclusione pervenute all’Inps tra il 1° dicembre 2017 e il 2 gennaio 2018.

Il reddito di inclusione è il nuovo sussidio economico introdotto con l’approvazione della legge delega contro la povertà.

Prevede un aiuto economico che varia in base al numero dei componenti e alle risorse di cui la famiglia dispone. Può raggiungere un massimo di 485 euro al mese per i nuclei famigliari più numerosi. Insieme al contributo in denaro sono previsti servizi personalizzati che hanno lo scopo di portare a superare la situazione di difficoltà: non solo con il lavoro, ma anche con la ricerca di una casa, cure mediche, l’educazione dei figli.

Dice l’Inps che le domande arrivano soprattutto dalla Campania (22%), dalla Sicilia (21,4%) e dalla Calabria (14%), ma anche dalla Lombardia (7%) e dal Lazio (6,9%). Nessuna richiesta (sorprendentemente) dalla Puglia. E neppure dalla Provincia autonoma di Trento, mentre dalla Provincia autonoma di Bolzano ne sono giunte 8.

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Un paio di settimane fa ero in un ufficio postale di Milano, in una zona centrale. Aspettavo il mio turno per spedire una raccomandata quando, davanti a me, un anziano vestito con dignità presenta il suo libretto di risparmio allo sportello. L’impiegata lo conosce, deve abitare in zona, lo saluta. «Ritiro tutto» le dice lui. Lei ha uno sguardo allarmato: «Sono 323 euro, non le rimarrà più niente». «Ma io non ho da mangiare» risponde l’anziano. E allora l’impiegata delle Poste conta i soldi e lo aiuta a metterli in tasca, e si raccomanda: «Attento a non perderli». Ci siamo guardate: «Sapesse quanti sono» mi ha detto.

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Un mese fa l’Istat ha pubblicato i risultati di un’indagine dalla quale risulta che un italiano su cinque (il 20,6 %) è a rischio di povertà: non è ancora davvero povero ma corre il rischio di diventarlo da un momento all’altro. Una percentuale mai raggiunta negli ultimi dieci anni e molto più alta al sud, anche se nell’ultimo anno è peggiorata soprattutto nel nord-ovest.

A chi è a rischio si aggiungono i poveri assoluti. La povertà assoluta indica l’impossibilità per una famiglia di comprare il minimo indispensabile per vivere. L’anno scorso in questa situazione si trovavano 4 milioni e 742 mila persone, una famiglia italiana su 13, una su 10 se si guarda solo al sud. Drammatici i dati dei bambini: nel nostro Paese quelli in condizione di povertà assoluta sono quasi 1,3 milioni, 1 su 8, il 14% in più rispetto ai 12 mesi precedenti.

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E’ una povertà diffusa e basta aprire gli occhi per vederla. Per vedere, ed è solo un esempio, le code davanti alle mense della Caritas o delle associazioni com’è a Milano Il Pane Quotidiano, dove ogni giorno si presentano migliaia di persone che hanno bisogno di un po’ di pane, latte, yogurt, verdura, frutta. Tanti stranieri insieme a un numero sempre più alto di italiani: padri separati, anziani con pensioni irrisorie, uomini e donne senza un lavoro né una speranza di trovarlo. E tanti giovani. L’ultimo rapporto della Caritas rileva che più si abbassa l’età, più aumenta la povertà. Mentre in Europa la povertà giovanile è in declino, in Italia è in aumento e coinvolge 2 milioni di giovani, pari al 12,9%.