NIGER- FRANCIA: IL NATALE AFRICANO DI EMMANUEL MACRON

DI MARISA CORAZZOL

(nostra corrispondente da Parigi)

 

Alla vigilia delle festività natalizie, il Presidente francese Emmanuel Macron, si è recato in Niger, dove è stato accolto dal contingente francese che controlla l’operazione “Barkhane” (operazione militare nel Sahel che mira alla lotta contro i gruppi armati salafiti djihadisti in tutta la regione del Sahel). Un viaggio, quello di Macron, che vuole imprimersi come un simbolo da sfruttare opportunamente nell’incontro con il suo omologo nigerino, Mahamadou Issoufou su due dossier altamente prioritari ed altrettanto strategici per la politica estera improntata da Macron: lotta contro il terrorismo e regolamentazione delle migrazioni.

In quanto Membro del “G5 Sahel”, Niamey, la capitale del Niger, è un’alleata della Francia che fa di quel Paese africano “un esempio in materia di gestione dei flussi migratori”, ma anche e soprattutto per aver permesso alla Francia di disporre di diverse basi militari la cui presenza è tuttavia sempre più malvista dall’opinione pubblica nigerina.

MAGRA CONSOLAZIONE PER IL PRESIDENTE NIGERIANO
Sembrerebbe proprio che il primo anno di presidenza di Emmanuel Macron sia stato decisamente “africano”, visto che qualche giorno dopo la sua visita in Burkina Faso, in Costa d’Avorio e nel Mali e poi, qualche mese dopo, due viaggi successivi sempre nel Mali all’inizio del suo mandato presidenziale, il Presidente francese ha concluso l’anno in corso recandosi quindi in Niger il 22 ed il 23 dicembre.
Ufficialmente, si è trattato di un viaggio per sostenere le truppe francesi impegnate nell’ operazione “Barkhane”, cosa che per alcuni nigeriani è stata considerata una “ben magra consolazione” per il Presidente Issoufou Mahamadou, un fedele e strategico alleato, che avrebbe meritato anche « la sua visita ufficiale». Soprattutto perché il Niger accoglie diverse basi militari francesi della suddetta operazione, in particolare a Niamey, dove stazionano molti aerei di riconoscimento, oltre ai droni francesi. A Madama, nel nord-est del Paese, un distaccamento francese ha inoltre installato un avanposto per sorvegliare la frontiera Tchado-Libica. Nel sud-est del Niger, inoltre, i militari francesi partecipano alla caccia di individui appartenenti alla setta terroristica “Boko Haram”.

AL CAPEZZALE DELLE FORZE DEL “G5 SAHEL”
A Niamey, la questione della lotta contro il terrorismo è stata certamente affrontata dai due Capi di Stato anche se alcun dettaglio è stato divulgato ufficialmente sulle misure che si intendono intraprendere per circoscriverlo e quindi per debellarlo. Come nulla si è saputo, altresì, sulle modalità fattuali per meglio governare i flussi migratori che dal Niger e dal Sahel arrivano in Libia. Si tratta, però, di due argomenti “caldi” nel cuore della cooperazione fra i due Stati (Francia e Niger) sui quali il Presidente francese intende accelerare.
Nella sua veste di Membro del “G5 Sahel”, Macron si sta particolarmente impegnando al fine di rendere operativa la forza militare mista composta dai cinque Paesi che ne fanno parte e che sono la Mauritania, il Mali, il Niger, il Tchad e il Burkina Faso e lo sta facendo anche affrontando la questione del finanziamento delle operazioni militari. Finanziamento il cui budget è stato praticamente dimezzato grazie all’offensiva diplomatica di Parigi presso le Nazioni Unite, degli USA e, ultimamente, anche dalle Monarchie del Golfo.

D’ora in poi – e come lo ha lasciato intendere con una sua dichiarazione rilasciata inizio dicembre nell’ambito di un mini “summit” di sostegno alle Forze Militari organizzato dall’Eliseo – Emmanuel Macron pretende che gli interventi di lotta contro il terrorismo e le operazioni tese al controllo delle migrazioni inizino sin dai primi mesi del 2018.
« I cinque Stati del “G5” si sono accordati nel rinforzare la loro azione prioritariamente nella zona “Centrale” garantendone un reale impatto sia sul piano quantitativo che qualitativo e mostrando così il loro grado di mobilitazione che è indispensabile per condurre la missione a buon fine. Il loro impegno consisterà in un aumento delle forze sul campo, un rinforzo nei posti di comando ed una pianificazione accelerata delle operazioni con degli obiettivi da raggiungere per il primo semestre del 2018 », ha affermato Emmanuel Macron.

LOTTA AL TERRORISMO E MIGRAZIONI
Se ufficialmente la Francia intenderebbe portare il suo contributo alla forza del Sahel, a Parigi e soprattutto al Ministero della Difesa non si nasconde che l’obiettivo è in verità quello di permettere un riposizionamento della “Forza Barkhane” con i suoi 4.000 soldati che vi stazionano dal 2014. Alle dichiarazioni di Macron, che lascia intendere che il rilancio della “FC G5 Sahel” (Forza congiunta) non mira nell’immediato ad un disimpegno dell’operazione Barkhane, la Ministra francese della Difesa, Florence Parly, aggiunge che le forze francesi di stanza nel Sahel non hanno certo vocazione a durare in eterno, ma « che man mano che la forza congiunta del “G5 Sahel” acquisterà un reale potere di intervento, la forza Barkhane potrà ridurre il suo dispositivo».

Nel linguaggio militare, il ridimensionamento delle forze terrestri francesi di cui parla la Ministra si tradurrebbe pertanto in un maggiore impegno dell’esercito nigeriano. La Francia intende, pertanto, sollecitare il Niger ad essere maggiormente reattivo, considerato che dispone altresì anche di droni francesi, come a Niamey ed altri – americani – cui il Paese ha concesso l’autorizzazione di stazionarvi.

Una richiesta cui sicuramente le autorità nigerine risponderanno positivamente al fine di poter lottare efficacemente contro le minacce terroristiche alle quali il Niger è particolarmente esposto.
Con la polveriera del Mali a Nord-ovest, il caos libico a nord e Boko Haram alla sua frontiera Tchado-nigeriana a sud-est, il Paese ha già pagato molti tributi di sangue sul suo territorio. Oltre alle perdite civili e militari a seguito di diversi attacchi che hanno colpito molte località nigerine sin dal 2015, le autorità hanno dovuto finanziare in modo significativo il budget destinato alle spese militari e della sicurezza interna a danno però delle politiche sociali che restano comunque prioritarie in un Paese che figura fra i più poveri del mondo e che è anche afflitto da un gravissimo sottosviluppo.

L’altro dossier al centro della cooperazione franco-nigerina è quello che riguarda le migrazioni. Il Niger è in effetti il paese di transito per eccellenza per i migranti che intendono raggiungere l’ Europa e grazie agli accordi con l’ “UE” e con alcuni dei suoi Paesi membri, come la Francia, la Germania e l’Italia, dal 2015 è stata messa in atto una “muscolosa strategia di gestione dei flussi migratori”.

In cambio di una montagna di soldi, il Niger è così riuscito a smantellare diverse reti di trafficanti di esseri umani che si è tradotto in una diminuzione del numero dei migranti che passano dal gran deserto situato nel nord del Paese e dove a centinaia molti sventurati hanno perso la vita durante la traversata, tanto pericolosa quanto quella del Mediterraneo.

Per la Francia, come per l’Europa, « il Niger è un modello» e a Niamey, pertanto, Macron è andato ad accordarsi con il Presidente Issoufou per l’installazione di centri di selezione e di identificazione fra migranti e rifugiati – i famosi hotspots – annunciati dal Presidente francese nel Sahel ed in Libia e che anche il Niger – ovviamente – è ora pronto ad “ospitare”.

FRONDA « ANTI FRANCESE»
Mentre all’ Eliseo si dava larga eco alla visita del Presidente in Niger a fianco delle truppe dell’ operazione “Barkhane”, in Niger crescevano le proteste per le immani politiche sociali imposte dal governo. Diverse associazione della società civile hanno infatti organizzato una marcia seguita da un meeting per protestare certamente contro la finanziaria 2018, ma anche e soprattutto contro quel che denunciano come « un furto delle risorse naturali del Niger, oltre che della sua sovranità». Nel loro “bersaglio”, la Francia con la presenza oramai decennale di “AREVA” che sfrutta i principali giacimenti di uranio del Paese, oltre le basi militari installate dall’ “Esagono” in diverse regioni del Paese.

Quella presenza militare risulta sempre più indigesta all’opinione pubblica nigerina soprattutto perché la Francia non è l’unica a stanziare le sue Forze sul terreno. Anche le Forze americane sono sempre più numerose e da ultimo anche l’Italia e la Germania sono in procinto di inviare loro contingenti al fine di operare – si afferma – a partire dal Niger, contro terroristi e trafficanti di esseri umani.

Resta il fatto che, malgrado la presenza militare di marcato stampo europeo ed americano sul territorio nigerino, gli attacchi terroristici non sono mai diminuiti e ciò aumenta legittimamente la totale sfiducia dei nigerini nei confronti di tutte le basi militari straniere fra cui quella di Barkhane. Anche perché nessuno porta l’anello al naso, ma tutti sanno che l’interesse primordiale delle “generose” dotazioni militari occidentali è destinato alla salvaguardia proprio di quelle immense ricchezze del loro sottosuolo ed in particolare dell’uranio. Quel fossile che è il “nutrimento” necessario delle centrali nucleari che neanche il grande “difensore” delle risoluzioni della “COP 21” intende spegnere, nel supremo interesse della sua amica multinazionale “AREVA” presso la quale il suo Primo Ministro – Edouard Philippe – era Direttore degli Appalti Pubblici, dal 2007 à 2010. Un Signore, Edouard Philippe, che ha votato contro le leggi di transizione energetica e sulla biodiversità ed il cui coinvolgimento nello scandalo legato all’inquinamento provocato da AREVA in Niger è ancora oggi al vaglio della magistratura.

Da un’indagine, pubblicata nella rivista “Charlie hebdo” nel mese di aprile 2009, si apprendeva infatti che Edouard Philippe, « lobbysta », era « a capo del settore “relazione con gli eletti”» ed in particolare con i parlamentari che si occupavano del Niger – fra gli altri un certo Marc Vampa, allora deputato del dipartimento de l’ “Eure” nonché presidente del gruppo “amicizia Francia-Niger a l’Assemblée nationale. «Ha pertanto difeso le azioni di una Impresa che, in Niger, ha inquinato in maniera irreversibile le terre degli autoctoni ed ha navigato in uno scandalo finanziario», affermava, altresì, la rivista “Sortir du nucléaire” in un comunicato diffuso il 15 maggio 2017.

Ergo, “cui prodest” l’invio di rinforzi militari italiani in Niger? Alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, si dice. Certamente. Ed io sono “Lapalisse”.