IL PROZAC HA 30 ANNI E SE LI PORTA MALE RISPETTO A SHAKESPEARE

DI CARLO PATRIGNANI

Arrivato trent’anni fa con la nomea di pillola della felicità contro la depressione, il Prozac, approvato il 29 dicembre 1987 dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, è da tempo messo in forte discussione: non si sa bene come funzioni, nè se e quanto sia efficace per la cura di quell’opprimente, improvviso, incomprensibile stato d’animo che spegne la gioia di vivere.

Uno stato d’animo – la depressione – magistralmente descritto ne Il Mercante di Venezia, dal drammaturgo William Shakespeare con le parole di Antonio: in verità non so perché sono così triste; mi stanca e voi dite che vi stanca; ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata, o me la sono procurata, di che sostanza è fatta, da dove è nata devo capirlo; e così ottuso mi rende la tristezza che faccio fatica a conoscere me stesso.

Già allora nel ‘600, Shakespeare parla del male oscuro, alias la depressione, e lo definisce come malessere attinente la mente e il pensiero, e non l’organo cervello, nè tanto meno quale effetto degli squilibri umorali, dei quattro umori base: bile nera, bile, gialla, flegma, sangue, come aveva ipotizzato Ippocrate di Coo.

Il drammaturgo inglese non va oltre la descrizione del male oscuro, di quella tristezza che non fa riconoscere se stessi, e purtuttavia ha il grande merito di aver indicato la strada di una possibile ricerca da intraprendere e approfondire per svelarne le misteriose cause.

Questa ricerca sul perchè e per come compaiono e si manifestano improvvisamente malesseri, inerenti il tono dell’umore che di per se non riguarda un organo del corpo, fu bloccata dalla psicoanalisi e dal suo fondatore, Sigmund Freud che stabilì l’inconoscibilità dell’inconscio, vale a dire del pensiero non cosciente che è un tutt’uno con l’organismo umano: sotto sotto, per Freud, la malattia mentale, di cui non si è mai occupato, era malattia dell’organo cervello.

E questa ricerca fu bloccata anche dalla stessa psichiatria che, lasciate cadere alcune preziose intuizioni sulla schizofrenia e la schizofasia, sancì, per un verso, che la malattia mentale non esiste Franco Basaglia e l’antipsichiatriaè un modo d’essere, di stare al mondo e, per l’altro, che ogni disturbo, non più malattia mentale, era riferibile all’organo cervello – la psichiatria organicista, soprattutto made in Usa – e aveva pertanto il suo psicofarmaco ad hoc.

Non a caso, dopo il Prozac c’è stata un’ondata di antidepressivi, prodotti in serie, venduti anche i supermercati, e basati, in buona sostanza, sulla vecchia tesi umorale di Ippocrate: l’equilibrio dei neurotrasmettitori chimici prodotti dal cervello, serotonima, dopamina e noradrenalina, invece che dei quattro umori, per il buon funzionamento dell’organismo.

Lo scontro oggi è tra due scuole di pensiero: fuorigioco la fallita psiconalisi, da una parte, la psichiatria organicista che prosegue a definire il disturbo mentale, come disturbo dell’organo cervello e quindi si limita alla somministrazione degli psicofarmaci nonostante non si sia trovato alcun gene specifico, lo psicocco, nel dna umano, e la psichiatria come psicoterapia per la cura e la guarigione che fa riferimento alla teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, secondo cui non c’è farmaco che riesca a trasformare qualitativamente la realtà psichica, il pensiero e il suo contenuto e le immagini che ognuno si porta dentro, per cui ad ammalarsi non è l’organo cervello ma il pensiero non cosciente.