BUON COMPLEANNO A MAMMA RAI, LA TELEVISIONE CHE FECE GLI ITALIANI

DI GIANCARLO GOVERNI

Quale storia più grande della storia della televisione! Quella che tutti chiamano la televisione di una volta. Qualcuno addirittura risale, forse giustamente, alla televisione del bianco e nero. La televisione trasformata radicalmente dal digitale che ha spappolato l’offerta, mettendo in crisi proprio la televisione generalista, quella che ha fatto appunto la grande storia. Che non è soltanto storia della comunicazione ma è storia della società italiana del suo sviluppo e della sua crescita.
È storia degli italiani. Massimo D’Azeglio, un illustre politico del Risorgimento che fu anche un fine intellettuale, all’indomani dell’unità nazionale disse: “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani”. D’Azeglio sapeva che l’unità era stata fatta fra popoli che poco avevano in comune e che la loro unità risaliva addirittura all’epoca romana, decaduta la quale la Penisola era stata oggetto di un frazionamento che aveva portato coloro che ne ostacolavano la riunificazione (Metternich su tutti) a considerarla una semplice “espressione geografica”.
Tutto questo per dire che gli italiani, più che la politica o la scuola che poi fu riservata a pochissimi, li ha fatti la televisione la quale, quando arrivò in Italia alla metà dei Cinquanta si inserì in un contesto estremamente frastagliato. Un contesto fortemente ricettivo perché soggetto alle suggestioni del nuovo mezzo ma difficile da governare proprio per le profonde diversità.
A meno di dieci anni dalla fine della guerra mondiale e della caduta del fascismo, gli italiani non parlavano l’italiano. Le stesse persone colte in famiglia e in privato si esprimevano nel loro dialetto, quasi a sottolineare il fatto che la lingua italiana che avevano appreso a scuola dovesse essere riservata alla letteratura e alla ufficialità burocratica e non alla quotidianità.
Gli analfabeti totali rasentavano il 30 per cento, mentre con i cosiddetti “analfabeti di ritorno”, quelli che sapevano soltanto fare la propria firma e leggere stentatamente, si arrivava al 60, qualcuno diceva il 70 per cento. In molti paesi del sud e delle isole le donne vestivano ancora il costume locale e la maggior parte della popolazione ignorava l’esistenza del cinema e aveva percepito l’esistenza della radio negli anni del fascismo quando Mussolini la usava per i grandi annunci del regime.
In questo contesto si inserì la televisione che fu costruita in mezzo a tantissime difficoltà per la conformazione orografica dell’Italia che obbligava la installazione di numerosi ripetitori che si “guardassero” fra di loro per passarsi il segnale televisivo, per cui si scalarono montagne si installarono ripetitori per far vedere la televisione a tutti gli italiani anche a quelli che vivevano nei posti più impervi e sperduti, in una impresa a volte epica paragonabile soltanto alla costruzione dell’autostrada del Sole. C’è il racconto di un tecnico di quegli anni che dice dopo mesi di lavoro sfiancante per installare un ripetitore che avrebbe mandato il segnale a un paese della Sardegna, quando arrivò il grande momento tutta la popolazione si trovò in piazza, il sindaco con la fascia tricolore, il parroco e tutti i maggiorenti, banda in testa, di fronte ad un piccolo schermo (i primi televisori erano molto grandi e ingombranti ma avevano schermi piuttosto piccoli), dove all’ora stabilita, puntualmente, apparve un monoscopio che i paesani festeggiarono fino a notte fonda. Era il mondo che arrivava anche lì grazie alla televisione.
Era domenica, quel 3 gennaio del 1954 quando apparve l’annunciatrice. Dopo due anni di trasmissioni sperimentali destinate a pochi ricchi, anche l’Italia aveva la sua televisione. I giornali ne dettero la notizia con risalto moderato. Quasi tutti in prima pagina, di spalla, su tre o quattro colonne. L’apertura era riservata al Governo Pella che era entrato in crisi e tre giorni dopo presenterà le dimissioni. Il programma principale della prima giornata di trasmissioni sarà una commedia di Carlo Goldoni, L’osteria della posta, recitata in diretta e interpretata dalla bella attrice di Totò, Isa Barzizza, figlia del maestro Pippo direttore di una della più importanti orchestre radiofoniche.
Il direttore dei programmi radiofonici è Sergio Pugliese, un commediografo di scarso successo, che per un paio di anni continuerà a proporre un palinsesto per l’alta borghesia : soprattutto commedie, che cominciano alle nove e un quarto, proprio nell’ora canonica in cui si alzano i sipari nelle sale teatrali. Si racconta che la sera prima del giorno inaugurale a Corso Sempione fecero una prova generale che fu interrotta da un black out che nessuno aveva previsto. Pugliese sconsolato disse ai suoi collaboratori: “Questa televisione non ha futuro…”.
A far scoppiare la televisione saranno trasmissioni pensate appositamente per la televisione : soprattutto Lascia o raddoppia ? ideata e presentata da un giovane italo-americano che durante la guerra era finito persino a San Vittore come esponente della Resistenza, e si era comportato eroicamente. Questo, gli italiani lo sapranno una trentina di anni dopo, grazie a Indro Montanelli che gli fu compagno di carcere. Le prime puntate di Lascia o raddoppia? passarono quasi inosservate ma l’incidente del controfagotto, di cui parlarono tutti i telegiornali in prima pagina, fece scoppiare l’interesse. Bongiorno aveva chiesto ad un concorrente in quali opere di Verdi suona il controfagotto. La risposta era stata considerata sbagliata, ma Degoli, così si chiamava il concorrente, contestò la decisione ed ebbe ragione. La Rai scaricò tutta la responsabilità su Bongiorno che, essendo di vista corta, non avrebbe letto bene i suoi appunti. Per questo, fu condannato all’uso degli occhiali.
Dopo l’incidente del controfagotto successe di tutto: gli spettatori invasero i bar e i ristoranti, affollarono i cinema che furono costretti a proiettare il film dopo la fine dello spettacolo televisivo. I pochi fortunati che possedevano un televisore, si videro invadere la casa dai vicini e da parenti che non avevano mai frequentato. I giornali presero a pubblicare pagine intere con il resoconto stenografico dell’intera puntata. Un’esagerazione, che però dimostra che più che il ‘messaggio’ gli italiani hanno scoperto il ‘mezzo’.
Gli italiani scoprono la televisione, ma scoprono soprattutto se stessi. Infatti in questi primi programmi i protagonisti non sono gli attori, i divi del cinema, bensì la gente comune, i cosiddetti concorrenti che diventano immediatamente personaggi dell’immaginario collettivo nazionale, che grazie alla televisione, questo grande mezzo unificante, comincia a formarsi. Come comincia a formarsi una lingua unica, quell’italiano medio (o ‘italiese’ come lo chiamò Pasolini) con cui tutti, soprattutto le generazioni intermedie e nuove, prenderanno ad esprimersi, abbandonando i dialetti. Qualcuno ha detto, con un po’ di retorica, che l’unità d’Italia non è stata fatta da Garibaldi e da Cavour bensì, cento anni dopo, dalla televisione.
Quando poi la televisione esploderà ed entrerà in tutte le case, diventerà veicolo di gusti comuni, di modelli di comportamento e di bisogni indotti. E fu il boom economico.
L’altro programma a cui è legata la scoperta della televisione da parte degli italiani è il Musichiere, che va in onda il sabato ed è condotto da un attore che viene dal varietà e dalla rivista. Si chiama Mario Riva, il cui nome è stato sempre abbinato a quello di Riccardo Billi, con cui aveva fatto coppia per diversi anni in spettacoli memorabili. Il successo del Musichiere metterà la parole fine alla coppia, anche perché Mario Riva morirà prematuramente, pochi anni più tardi, cadendo dal palcoscenico dell’Arena di Verona.
Per una coppia che si scioglie per colpa della televisione, ce n’è una che si forma grazie alla televisione : sono Tognazzi e Vianello che danno vita ad una delle coppie comiche più esilaranti dello spettacolo italiano.
La loro comicità partiva dall’osservazione della realtà, mutuata dalle trasmissioni della televisione che costituiscono un patrimonio di conoscenze, comune a tutti gli italiani. Ad esempio l’allusione all’inchiesta giornalistica, molto seguita in quegli anni, La donna che lavora, viene colta da tutti i telespettatori nelle intenzioni parodistiche dei due attori. In un’epoca in cui la televisione non può rappresentare la realtà direttamente e tanto meno riderci sopra, Tognazzi e Vianello ridono della televisione, mettendo in ridicolo i messaggi che rappresenta.
Un…due…tre durò quattro anni con crescente successo. Fu la censura (per aver alluso in trasmissione ad un buffo incidente occorso al Presidente della Repubblica Gronchi, che al Teatro San Carlo di Napoli cadde per non aver trovato la poltrona) a mettere la parola fine a quello che possiamo considerare il primo vero programma comico della nostra televisione.
Per capire il licenziamento di Tognazzi e Vianello bisogna sapere come era la televisione di quel tempo. Con una censura ferrea ed ottusa che considerava i telespettatori come bambini da tenere sotto tutela. Sono gli anni in cui si mettono i mutandoni alle ballerine, perché – si dice – la televisione è spettacolo per famiglie. Tutto è proibito, anche certe parole innocenti come cazzotto, per la radicale, o magnifica, per la desinenza. Sul piano politico poi, c’è una perfetta adesione al governo ed alle istituzioni. Per cui lo scherzo dei due comici che alludono alla caduta del Presidente della Repubblica è semplicemente inammissibile, perché riporta alla realtà che è bandita dai teleschermi dove si possono raccontare soltanto favole e rappresentare mondi inesistenti.
Gli italiani oramai non possono più fare a meno di quella scatola magica che porta il mondo nelle case. E allora inizia la corsa all’acquisto, i prezzi calano e si diffonde in tutto il paese la vendita rateale e la cambiale diventa il vero motore dell’economia. La firma di un pacco di cambiali diventa un atto di ottimismo di un popolo che progetta un grande futuro di benessere e di pace, accompagnati da progresso economico e sociale e crescita del Paese. Comprate oggi pagherete domani a rate, non aspettate di avere tutto il necessario per acquistare questi doni che il progresso ci sta regalando. Acquistate oggi, vivrete meglio e darete impulso alla produzione e all’economia. Cosa comprare lo dice la televisione con i suoi caroselli che fanno scoprire le lavatrici, i detersivi, i saponi, il dentifricio e poi anche l’automobile quando la Fiat capirà che è arrivato il momento di fare macchine alla portata di tutti. E così la televisione oltre a unificare il Paese diventa protagonista del miracolo economico veicolando modelli di comportamento uniformi ed inducendo bisogni.
I quotidiani inaugurano nuove rubriche e danno vita a una nuova figura professionale: il critico televisivo. I quotidiani televisivi ne hanno addirittura due, uno per il Programma Nazionale e l’altro per il Secondo Programma. Nella critica televisiva si cimenta anche un geniale scrittore come Achille Campanile.
La televisione agisce anche sul piano culturale. Gli italiani scoprono il teatro di prosa ed anche la grande letteratura italiana e mondiale attraverso la “lettura” degli sceneggiati. Sul piccolo schermo approdano capolavori come il Mulino del Po, I promessi Sposi, Anna Karenina, I Fratelli Karamazov e tanti altri, portati per mano da registi che si chiamano Sandro Bolchi, Daniele D’Anza, Anton Giulio Majano… Gli spettatori fanno conoscenza anche con i grandi personaggi italiani attraverso le biografie (Verdi Puccini Michelangelo Leonardo Caravaggio… ) e familiarizzano con il genere poliziesco (che i Italia si chiama ‘giallo’ per via del colore della storica collana di Mondadori) che propone Maigret, Nero Wolfe, Sherlock Holmes e il poliziotto nostrano, il Tenente Sheridan, creato da Casacci e Ciambricco.
Ma bisogna anche recuperare il ritardo scolastico. Ci pensa Telescuola e soprattutto il maestro Alberto Manzi che con il suo programma Non è mai troppo tardi, insegna a leggere e scrivere, accompagnandoli fino alla quinta elementare, a un milione e mezzo di analfabeti. Un’opera titanica resa possibile anche dalla straordinaria penetrazione del mezzo televisivo.
Anche lo spettacolo leggero comincia a prendere una sua autonomia soprattutto negli anni Sessanta con le regie di Antonello Falqui che propone programmi divertenti di grande classe, che sfruttano le possibilità del mezzo televisivo. Arrivano i primi personaggi come Mina, Raffaella Carrà, le Kessler, Don Lurio (un simpatico ballerino e coreografo americano che mostra agli italiani come si balla seriamente), Walter Chiari. Si afferma anche la figura del presentatore: accanto al capostipite Mike Bongiorno, arriva Corrado dalla Radio, e poi Enzo Tortora, Enza Sampò e Pippo Baudo.
I divi della canzone che si sono succeduti dal 1951 sul palco di Sanremo ora, grazie alla televisione, hanno anche un volto e negli anni Sessanta il Festival della canzone il suo periodo d’oro nei duelli fra Claudio Villa e Domenico Modugno in cui si inseriscono Gigliola Cinquetti, Sergio Endrigo e poi Adriano Celentano, la stessa Mina che fa una capatina con “Le mille bolle blu” non vince ma lascia il segno. Un giovane cantautore, Luigi Tenco, invece a Sanremo ci lascia la vita. Accanto ai grandi interpreti italiani sul palco di Sanremo salgono anche i grandi stranieri, tanto che il pubblico avverte anche l’esistenza di artisti sublimi come Louis Armstrong. La televisione insomma sta sprovincializzando e raffinando il gusto degli italiani.
L’informazione grazie all’opera di giornalisti già affermati che approdano alla televisione ma anche di giovani che si formano dentro il nuovo mezzo, supera proprio negli anni Sessanta, le pastoie di un telegiornale ingessato e burocratizzato, attraverso un giornalismo di inchiesta che offre uno spaccato della società italiana e talvolta anche analisi profonda del mondo che sta cambiando, nei costumi soprattutto. Inchieste sulla donna che lavora, sulla casa, sulla cultura popolare, sui minori che lasciano la scuola troppo presto per andare a lavorare. Una svolta profonda la da Enzo Biagi che Ettore Bernabei chiama a dirigere i servizi giornalistici e che inventa il primo rotocalco televisivo che diventerà TV7 che per almeno dieci anni sarà la fucina del grande giornalismo italiano. Lì si formano Fabiano Fabiani, Gianni Bisiach, Brando Giordani, Andrea Barbato, Emilio Ravel, Nino Criscenti, Campanella, Cancedda, Fede e tanti altri.
Nel 1962 al canale nazionale si affianca il secondo canale, si raddoppiano le ore di trasmissione e si cerca di differenziare anche l’offerta con un palinsesto articolato sulle due reti. E’ il trionfo della televisione generalista, che si offre a milioni di italiani i quali si radunano tutte le sere davanti al piccolo schermo (qualcuno comincia parlare di moderno focolare domestico) e trovano poi argomenti per discutere, per parlarsi e spesso stimoli alla crescita culturale.
Sono gli anni del monopolio e di Ettore Bernabei, un sistema che entrerà in crisi nei primi anni Settanta sulla spinta delle lotte e dei rivolgimenti che seguirono il Sessantotto. Alla metà del decennio il servizio pubblico viene riformato. Si da voce a tutte le componenti politiche e culturali del Paese mantenendo però alto il livello professionale soprattutto attraverso un sistema di concorrenza simulata fra le due reti che hanno orientamento cultural-politico diverso. Da questa concorrenza discende nuova linfa per la televisione e grande vantaggio per il pubblico. La seconda rete diretta da Massimo Fichera rappresenta l’innovazione e l’apertura a quei settori della società che sono sempre rimasti ai margini della televisione, mentre la prima rete, diretta da Mimmo Scarano prima e da Emmanuele Milano poi, si muove su una linea più tradizionale.
Alla seconda rete approdano Dario Fo, che era stato cacciato 15 anni prima, Giorgio Gaber che si era auto isolato in un prezioso lavoro teatrale, Carmelo Bene che la televisione aveva sempre ignorato e poi Roberto Benigni, con Vita da Cioni e Onda libera, Alberto Sordi racconta l’Italia attraverso i suoi personaggi (Storia di un italiano), il fumetto diventa linguaggio televisivo con Supergulp! Trovano una loro collocazione nuova personaggi che il pubblico già conosce, come Renzo Arbore. Enzo Tortora darà vita al più grande successo della televisione italiana, Portobello.
Nella prima rete una fortunata trasmissione diretta da un altro genio dello spettacolo leggero, Enzo Trapani, fa debuttare personaggi che faranno la storia della comicità italiana come Troisi e Verdone ma anche Beppe Grillo.
La fiction esce dagli studi televisivi e assomiglia sempre più al cinema. Dopo Petrosino, L’amaro caso della Baronessa di Carini, arrivano i kolossal come Mosé e Marco Polo e poi lo straordinario ciclo de La Piovra.
Siamo agli anni Ottanta oramai, quando il monopolio si è definitivamente rotto e la Rai deve fari i conti con la concorrenza di Mediaset che le strappa praticamente tutti gli assi che si sono formati nei suoi studi: il primo a partire è Mike Bongiorno, seguiranno Vianello e Mondaini, e Corrado. Poi Pippo Baudo e Raffaella Carrà, i quali, dopo una esperienza fallimentare, ritorneranno definitivamente all’ovile.
La Rai regge bene l’urto della concorrenza e, sotto la guida di Biagio Agnes, vince tutte le sfide puntando sulla grande fiction, i grandi eventi (tra tutti i concerti dei Tre tenori, il Pavarotti and Friends e il rinato Festival di Sanremo), poi la stagione dei cosiddetti “professori” nel consiglio di amministrazione che dà inizio al declino. Il resto è storia di oggi, che vede la lenta e inesorabile immersione nel grande oceano del digitale dove tutto si confonde e si appiattisce. Le grandi stagioni della televisione generalista quella che accompagnava e stimolava la storia d’Italia sembrano finite. E’ il trionfo dell’hardware del mezzo dove si è in tanti a comunicare ma non c’è niente, o poco, da comunicare e dove trionfano i contenuti peggiori.
Rimane nella memoria degli italiani una storia straordinaria, una grande storia, una storia infinita, la storia del nostro orgoglio e forse anche del nostro riscatto. La storia di quella televisione che fece gli italiani.

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