IL MURO DELL’EST CONTRO IL RICORSO DELL’EUROPA

DI CECILIA CHIAVISTELLI


Come era già stato ampiamente annunciato la Commissione europea ha dato il via libera al ricorso di fronte alla Corte di giustizia contro i paesi dell’Europa centro orientale che non hanno aderito al programma di ricollocazione dei richiedenti asilo. Fin dall’approvazione del sistema delle quote, a settembre 2015, i quattro paesi si sono dimostrati feroci oppositori di questo programma e durante questo tempo hanno sempre boicottato qualsiasi tentativo dell’Europa di trovare un accordo. In particolare sono sotto accusa la Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria per violazione dell’art. 7 del Trattato di Lisbona.
L’art. 7 fa riferimento alla violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori enunciati dell’art. 2: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Nel rifiuto del programma, da parte degli appartenenti al V4 ci sono in gioco vari fattori, come la paura delle quote permanenti, in caso di altre possibili ondate migratorie, perché secondo loro costituirebbero una violazione della sovranità, come ha espresso a dicembre il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjarto: “Le quote obbligatorie sono totalmente contrarie al buon senso, al diritto e ai trattati europei”.
Ma in ballo c’è anche un’alleanza anti migranti da condividere con forze oltreoceano.
C’è già in vista un possibile incontro fra i due schieramenti, Milo Yannopoulos dell’ultra destra americana, esponente del sito Breibart, e i V4, con l’Ungheria in testa, accomunati dal terrore di un’invasione musulmana.

Alla fine dell’anno, non prima di novembre o dicembre 2018, è prevista la prima udienza dei tre Stati di fronte alla Commissione europea, secondo quanto è stato approvato dal suo vicepresidente, Frans Timmermans. In questi mesi futuri ci sarebbe il tempo necessario per un cambiamento di rotta ma non sembra ci siano i presupposti.
In più, all’UE sono presidenti la Bulgaria, nella prima parte di questo 2018, e, nella seconda parte dell’anno il governo di estrema destra austriaco. Entrambi renderanno ancora più complessa la soluzione di un problema così combattuto.

La ricollocazione è stata decisa per risolvere il sovraffollamento in Italia e Grecia, e in un primo momento anche in Ungheria, dal momento che era investita dalla migrazione attraverso i Balcani.
Del Gruppo di Visegrad solo tre hanno ricevuto il ricorso: la Repubblica Ceca e la Polonia e l’Ungheria.

La Polonia, che è fuori dalle rotte migratorie, in un primo momento aveva accettato le quote, con riserva, ma la nuova leadership ha rifiutato gli accordi presi in precedenza. “Siamo contrari alle sanzioni”, ha detto Siemoniak, vice presidente del principale partito di opposizione polacco, lo stesso di Donald Tusk, rassicurando che non ci saranno ritorsioni nei confronti dei suoi sei europarlamentari che lo scorso novembre hanno votato la risoluzione del Parlamento di Strasburgo. Se la mozione che fa riferimento all’art 7, e altri, diversi, peccatucci, sarà votata dai 28 stati del Consiglio europeo, la Polonia sarebbe esclusa dalla partecipazione alla legislatura comunitaria per un periodo da definire, fino a quando il governo non provvederà ad allinearsi alle normative europee.

La Repubblica Ceca è, da sempre, stata contraria nell’accollarsi le quote migranti. Il Governo ha sempre ritenuto inutile sostenere il programma e continua a proporre alternative, come la protezione delle frontiere dell’Unione o l’invio delle forze dell’esercito in aree dove c’è una maggiore concentrazione di migranti, come la Libia, scoraggiando il loro viaggio. Però le prossime elezioni presidenziali potrebbero cambiare le strategie attuali.
L’Ungheria insieme alla Slovacchia aveva fatto subito ricorso contro le quote. Rispettivamente Viktor Orbán, del partito nazionalconservatore, euroscettico ungherese e da Robert Fico del governo socialista-populista slovacco. A suo tempo il ministro degli esteri ungherese si era espresso duramente: “La Ue ha stuprato il diritto, nessuno fermerà la volontà sovrana del nostro popolo”.

La Slovacchia ha evitato sanzioni perché si è impegnata ad accettare decine di rifugiati durante l’estate. Il primo ministro Robert Fico ha anche detto che la Slovacchia rispetta pienamente il punto di vista della corte, ma questo non significa che ha cambiato atteggiamento nei confronti delle quote.