CHI E’ STEVE BANNON E PERCHE’ PARLA MALE DI TRUMP


DI ALBERTO TAROZZI

Dopo l’idillio e la separazione volano gli schiaffi tra Donald Trump e Steve Bannon, colui che meno di un anno fa era considerato organico, come Chief strategist, al ristretto cerchio magico degli uomini dell’allora neo-presidente.

Colui che col suo sito ultrareazionario Breitbartnews era stato considerato la “Pravda di Trump” viene adesso ritenuto avere perso la testa da Trump medesimo.

Certo Bannon era figura inquietante, non solo  per gli ambienti di sinistra e tra gli avversari democratici. La sua collocazione politica, manifestata in forme sbracate e senza ritegno, meglio nota come Alt-right (Alternativa di destra), era odiata anche dai neo conservatori e più in generale dall’establishment del Great Old Party repubblicano, G. W. Bush compreso, che dopo qualche mese delle sue esternazioni e a dispetto di chi vedeva nell’asse Trump Bannon un gemellaggio indissolubile riuscì a metterlo fuori dai piedi. Con un respiro di sollievo che accomunò repubblicani neocon, movimenti delle donne, degli immigrati, degli antirazzisti. Sì perché, per garantire a Trump i voti dell’anima più torbida degli Usa, Bannon ce l’aveva messa tutta: razzista, antisemita, suprematista bianco, islamofobo, maschilista, nazionalista, protezionista agli esteri, ma anarco-capitalista in patria e scusateci se abbiamo dimenticato qualcosa.

Ma oltre al fatto di avere contro più di mezza America, compresa quella Latina, il colpo di grazia pare glielo avesse dato l’essersi scambiato colpi bassi col Jaranka, come li chiamava lui. Vale a dire con la coppia costituita da Ivanka, la figlia di Trump, e suo marito Jared Kushner, che in quanto ebreo non poteva certo stravedere per lui, nonostante Steve alternasse all’antisemitismo qualche apertura nei confronti di Israele, sul piano della politica internazionale.

Oggi peraltro, dalla separazione frigida si è passati allo scontro aperto, col fuoco e le fiamme. Più precisamente è uscito in queste ore, un libro di Michael Wolff, intitolato “Fire and Fury”, pubblicato dall’editore a dispetto di una diffida della Casa Bianca, che dimostra così un’influenza sempre minore. In esso sono contenute le frasi di Steve Bannon che hanno fatto esplodere Donald: si va dalle accuse di volgarità nei suoi modi di fare in privato con la moglie (sui quali anche noi nutriamo qualche pregiudiziale riserva) ai gossip sul parrucchiere, all’arrivismo della da lui odiata Ivanka, che già si vedrebbe futura first lady, fino all’accusa politica più pesante. Trump avrebbe tradito il proprio Paese, avendo trattato coi russi, prima con la mediazione del figlio e poi forse di persona, senza averne reso edotti gli Usa, in incontri che Bannon definisce sovversivi.

Da qui l’ira e le contro accuse di Trump, che tra l’altro sostiene che Bannon, quando gli era stato vicino, e prima ancora di impazzire, si era reso protagonista soprattutto degli insuccessi, come nelle elezioni dell’Alabama, e per il resto era contato poco o nulla tranne fare pubblicità a se stesso.

Qui la farsa potrebbe diventare dramma e il pettegolezzo da caserma tradursi in problema politico. Anche se le accuse da trivio di Bannon non fossero dimostrabili sarebbero comunque le contraddizioni della strategia del Presidente in politica internazionale a venire allo scoperto.

Finora Trump si era limitato a fare tutto il contrario del precedente governo: Obama aveva aperto all’Iran? E lui chiude; la Clinton era entrata in rotta con Putin? E lui apre. Senza accorgersi che nel governo precedente esisteva una dialettica a volte ruvida tra il Presidente e Hillary. Adesso però Trump non può fare altrettanto, mettendosi a discutere con se stesso e facendo acqua su tutti i fronti: se adotta la linea morbida con la Russia si rende nemica l’Fbi; se adotta la linea dura con l’Iran e l’Islam sciita, come la mette con l’Europa (Italia inclusa) e i suoi business ? Inoltre, nel frattempo, la matassa si è ancora più ingarbugliata: la faccia feroce con Teheran non è più compatibile con il fair play con Putin, un fair play sempre più difficile da mantenere, altrimenti il primo Bannon che incontri ti può dare del traditore.

E un po’ alla volta te li troverai contro più o meno tutti: dalla Cina, sulla questione coreana, all’Europa, se si sveglia e bada ai suoi interessi complessivi, dalla Russia a buona parte dell’Islam e degli arabi, Turchia compresa. E magari anche Tel Aviv si domanderà se, come alleato, un soggetto alla deriva come Donald le convenga più di quel tanto.

Certo avere scaricato un compagno di viaggio ingombrante come Bannon rende più leggeri. Ma a furia di alleggerirsi si rischia di rimanere soli.