L’ARPIA, LA WINX E LA MIA CADUCITA’ MENTALE

DI MARIO RIGLI

Mio fratello non si sentiva tanto bene, mio figlio aveva sonno, io avevo voglia di andare a funghi.  Per questo ero nel bosco da  solo.

Non era una buona  giornata. Una nebbia spessa lambiva  le chiome dei faggi e si mescolava con i vapori del terriccio. Forse erano nuvole che coprivano la cima della montagna perché quello strato lattiginoso e denso impediva anche la visione dei meravigliosi colori dell’autunno. I gialli, gli aranci, i marroni e qualche resto di verde erano mescolati dalla nebbia in una poltiglia cromatica indefinibile. Ed era anche troppo freddo per una giornata d’ottobre, o forse il freddo lo avevo dentro. Ma chi me lo aveva fatto fare! Nel piccolo paniere avevo due porcini quasi neonati, qualche capra, due o tre pinaroli ed un ovolo di un meraviglioso arancio.

Il paniere semivuoto, o meglio riempito di funghi poco “nobili non valeva la pena, almeno per ora, di quella levataccia prima dell’alba.  Un grande faggio attirò la mia attenzione. Non aveva un tronco, ma una serie di tronchi più o meno delle stesse dimensioni. La sua enorme ceppata aveva all’interno grandi spazi, quasi  per riparare qualcuno da qualcosa e doveva avere molti anni. Il tenero grigio della corteccia era come disegnato da pezzetti di scorza di un grigio più scuro resi ancora più visibili dal muschio leggero che vi si aggrappava nelle parti esposte a nord. Mi accoccolai ad uno dei tronchi della ceppata e mi accesi una sigaretta.  Le volute del fumo entravano all’interno di quella specie di capanna naturale. Mi soffermai ad osservare  la scorza del faggio e mi apparvero, come fanno le nuvole nel cielo, figure di fiori e di animali, di elfi e di sirene. Le nuvole si muovono, non le macchie più scure della scorza di un faggio. Eppure un cane si trasformava subito in un cavallo,  una rosa  diveniva una clessidra, un uccello diventava una mongolfiera.

Appoggiai la nuca al tronco. I piedi quasi affondati nel soffice terriccio mi si stavano intorpidendo, uno strano formicolio sotto la pianta mi faceva pensare a delle piccole radici che si stavano formando e affondavano nella terra umida. Sembrava che il bosco volesse nutrirmi a darmi riparo. Riparo da cosa?

 

Un rumore assordante sulla cima del grande faggio mi fece riscuotere ed impaurire. Pensai, prima di alzare la testa,  ad uno sbattere vorticoso delle ali di un gruppo di aquile. Lo spostamento d’aria era un vento impetuoso, piccoli frammenti di ramo e foglie cadevano a terra come coriandoli. Alzai la testa.

Era uno solo. Un enorme uccello nero con ali gigantesche faceva fatica a ritirarle al petto dopo che si era appollaiato in un tronco quasi orizzontale al terreno.

Aveva la testa di donna!  Un volto bellissimo incorniciato da lunghi capelli neri come la pece. Non so se si era accorto o accorta  di me. Intravidi dei denti lunghissimi ed affilati come coltelli. Mi tremava tutto il corpo, avevo paura. Una paura strana, atavica, non diversa dalla paura del buio o dei fulmini, ma almeno centuplicata di intensità. Sul petto si vedevano uscire dalle penne due mammelle bianchissime, perfette,  con capezzoli turgidi e pronunciati. Due orecchi a punta spuntavano prepotentemente dai capelli corvini.  Improvvisamente la creatura cominciò a sibilare. Sibili fortissimi, acuti che mi straziavano le orecchie, sibili che assomigliavano a quelli dei tordi sasselli, ma molto più lunghi, più penetranti, fortissimi e intervallati da qualche stridio gutturale e di timbro profondo e basso.

Avevo paura. Mi rannicchiai al tronco tenendomi le ginocchia. Pensavo che fosse arrivata la mia ora, Appoggiai la testa alle braccia e alle ginocchia. In pochi istanti mi balenarono in mente, velocissime, le mie nozioni di mitologia .

Era senza dubbio un’arpia. Una “rapitrice” come voleva dire il nome. Forse per un attimo mi sentii sollevato: rapitrice non significava  assassina. Ricordai i versi di Dante nell’Inferno:

“Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani”.

e quelli di  Virgilio nell’Eneide:

“Non c’è mostruosità più triste di quelle, né alcuna più crudele

peste e l’ira degli dei sprigionò dalla palude Stigia.

Virginei volti di esseri alati, schifosissimo flusso

dal ventre, artigli adunchi e sempre emaciate

le facce per la fame”.

Il ricordo dei versi di Virgilio mi fece anche sentire improvvisamente quello “schifosissimo flusso”. Un fetore nauseabondo, un olezzo vomitevole mi torturava le narici. Era un puzzo infernale

Orecchi e narici sotto tortura e una paura della Madonna.

Improvvisamente la creatura infernale si staccò dal ramo e quasi senza aprire le enormi ali cominciò a planare su di me. Cercai di scappare ma l’Arpia era già sulla mia schiena, ero bocconi sul terriccio con la bocca piena di terra. Non sentii gli artigli sulla mia carne però. Sentivo nitidamente il peso insopportabile delle quattro dita per ogni zampa dell’enorme uccellaccio. Non so quanto mi tenne in quella posizione fino a che non sentii una pressione fortissima quando la creatura piegò le articolazioni delle zampe e spiccò il volo. Tardai un po’ a guardarmi intorno, quando alzai la testa la vidi in lontananza sbattere le ali contro  un sole scialbo che da poco si era reso visibile nelle nubi e nella fitta nebbia.

Sputai la terra, aspirai  profondamente e mi alzai tutto indolenzito.  Presi il cestino dei funghi, una piuma della creatura che era rimasta per terra e mi avviai verso la macchina. Stentavo a credere che mi fosse successo veramente  quello che mi era successo, ma quella piuma, piccola per un’arpia, ma grande come quella di un grosso tacchino, era la prova inconfutabile che la mia non era stata una visione.

 

Non dissi nulla a nessuno, né a mia moglie né ad altri, mi avrebbero certamente preso per pazzo. Ma il mio turbamento non cessava. Non riuscivo a dormire, i miei sogni erano popolati di arpie, erinni, chere e gorgoni, ma anche di minotauri e centauri, di ciclopi e di idre, di chimere e meduse, ed ancora di licantropi e fantasmi, di vampiri e zombie.

Ogni tanto andavo a guardare quella penna in un cassetto nascosto. La paura di aver sognato ed immaginato tutto era grande. Grande era la paura di perdere il senno.

Dovevo per forza tornare in quel bosco, comprendere, capire. Dovevo stabilire se la mia era pazzia e a quale grado di pericolosità era arrivata. Pensavo anche che se uno crede di essere pazzo, la pazzia ancora non è arrivata compiutamente, un pazzo pensa sempre di essere sano e ritiene i sani completamente pazzi.

– Domani mattina vado a cercare funghi,- dissi a Lisa, dopo aver di finito di cenare.

– Ma non è finita la stagione? – mi rispose mia moglie.

– No, non ancora, qualcosa si può ancora trovare. Certamente le trombette di morto.

 

 

Arrivai col fiatone al grande faggio. Il sentiero era in salita e ero andato rapidamente non come quando siamo davvero in cerca di funghi.

Sembrava che l’albero mi stesse aspettando, mi sembrò che muovesse i rami e le poche foglie che non erano cadute a terra.

 

Rallentai il passo. Avevo cominciato ad udire un suono melodioso e strano. Una specie di nenia dolcissima, celestiale quasi. Il timbro era molto alto una specie di voce bianca nel coro della chiesa, ma molto più dolce. Pensai alle sirene di Ulisse, quel canto ammaliava davvero.

Veniva da dentro la ceppata del faggio. Mi avvicinai piano.

Accoccolata fra i tronchi c’era una figura minuscola. Aveva il volto reclinato in basso. Capelli biondi e mossi, quasi ricci, ma morbidi . Anche questa figurina aveva gli orecchi a punta che spuntavano dai capelli. Era vestita di foglie e fiori, o almeno a me sembrava. E quell’abito naturale lasciava intravedere le sue forme giovanili e immature. Una pelle bianchissima.

 

Alzò il volto. Due occhi grandi e verdi come smeraldi incrociarono i miei. Le pupille erano molto piccole e scure, ma il verde della cornea faceva pensare ad un atollo tropicale. Le sue labbra non troppo pronunciate abbozzarono una specie di sorriso o almeno questa fu la mia impressione.

La cantilena si tramutò in una specie di  suoni distinti, in un primo tempo per me inintellegibili, poi piano piano cominciavo a percepire, prima una parola, poi una frase, poi anche emozioni e sentimenti.

La creatura si alzò, e allora vidi le sue ali coloratissime di farfalla. Leggerissime e friabili mi parvero, ma i colori translucidi e trasparenti mi fecero pensare alle finestre delle cattedrali gotiche.

Un caleidoscopio di colori cangianti e mutevoli, ma era la leggerezza che colpiva in quelle eteree ali di farfalla.

Una winx, mi dissi. La figurina leggiadra si assomigliava veramente ai personaggi che  Alice, Anna e Luna,  le mia nipotine mi facevano vedere sempre alla TV.

No,  questa non era una ninfa come avevo immaginato subito, non era una eleade, o una potameide o una nefele. Nè una pleiade, una esperide od un’aura, era una winks.

– Si, sono una winks, se tu vuoi.- mi sentii rimbombare nella mente

Il suo sguardo fisso, i suoi occhi incredibilmente verdi sui miei mi mettevano a disagio. Ho ancora le traveggole pensai.

– No, io sono reale, come lo sei tu. Non sono una visione.

E mi strinse una mano. Sentii la sua pressione, forte per una figuretta eterea come lei.

– Mi chiamo Esoterya.

Pensavo che le ninfe non avessero un nome e ricordavo che Ninfa in greco significava fanciulla.

– Anche noi abbiamo un nome come voi umani. E’ vero però che non invecchiamo mai e quando è giunta l’ora, ancora fisicamente fanciulle, ci trasformiamo in energia che ritorna alla terra, alle acque, alle erbe, agli alberi.

La sua telepatia era fenomenale, mi rispondeva ancor prima che avessi pensato compiutamente una cosa.

Mi ritrovai a muovere le labbra e a parlare normalmente e  Esoterya continuava a esprimersi con quella cantilena sottile e melodiosa, ma io capivo perfettamente tutto.

– Non puoi essere reale – dissi. – Nessuno vi vede, nessuno vi ha mai incontrato, tu sei un parto della mia immaginazione.

– Sono reale come te e come Celeno l’arpia che hai visto qualche giorno fa. Non è facile per voi umani vederci, solo alcuni possono farlo. Avete il cervello ingessato e poco elastico e siete inadatti a vedere, vedete  solo quello che volete vedere. Ma i pazzi, i visionari, qualche poeta, qualche pittore, qualche musicista lo può fare e lo fa. Un visionario, un poeta ha una sensibilità diversa, una foglia per un poeta non è solo una foglia, il vento per un compositore di musica non è solo il vento. E tu ci vedi.

 

– Si vi vedo e penso proprio di essere pazzo – le mie labbra si muovevano automaticamente.

– Tu hai sempre visto, ma non te ne rendevi conto, era come se non mettessi bene a fuoco le cose intorno a te, tu sentivi fruscii solo come fruscii, sensazioni come impossibili, visioni come parti della tua mente. Tu scambiavi concretezza con astrattezza e viceversa.

 

Non mi convinceva per niente la winks con le ali di cattedrale.

 

– Ma dimmi, perché l’Arpia ce l’aveva con me e perché ora non la vedo?

– Non la vedi perché ora non c’è, è nelle foreste del Nord Europa, poi farà una capatine lungo il Rio delle Amazzoni e fra un paio di giorni, secondo il metro con cui tu misuri il tempo, sarà ancora qui.

Non ce l’aveva con te, ma ha avvertito paura, disprezzo, ha sentito che tu non l’accettavi, per questo è stata un po’ brutale.

 

– Allora posso ritornare?

ma la figuretta non c’era più, era svanita, rimaneva solo l’eco del suo canto-nenia melodioso che erano le sue parole.

 

Me ne tornai a casa. Stetti due giorni a rimuginare su quello che dovevo fare, senza naturalmente dire alcunché a nessuno. Ma alla fine presi una decisione, sarei ritornato all’ “appuntamento” con Celeno.

Mi erano tornati in mente i versi di Virgilio “ sempre emaciati i volti per la fame”. Si, ricordo le sue guance affossate anche se parzialmente coperte dai capelli neri, ma cosa potevano mangiare le Arpie? Preparai un canestro di mele e carote  e ci aggiunsi un pezzo di  focaccia preparata da Lisa, che era rimasto nella dispensa, e una manciata di cubetti di zucchero. Mi misi dei tamponi di cotone nelle narici perché l’olezzo della creatura fosse meno insopportabile e anche nelle orecchie per attutire gli stridii ed i sibili di Celeno.

Quando arrivai al grande faggio l’Arpia non c’era, ma dopo qualche minuto sentii sfrascare in altoo e il vento delle grandi ali. Cercai di concentrarmi sul magnifico seno, e sul volto, tralasciando le enormi zampacce di pollo con i suoi adunchi artigli. Provai anche ad abbozzare un sorriso. Lo stridio modulato in maniera diversa mi sembrò quasi un benvenuto. Ai margini del campo visivo, dietro un albero intravidi anche Esoterya, zitta,  senza la sua dolce musica e molto defilata. Non doveva avere un buon rapporto con Celeno.

Ciao Celeno dissi ad alta voce. L’arpia planò dolcemente su di me, artigliò il cestino delle mele e mi sfiorò con la sua grande ala sulla testa. Credo che fosse una carezza. E con un sibilo intenso che sentii nitidamente nonostante i tamponi spiccò il volo verso il sole. La silhuette contro  la luce dorata mi apparve come un aeroplano con il carrello ancora fuori, ma io sapevo che era la zampa con il mio cesto delle mele. Mi girai, ma anche la winks era scomparsa.