IL BELICE, DANILO DOLCI E LO STESSO SOS OGGI PER LE MARCHE

DI LOREDANA LIPPERINI

Cifra tonda: questo è il post numero 200 sul terremoto e soprattutto su quello che è avvenuto dopo. Dal momento che le cifre tonde sono gradite e godono di buona stampa, varrà la pena ricordare che fra pochi giorni, per l’esattezza il 14 gennaio, si ricorderanno i cinquant’anni del terremoto del Belice. Se volete vedere come stanno le cose oggi, guardate il video di Repubblica, dove non a caso appaiono le parole “città fantasma”.
Le temo, queste parole. Le temo perché in ogni giorno di questi quattordici mesi e passa ho visto allontanarsi la stessa idea della ricostruzione. I modelli sono altri, sempre di più: il presidente della Regione Marche esulta per le elisuperfici (realizzate anche con i fondi degli sms per il terremoto), e naturalmente poco conta che chi, per esempio, risiede nella devastata Camerino si chieda che fine faranno gli ospedali locali. Ma che importa, c’è Ancona, c’è il mare blu e al solito c’è una parte delle Marche che non esiste e anzi è fastidiosa.
Sarebbe bello che chi intende dimenticare e far dimenticare pensasse a un uomo. Si chiamava Danilo Dolci. Due anni dopo il terremoto del Belice, il 26 marzo 1970, iniziava le trasmissioni di Radio Libera, di fatto la prima emittente radiofonica privata italiana, così:

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Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza.

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Siciliani, italiani, uomini di tutto il mondo, ascoltate: si sta compiendo un delitto, di enorme gravità, assurdo: si lascia spegnere un’intera popolazione.

La popolazione delle Valli del Belice, dello Jato e del Carboi, la popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire.

Siciliani italiani, uomini di tutto il mondo, avvisate immediatamente i vostri amici, i vostri vicini: ascoltate la voce del povero cristo che non vuole morire, ascoltate la voce della gente che soffre assurdamente.

Siciliani italiani, uomini di tutto il mondo, non possiamo lasciar compiere questo delitto: le baracche non reggono, non si può vivere nelle baracche, non si vive di sole baracche. Lo Stato italiano ha sprecato miliardi in ricoveri affastellati fuori tempo, confusamente: ma a quest’ora tutta la zona poteva essere già ricostruita, con case vere, strade, scuole, ospedali.

Le mani capaci ci sono, ci sono gli uomini con la volontà di lavorare, ci sono le menti aperte a trasformare i lager della zona terremotata in una nuova città, viva nella campagna con i servizi necessari, per garantire una nuova vita.

Gli uomini di tutto il mondo protestino con noi: L’Italia, il settimo paese industriale del mondo, non è capace di garantire un tetto solido e una possibilità di vita ad una parte del proprio popolo.

Uomini di governo: lasciate spegnere bambini, donne, vecchi, una popolazione intera. Non sentite la vergogna a non garantire subito case, lavoro, scuole, nuove strutture sociali ed economiche a una popolazione che soffre assurdamente? Se si vuole, in pochi mesi una nuova città può esistere, civile, viva.

Chi lavora negli uffici: di burocrazia si può morire. I poveri cristi vanno a lavorare ogni giorno alle quattro del mattino. Occorrono dighe, rimboschimenti, case, scuole, industrie, strade, occorrono subito.

Questa è la radio della nuova resistenza: abbiamo il diritto di parlare e di farci sentire, abbiamo il dovere di farci sentire, dobbiamo essere ascoltati.

La voce di chi è più sofferente, la voce di chi è in pericolo, di chi sta per naufragare, deve essere intesa e raccolta attivamente, subito, da tutti.

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Qui si sta morendo.

La nostra terra pur avendo grandi possibilità sta morendo abbandonata. La gente è costretta a fuggire, lasciando incolta la propria terra, è costretta ad essere sfruttata altrove.

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Qui si sta morendo.

Si sta morendo perché si marcisce di chiacchiere a di ingiustizia. Galleggiano i parassiti, gli imbroglioni, gli intriganti, i parolai: intanto la povera gente si sfa.

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Qui si sta morendo.

E’ la cultura di un popolo che sta morendo: una cultura che può dare un suo rilevante contributo al mondo. Non vogliamo che questa cultura muoia: non vogliamo la cultura dei parassiti, più o meno meccanizzati. Vogliamo che la cultura locale si sviluppi, si apra, si costruisca giorno per giorno sulla base della propria esperienza.

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Qui si sta morendo.

Ciascuno che ascolta questa voce, avverta i propri amici, avverta tutti. La popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire.

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Facciamo appello all’ONU e a tutti gli organismi internazionali che hanno a cure la vita dell’uomo e lo sviluppo pacifico del mondo: premano sul governo italiano affinché sia costretto ad agire subito e bene.

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Il mondo non può svilupparsi in vera pace finché una parte degli uomini è costretta alla disperazione.

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Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale attraverso la radio della nuova resistenza.

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Costituzione italiana, articolo 21:

“Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Cosa significa “tutti”? Vi deve essere esclusa la gente che lavora più faticosamente? Vi deve essere esclusa la gente che più soffre?

Il diritto-dovere alla verità, da esigenza morale, diviene via via nella storia, riguardandola nelle sue linee essenziali pur tra contraddizioni, diritto-dovere anche in termini giuridici. Il diritto alla comunicazione, alla libertà di espressione, all’informazione, non vi è dubbio sia determinante allo sviluppo di una società democratica: deve essere garantito attraverso i moderni strumenti audiovisivi che il progresso scientifico e tecnologico ci mette a disposizione. Non possiamo non valerci, non episodicamente ma strutturalmente, di quanto ci viene garantito – sta a noi conquistarlo di fatto – dalla Carta dell’uomo alla Costituzione, alla parte più avanzata del Diritto internazionale e non.

Nelle attuali condizioni storiche italiane, se ha un senso preciso l’impegno affinché la radio – televisione sia affidata allo Stato , occorre:

ottenere precise garanzie affinché si possano esprimere attraverso questo strumento, monopolio dello Stato, le diverse posizioni culturali e politiche democratiche;

e soprattutto portare avanti la possibilità concreta, attraverso mezzi idonei, della comunicazione dell’attuale “basso”: le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo.

Una precisa conquista in questo senso non ha solo significato locale, può riuscire a produrre reazioni a catena.

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Amici, organizzate gruppi di ascolto e diffusione nelle fabbriche, nelle università, nelle scuole, nelle piazze dei Comuni, nei Circoli culturali, nelle case del popolo, nelle cooperative, dovunque sia utile.

Chi vuole documentarsi esattamente, ci richieda documentazione.

Discutete l’iniziativa.

Documentate i giornali di ciascuna delle vostre iniziative.

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Qui la voce della Sicilia che non vuole morire.

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http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2018/01/09/200-storie-dai-borghi-il-belice-danilo-dolci-e-lo-stesso-sos-oggi-per-le-marche/