CASE CHIUSE DA SESSANT’ANNI

DI ANDREA DELLAPASQUA

 

Oramai sessant’anni fa, il 20 febbraio 1958 entrava in vigore la legge numero 75, la celeberrima o famigerata legge Merlin. Con quella legge venivano in sostanza chiusi i lupanari, i “bordelli”o le case chiuse che dir si voglia, si vietava da quel momento in poi la regolamentazione della prostituzione. Al 20 settembre dello stesso anno si era fissata la data ultima possibile per la chiusura di tutte le case di tolleranza. In varie parti del Paese si celebrarono dei veri e propri “funerali” di quello che faceva parte del vissuto, dell’esperienza, della cultura iniziatica o quotidiana di molti italiani di ogni classe sociale o “morale”.

CERI FUNEBRI A BOLOGNA. Entra in vigore la legge Merlin, per l’abolizione delle case chiuse. Dei 18 bordelli esistenti entro le mura di Bologna all’inizio dell’anno, in novembre non ne restano che 4. Davanti agli ultimi “casini” si svolgono la notte del 20 settembre manifestazioni di nostalgici. Un gruppo di ex clienti noleggia un pullman e visita i bordelli con ceri funebri e corone di alloro: mentre gli scapoli sono a volto scoperto, gli sposati sfilano incappucciati. (Archivio biblioteca Sala Borsa, Bologna).

PALERMO, SALVATORE GIULIANO E GLI ECCLESIASTICI. A Palermo i casini erano numerosi e ben attrezzati (almeno quelli in regola e registrati). Tra i tanti si ricordano la Pensione delle Rose in via Ventura dietro al teatro Politeama, la Pensione Jolanda, sempre in via Ventura ma al piano inferiore del precedente. E poi la Pensione Flores in via Gagini, dove si serviva nientemeno che Salvatore Giuliano, il ritrovo Taibbi in piazza Monte di Pietà e L’Igea in via Lungarini, Vemeille ed il Settequarti in vicolo Marotta, traversa di Corso Vittorio Emanuele, Pensione 900, la cui attività fu interrotta tragicamente dal bombardamento del marzo ’43. Il casino gestito da madame Teresa Valido, in corso Vittorio Emanuele, era il preferito dai gerarchi fascisti. La pensione Buganè, a piazza Sant’Oliva, di fronte al Circolo Ufficiali dell’Esercito, tra i più fedeli frequentatori, ma non disdegnato dagli ecclesiastici in abiti borghesi. Questi erano i casini più “titolati “…Gli altri, meno eleganti e confortevoli, erano disseminati un po’ in tutta la città, dalla Cala alla via Cassari, dal vicolo Ragusi a via Candelai. Il 20 settembre del 1958 in ogni parte d’Italia quella sera si festeggiò, ma con un’atmosfera malinconica simile a quella dei “funerali” tenuti nel 1933 negli stati Uniti di Roosevelt dai contrabbandieri di alcol, a conclusione del proibizionismo. Si brindò fra i più intimi ed assidui clienti, le maitresse e le puttane, abbonarono per l’occasione la marchetta! Storico fu il discorso fatto da madame Teresa della Pensione Buganè, che riunì le pulzelle dicendo: “Care ragazze, questa sarà’ l’ultima nostra notte, vi ho chiesto contegno, distacco e professionalita’, ma questa volta divertitevi e bevete con i clienti. E’ terribile che si chiudano le case, ma proviamo a non pensarci e lasciamo almeno ai nostri amici un ricordo indelebile”. Nei pressi di piazza Marina, una orchestrina composta da violinisti suonò struggenti melodie per salutare le avvenenti donzelle che lavorarono per l’ultima volta nelle case che sarebbero diventate “chiuse”. (Siciliainformazione)

PER ESEMPIO A PIACENZA. Situato al n°4 della strada e gestito per oltre vent’anni dal popolare signor Giulio, il casino (chiamato anche “dalla Lina”) si componeva di alcune sale di attesa, di un lungo corridoio e di varie stanze contrassegnate da numeri dove l’impassibile “maitresse”, con piglio squisitamente professionale (di solito una veterana del mestiere stipendiata dai tenutari), convogliava i vari clienti.Nelle stanze d’ingresso, qui come altrove, si svolgeva una rituale liturgia coreografica codificata nel tempo; le donne, in abbigliamento succinto o in abiti trasparenti ed un trucco particolarmente marcato, scendevano e sfilavano mettendo in bell’evidenza le grazie più riposte, suscitando l’ammirazione degli astanti.Nelle case di più infimo ordine si trovavano spesso anche gruppi di giovani (l’ingresso era rigorosamente vietato però fino ai 18 anni) entrati solo per “lustrare la vista”, dato che difficilmente avevano a disposizione la somma necessaria. L’importante era, secondo un tacito ordine, guardare… ma non toccare! Se si tiene conto che a quei tempi lo stipendio medio di un operaio specializzato era di 15 lire al giorno, andare al casino costava quasi una mezza giornata di lavoro ed era perciò un capriccio che ci si poteva permettere solo saltuariamente. Scelta la donna, si pagava alla maitresse la somma pattuita (dalle 5 alle 10 lire) e questa consegnava alla prostituta una “marchetta”, un gettone, come contrassegno per l’avvenuta prestazione agli effetti del susseguente conteggio. Si dice, ma non è stato possibile appurarlo dalle testimonianze, che le prime cinque marche fossero incassate interamente dal tenutario che doveva provvedere al vitto, all’alloggio, al riscaldamento ed alle spese per i controlli medici obbligatori per legge; il resto andava alle “lucciole”, meno una percentuale del 25% sempre trattenuta dal titolare del bordello. Eventuali prestazioni “particolari” venivano pattuite direttamente in camera e bisognava affrettarsi nel rapporto perché dopo circa 15 minuti scattava il raddoppio della tariffa. La struttura esterna di questi casini era quanto di più anonimo si possa supporre e si rivelava solo in alcuni casi dai vetri colorati delle finestre stile liberty che corrispondevano spesso al gusto delle decorazioni interne ed ai costumi da bajadera, ai veli, ai pizzi con cui si cercava di assecondare l’ingenua aspirazione dell’italiano incolto, a rivestire il piacere “proibito” (perlomeno nascosto alle mogli) di apparenze esotiche e vagamente orientaleggianti, come qualcosa che gli ricordasse i favolosi harem delle “mille e una notte”, rapportati ad una versione economica casalinga. Ma di solito, contrariamente a quanto ci possano aver fatto immaginare alcuni film o alcune descrizioni di famosi romanzieri riferendosi a case di piacere lussuose, l’arredamento era quanto di più spartano ci si potesse attendere: un letto, un lavabo, un piccolo armadio, un paio di sedie per riporre gli abiti. Qualcuna, più civettuola, aveva arredato le stanze con qualche quadretto, magari un fonografo, sempre oggetti personali e rari, perché le prostitute, a parte rare eccezioni, non si fermavano mai per lungo tempo nella stessa città. (ilpiacenza.it)

LA REGOLAMENTAZIONE PRIMA DELLA MERLIN. La legge in vigore prima del varo della Merlin prevedeva la possibilità di istituire case di tolleranza, per la verità sin da 10 anni prima, cioè dal 1948, non erano più state concesse licenze; era previsto l’obbligo di controlli medici periodici (quando venivano rispettati) e delle forze dell’ordine. Le ragazze venivano costantemente spostate da una casa all’altra affinché non si creassero legami affettivi con i clienti. Le signorine lavoravano a cottimo e lo Stato naturalmente vantava la propria percentuale di guadagno.

IL DIBATTITO. La gestazione della legge attraversò un decennio di discussioni, la senatrice socialista, partigiana e antifascista Lina Merlin affrontò la battaglia animata dal desiderio di emancipare la donna che veniva schedata e sfruttata nelle case di tolleranza. Il dibattito coinvolse trasversalmente tutto l’arco costituzionale e ci furono autorevoli voci a favore della permanenza delle case chiuse, pensiamo ad esempio a Gentile. Nota è la posizione che tenne Montanelli: « … in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia… ». Una parte della politica sosteneva l’impossibilità dell’eliminazione del mestiere più antico del mondo, l’impossibilità di “meglio veicolare” gli istinti della gioventù, paventava il pericolo di un peggioramento delle condizioni sanitarie della popolazione in seguito alla futura assenza di controlli medici e soprattutto temeva che il “decoro” delle città venisse deturpato da qualcosa che non si doveva “vedere” ma doveva restare appannaggio di un luogo con le tapparelle abbassate e le finestre “chiuse”. Non mancarono interventi che, si spera, ora farebbero accapponare la pelle ma i quali nascondono un sessismo che talvolta, in maniera più celata, non appare del tutto abbandonato.

IL PARLAMENTARE CAPORALI. Il cervello pesa 1157 grammi nell’uomo e 995 nella donna secondo il celebre anatomista Broca. (…). L’intelligenza è minore nella donna, che non ha mai avuto geni come un Dante, un Leonardo, un Raffaello, pure avendo avuto Giovanna D’Arco, Madame Curie, Santa Caterina da Siena e Madame Lebrun nella pittura. La donna di grande ingegno è per lo più sterile. L’eunuco non ha mai avuto un genio. Le prostitute difficilmente escono incinte. (il fatto quotidiano)

IL VOTO E IL CONTENUTO DELLA LEGGE. A favore della proposta della Merlin votarono socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani ed un gruppo di socialdemocratici, contro votarono liberali (tra i quali militava Gentile), radicali, missini e monarchici. Come è noto la legge abolì la regolamentazione della prostituzione introducendo una serie di reati che ruotano attorno al fenomeno della prostituzione senza abolire la stessa (vista come una scelta individuale sulla quale il legislatore non potrebbe intervenire): dalla Merlin in poi vengono puniti lo sfruttamento della prostituzione, l’induzione e il favoreggiamento della prostituzione stessa. Come è noto poi, penalmente sono rilevanti l’adescamento e gli atti osceni in luogo pubblico.

GLI ANNI SUCCESSIVI. Negli anni successivi un aspetto del dibattito si focalizzò sull’aumento della diffusione delle malattie veneree. La rivista “Aggiornamenti sociali” dell’aprile 1962 produceva un preoccupato dossier sulla diffusione delle malattie veneree e ricordando di essersi espressa favorevolmente nei confronti della legge di Lina Merlin che tutelava la dignità delle donne pochi anni prima ora mostrava un atteggiamento di allarme di fronte all’emergenza sanitaria e anche dinnanzi alla difficoltà delle forze dell’ordine nell’intervenire per controllare il fenomeno della prostituzione potendo esclusivamente tentare la via “dell’intralcio al traffico”, del sequestro delle auto delle prostitute se non detenute con regolare registrazione e tentando la tortuosa via degli atti osceni in luogo pubblico, ricordando una cassazione del 1960 che dava ragione al cliente il quale teneva le tendine abbassate in auto…

TEMPI ATTUALI. Sappiamo bene da “abitanti di questo Bel Paese”, come la politica ciclicamente estragga alcuni conigli, sempre gli stessi, dal proprio malconcio cilindro e talvolta, sappiamo come l’azione sia pretestuosa, volta ad inseguire le voglie di una comunità e priva di una reale e profonda riflessione. Dichiarazione a favore dell’abrogazione della legge Merlin sono venute nel tempo da più parti, ricordiamo almeno quelle en passant di Berlusconi e quelle della Lega Nord. In tempi recenti un reale rimescolamento di carte è avvenuto ad opera del ministro Minniti. Uno spaccato della situazione ce lo fornisce molto bene un articolo de “Linkiesta” del 20 settemre 2017. Il sindaco Pd di Firenze, Dario Nardella, ha detto che è «un atto di sinistra». La sua ordinanza contro la prostituzione, che prevede multe fino a 206 euro e addirittura fino a tre mesi di carcere per i clienti, ha già fatto scattare la prima denuncia. E sulla scia dell’esempio fiorentino, da Nord a Sud cresce “il partito” dei sindaci anti-prostitute. A Benevento, Clemente Mastella ha emesso un’ordinanza che colpisce sia la persona che offre la prestazione sessuale sia chi la richiede. A Prato un consigliere comunale ha chiesto già di copiare l’ordinanza del capoluogo toscano. E a Cagliari in consiglio comunale il gruppo Fratelli d’Italia-An ha proposto di andare oltre la semplice multa, rendendo anche pubblici i nomi dei clienti.Tutto grazie al decreto sicurezza Minniti, convertito in legge ad aprile, che consente ai sindaci di emettere ordinanze in nome del decoro urbano, incluse le misure che colpiscono coloro che ottengono prestazioni sessuali a pagamento. «Grazie al nuovo decreto sulla sicurezza di Minniti, convertito in legge, le città hanno uno strumento concreto per contribuire alla lotta contro lo sfruttamento della prostituzione», ha commentato il sindaco Nardella. «Mi auguro che dopo la nostra città altre amministrazioni facciano lo stesso». Ma a sentire chi sta “sul campo”, le nuove ordinanze non avranno alcuna efficacia nella lotta allo sfruttamento della prostituzione. Anzi. «Siamo davanti all’ennesima crociata fatta per allontanare la prostituzione dalla visibilità», commenta Pietro Massarotto, avvocato e presidente del Naga, l’associazione che con la sua unità di strada ogni notte incontra le persone che si prostituiscono a Milano, facendo informazione e prevenzione. «Sono solo ordinanze di pulizia moraliste, che prendono di mira le prostitute come capro espiatorio. Si ottiene il risultato che le prostitute non si vedono più per strada. Ma così non si combatte la tratta, che invece prospera benissimo nelle case private, diventando invisibile e molto meno contrastabile dalle forze dell’ordine».

DECORO E IPOCRISIA. Una canzone cantava “passano gli anni ma otto son lunghi”, ne sono invece passati 60 ma il problema pare essere sempre “il decoro urbano”, Minniti non usa parole molto diverse da quelle che in passato proferì Berlusconi. In tutto questo chi si è ricordato delle donne? Nel 2015 Amnesty International fece una proposta che suscitò non poche polemiche: la decriminalizzazione della prostituzione. Riccardo Noury, il portavoce nazionale di Amnesty International rilasciò un’intervista a “narrazionidifferenti.org”.                                          D. Qualche settimana fa Amnesty ha votato a favore della depenalizzazione della prostituzione.
Da cosa è stata mossa l’urgenza di esprimersi così? Come questa proposta aiuterebbe le prostitute?                                                        R. Dalle ricerche svolte negli ultimi due anni è emerso che in un contesto di criminalizzazione dove vigono leggi proibizioniste si produce maggiore negazione dei diritti umani per chi svolge lavoro sessuale.
Le e i prostitute/i svolgono attività criminali e non possono rivolgersi alla giustizia per far valere i propri diritti nemmeno contro sevizie, torture e sfruttamento. Vivono in uno stato di sostanziale invisibilità.
Un’analogia possibile potrebbe essere quella della situazione riscontrata in Italia indagando sul lavoro migrante.
Leggi criminalizzanti come il reato di clandestinità nell’ultimo decennio hanno favorito la criminalità organizzata, inducendo invece le vittime a nascondersi. Soprattutto in ambito agricolo o edile, i migranti non denunciavano mai la violazione dei loro diritti umani perché sarebbero stati loro stessi per primi incriminati di un reato.
Stessa cosa possiamo dire del sex work.                                             D. La proposta si è attirata alcune critiche. La principale è: depenalizzare il sex work aiuta gli sfruttatori invece delle vittime. Sdoganare la prostituzione danneggia chi è vittima di tratta?                                                                                                          R. Una persona sfruttata in un sistema depenalizzato avrebbe solo maggiore facilità a denunciare i soprusi subiti. Un uomo o una donna considerati rei hanno maggiori difficoltà a denunciare.
Questa proposta mira a favorire maggiore accesso ai diritti umani. Una persona potrebbe dunque denunciare la tratta di cui è vittima, le torture subite o lo sfruttamento e non venire arrestata per questo.                                                                                   D. Per arrivare a questa proposta con quali realtà si è confrontata Amnesty?                                                                                                    R. La proposta è frutto di anni di incontri e conversazioni internazionali.
In Italia non c’è stato molto lavoro in merito, in realtà, sono stati più attivi altri Paesi.
La proposta è internazionale e sono stati chiamati i delegati nazionali a votare. E la maggioranza ha votato sì, ma dopo essersi confrontata con molte realtà differenti. Parlo soprattutto di Africa, Asia e America Latina dove sono state interpellate ex prostitute vittime di tratta, organizzazioni mediche, associazioni e sindacati di sex worker – dove questi sono consentiti. Se qualcuno è rimasto fuori è un’eccezione e non vuol dire che non ci sia stato un dialogo molto fitto in merito. La partecipazione alla proposta di Amnesty è stata ed è altissima.
D. A proposito di confronto. Tra i sostenitori di questa proposta ci sarebbe anche Douglas Fox, proprietario di un’agenzia di escort molto famosa, un sex worker che per alcuni sarebbe addirittura dietro alla proposta di depenalizzazione stessa. Quanto è influente questo personaggio?                                                              R. Le risoluzioni di Amnesty sono scritte solo da Amnesty con degli esperti di diritti umani. Non abbiamo bisogno di ispiratori. Amnesty fa una proposta e c’è chi prende posizione a favore o contro. Questo è ovvio. Ma quando Amnesty condanna Israele per la violazione dei diritti umani in Palestina e Hamas applaude, non possiamo certo direi che siamo pilotati da Hamas, no?           D. Una delle obiezioni più comuni alla proposta di Amnesty è stata: dovrebbero appoggiare il sistema svedese, nordico insomma. Quello che decriminalizza la prostituta, ma non il cliente.                                                                                                        R. Amnesty ha fatto una proposta antiproibizionista, per rendere la prostituzione non più un reato penale.
Ma sappiamo che la decriminalizzazione senza una legislazione precisa è solo un processo incompleto.
Amnesty si dà un obiettivo politico, una linea di principio da perseguire, il modello legislativo da adottare andrà capito. Sono solo due settimane che abbiamo preso questa strada e i lavori sono ancora aperti.
In generale la sanzione al cliente ha una sua logica diciamo etica, ma potrebbe rappresentare una indiretta forma di violazione dei diritti delle e dei sex worker. Si ritroverebbero di fatti obbligate a accettare clienti più pericolosi, il loro lavoro diventerebbe ancora più rischioso. Il dibattito in merito è aperto, ma purtroppo trovo che, soprattutto in Italia, nel dibattito sulla prostituzione si perda spesso il punto di vista della tutela dei diritti umani di una categoria di persone. Ci si rifà piuttosto a considerazioni morali che vanno dal giudizio negativo su chi fa questo mestiere a un atteggiamento paternalistico e caritatevole che non fa progredire la situazione attuale.                                                                                D. Come lavora Amnesty in merito ai programmi di uscita per chi volesse abbandonare il sex work?                                                        R. Per quel che riguarda i programmi di uscita Amnesty si affida a organizzazioni locali che possono permeare il territorio che abitano. Amnesty è un’organizzazione che lavora sulla legislazione dei diritti umani e collabora con realtà locali.             D. E per quel che riguarda la lotta a tratta e sfruttamento? Ad oggi quindi quali sono le proposte di Amnesty?                                D. Contro lo sfruttamento della prostituzione la proposta di Amnesty è appunto la depenalizzazione. Criminalizzare fa un danno enorme alle vittime di tratta.
A livello di diritto internazionale chiediamo contemporaneamente maggiore chiarezza sul reato di tratta, sanzioni più precise e una collaborazione internazionale fondamentale per combattere questo fenomeno.
La proposta di depenalizzazione arriva nel 2015 dopo decenni di tutela dei diritti dei minori e delle donne e contro lo sfruttamento e la privazione dei diritti umani. Per Amnesty questa proposta è un passo in più su questo percorso, non in sostituzione di passaggi già affrontati durante tutti questi anni.

ALTRE QUESTIONI IN CAMPO. Un problema di cui si è tornati a parlare proprio in questi giorni riguarda la vita sessuale negata ai portatori di handicap. Molti familiari di queste persone meno fortunate chiedono da anni che venga messa in campo una regolamentazione legislativa la quale si faccia carico della possibilità anche per i diversabili di soddisfare la propria sessualità e genitalità in un contesto di legalità e senza dovere snaturare una figura genitoriale costretta a soddisfare l’individuo con atti masturbatori o accompagnando il figlio in luoghi equivoci e pericolosi. Tip.it riporta l’intervista ad un regista molto particolare: “Ho 31 anni e prima di morire vorrei vivere almeno una volta la sessualità nella mia vita”, questa è una delle tante testimonianze raccolte da Francesco Cannavà, regista siciliano di 36 anni, durante la realizzazione del suo documentario “Because of my body”. In Italia esiste un problema mai risolto che riguarda il bisogno di sessualità anche per le persone disabili. Il documentario di Francesco nasce proprio dall’esigenza di portare sotto gli occhi dell’attenzione pubblica un tema troppo sottovalutato e diventato ormai urgente. Un disegno di legge sull’argomento, dal titolo “Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità”, è stato presentato il 9 aprile di tre anni fa e assegnato alla 12esima Commissione permanente (“Igiene e sanità”) in sede referente. Ma nulla più fu fatto in seguito. “È prima di tutto una battaglia culturale, e il mio lavoro si mette al servizio di questa battaglia”, spiega Francesco.

Ma infondo abbiamo eluso uno degli argomenti spesso messi in campo che sottolinea un discrimine, un distinguo, sarebbe necessario distinguere tra due realtà umane: 1 chi è costretto a prostituirsi, o strettamente costretto perché in mano ad una tratta degli esseri umani, (in africa si utilizzano strumenti molto convincenti come la minaccia di uccidere i famigliari della prostituta riottosa portata in Occidente unita all’utilizzo di forme di magia alle quali le malcapitate credono perché parte della cultura di riferimento), o costretto dal bisogno; 2 chi lo fa per libera scelta.

Dare risposte facili non è mai stato utile qui come in qualunque altro con testo di discussione, questo è uno scritto implicitamente gravido di domande e l’ultima ce la pone Lella Costa in una sua breve piece teatrale: “c’è veramente chi lo fa per scelta?”.