ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO. LE INSIDIE DI UNA LEGGE SBAGLIATA

DI VINCENZO SODDU


Nell’epoca della globalizzazione il destino della scuola di massa è arrivato paradossalmente a un bivio.
Fino a quando, infatti, figli dei padroni e figli degli operai condividevano il percorso scolastico sugli stessi banchi, ciò poteva al massimo generare differenze, fastidiosi favoritismi. Ora, invece, che i padroni, quei pochi rimasti, e insieme a loro i figli della borghesia più virtuosa, frequentano il miglior liceo della città e la scuola privata di prestigio, la scuola è diventata essenzialmente scuola dei figli dei disoccupati, dei separati e dei migranti. Così lo Stato ha preso la palla al balzo per sminuirne il valore teorico (tanto questi ragazzi non avranno mai la possibilità di trovare un lavoro, pensa il legislatore di turno), fondamentale nella scuola gentiliana, e ha introdotto un’aberrazione come l’alternanza scuola-lavoro, anticamera assolutoria di un lavoro lontano e impossibile. È soltanto il primo passo di una controriforma che porterà alla riduzione del percorso scolastico della secondaria a sette anni, in linea con i maggiori paesi europei e che, in nome di una diffusa e irreversibile omologazione, terminerà (è notizia di pochi giorni fa), con l’accantonamento della lingua italiana nelle domande ai bandi per il finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale.
Un processo triste, ma necessario, nella misura in cui alla sua base vi è ormai un’idea della riduzione del ruolo dello Stato nella vita economica, sociale e anche culturale.
L’alternanza scuola-lavoro, appunto.
Siamo stati chiari, subito. Ma dobbiamo, anche, essere onesti. L’alternanza scuola-lavoro è un’aberrazione didattica, ma se ben organizzata, come tutte le storture di questo bellissimo Paese di santi, artisti e navigatori riesce a essere raddrizzata e diventa quasi una bella realtà.
Io, ad esempio. Insegno in una scuola dove l’alternanza, ben condotta da un ristretto numero di docenti che l’hanno presa in cura, è diventata una bella realtà, condotta per mano in percorsi di qualità come la Silicon Valley cagliaritana e le società satelliti del Polo chimico.
Però. Però rimane una cattiva legge, l’alternanza. E, dove non ci sia questo sacro furore a riabilitarla, addirittura un pretesto per sfruttare le uniche persone che dovrebbero essere esenti da ogni tipo di sfruttamento, gli studenti, appunto.
Come fare, allora, per evitarlo? Bisogna vigilare. Controllare che non possano nemmeno arrivare nelle scuole offerte così offensive come quelle che negli ultimi giorni hanno riempito i bandi delle società che si propongono come sponsor del disgraziato percorso pseudolavorativo.
A ottobre gli studenti erano già scesi in piazza in tutta Italia, per denunciare queste storture, e nonostante i correttivi proposti dalla Ministra a Dicembre il problema rimane. E così gli studenti tornano a chiedere – in una lettera indirizzata alla ministra Fedeli – una «maggiore attenzione alle modalità con cui vengono attivati i percorsi di alternanza».
Mai più, soprattutto nel settore della ristorazione e del turismo, richieste come la bella presenza, l’assenza dei piercing o dei tatuaggi. Ancora prima di competenze quali la conoscenza della lingua o l’uso strumenti informatici, al di fuori di qualsiasi obiettivo didattico, attraverso modalità che esulano dal ruolo educativo che la scuola dovrebbe perseguire.
Sembra ormai pure insufficiente la possibilità per i ragazzi di segnalare eventuali irregolarità attraverso il bottone rosso a disposizione sulla piattaforma online, come ha concesso la Ministra a Natale, e invece pare ormai necessario un vero e proprio Osservatorio nazionale sull’alternanza scuola lavoro, per avviare una revisione complessiva dei percorsi presenti sul portale, come chiede il responsabile degli studenti medi italiani Giammarco Manfreda.
Perché l’alternanza almeno non sia lo strumento con il quale le scuole, luoghi di cultura e di conoscenza del nostro paese, si piegano alle peggiori logiche diffuse nell’attuale mondo del lavoro, ma piuttosto un polo da cui combatterle e promuoverne gli aspetti migliori.