BULLISMO: PER LA PSICOTERAPEUTA FABI E’ ESPRESSIONE DI UNA PATOLOGIA

DI CARLO PATRIGNANI

Non ci sto: il bullismo non è opera di Satana, nè è una traccia del peccato originale, nè inizierebbe nell’infanzia. E nemmeno si lega a un istinto connaturato alla specie umana che per questo sarebbe naturalmente cattiva e perversa: il bullismo è invece l’espressione di una patologia mentale sottostante, anche seria, che si manifesta nella relazione malata tra chi, il forte, agisce la violenza e chi, il debole, la subisce senza ribellarsi.

Così Marzia Fabi, giovane e brillante psicologa e psicoterapeuta, autrice con due colleghe Cecilia D’Agostino e Maria Sneider del best seller Autolesionismo – Quando la pelle è colpevole per l’Asino d’oro edizioni, rovescia come un guanto le tesi esposte di recente da Papa Francesco sul fenomeno sociale, purtroppo in forte espansione, il bullismo, che riguarda fondamentalmente adolescenti e giovani con i quali, precisa, noi psicologi e psicoterapeuti siamo molto a contatto.

Ma, prima di entrare nel merito di una patologia, anche seria, il bullismo appunto, la Fabi prende di petto un importantissimo aspetto più generale: la cultura, più o meno dominante, che, sorretta dai media, ripete certi luoghi comuni: la violenza innata, la cattiveria, la malvagità dei bambini, affini ai concetti, o meglio, credenze di stampo religioso.

A questa cultura bisogna assolutamente ribellarsi, senza se e senza ma: se la Chiesa ha una sua visione della realtà umana, non può al tempo stesso avere la pretesa che sia l’unica e valida per tutti. Noi psicologi e psicoterapeuti che con gli adolescenti e i ragazzi  stiamo molto a contatto ne abbiamo un’altra diametralmente opposta sia a quella esposta da Papa Francesco sia a quanto ripete certa cultura: la teoria della nascita dello psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli. Quel che colpisce è il silenzio assordante, in uno Stato laico e non confessionale, della sinistra.

Detto ciò, e non è affatto poco, la psicologa e psicoterapeuta fa un ulteriore inciso: mi piace ricordare che anni fa il Premio Nobel per la Medicina, Rita Levi Montalcini disse che ‘non esiste il gene dell’aggressività, nel nostro patrimonio genetico non c’è nulla che ci  può portare ad uccidere o aggredire un nostro simile. L’aggressività esiste in tutte le specie animali e quindi anche nell’uomo ma essa dipende dalle condizioni ambientali’. Quindi non si può parlare di un istinto violento, di una naturale cattiveria e malvagità connaturate all’essere umano come sostiene il Papa.

E ora veniamo alla patologia mentale sottostante, a certi livelli anche molto seria, presente nei protagonisti del fenomeno: chi sono il bullo e la sua vittima?

Il bullo, il forte, e la sua vittima, il debole, denotano con i loro comportamenti distinti – il primo agisce la violenza e l’altro la subisce – due patologie mentali sottostanti differenti ma convergenti nell’instaurare una relazione malata. Entrambi hanno alle spalle situazioni difficili che non hanno permesso uno sviluppo sano dell’identità e della realtà interiore del bambino.

La vittima di solito è un bambino che non viene ‘visto’ dai genitori, che vive perciò rapporti affettivi carenti. Genitori presenti sul piano materiale ma distanti affettivamente. Spesso il bambino sviluppa il pensiero che le disattenzioni e il poco interesse da parte degli adulti significativi siano perchè è lui in realtà ad essere poco interessante. Questo genera sensi di colpa e sentimenti di vergogna che sarebbero alla base di un’idea di sè negativa e di forme depressive di varia gravità.  

Il bullo invece si trova a vivere situazioni familiari più compromesse in cui gli adulti sono assenti e fatui e, molto spesso, aggressivi verbalmente e violenti fisicamente, per cui il bambino subisce continue delusioni legate a rapporti fortemente violenti che diventano però la normalità.

Sentimenti di rabbia, di odio e di rivalsa caratterizzano, dunque, il bullo e, al contrario, sentimenti di inadeguatezza, di insicurezza e fragilità caratterizzano le vittime che vengono prese di mira e derise proprio per questi motivi.

Andando ancora più a fondo – e la Fabi con il suo bisturi  della conoscenza lo fa – si scopre un’amara realtà.

Il bullo perde l’affettività, la capacità di amare in senso lato e di interessarsi al rapporto interumano. La vittima mantiene invece una sensibilità, pur se impoverita, e spesso è oggetto di invidia da parte del bullo per questa sua realtà affettiva ancora presente che lui, il bullo, invece ha perso.  

Perchè la patologia sottostante può diventare seria e quando?

Finchè nella relazione ci sono odio e rabbia, un rapporto affettivo, seppur malato, c’è. Quando il forte supera il livello dell’odio e  della rabbia e diventa anaffettivo, agisce, senza la violenza fisica, la pulsione d’annullamento nei confronti dell’altro, il debole, come se non esistesse e non fosse mai esistito. Questo può determinare angosce molto profonde in chi subisce l’annullamento perchè essere annullati come esseri umani, essere considerati inesistenti o insignificanti, può portare a un crollo interno e al rischio di suicidio. Visto che per gli altri io non esisto o sono insignificante, allora non esisterò più, mi tolgo di mezzo. Ecco perchè il bullismo è un fenomeno molto grave e pericoloso che va assolutamente contrastato con interventi di prevenzione nelle scuole, con campagne di informazione e sensibilizzazione.